L'intervista

Taiwan, il grande oggetto del desiderio dell'imperialismo cinese che non va lasciato solo

L'analisi di Francesca Lancini, giornalista ed esperta di Asia e di geopolitica

Taiwan, il grande oggetto del desiderio dell'imperialismo cinese che non va lasciato solo
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Taiwan

Sappiamo che l'isola di Taiwan rappresenta, per l'imperialismo cinese, il "grande oggetto" del desiderio (potremo specificare meglio tra i principali "oggetti"), ovvero Pechino esprime la volontà di annessione dell'Isola. Confermata anche pochi giorni fa dal ministro degli esteri di Pechino Wang Yi: "Chiunque sull'isola di Taiwan cerchi di ottenere l'indipendenza sarà inevitabilmente liquidato dalla storia". Parole dure. Sappiamo anche che negli Usa la Camera dei rappresentanti lo scorso dicembre ha approvato il National Defense Authorization Act per il 2024, che contiene un programma completo di formazione, consulenza e rafforzamento delle capacità di difesa dell'esercito di Taiwan. In seguito a questa decisione degli istruttori saranno sempre più presenti nel territorio della Repubblica di Taipei. Si aggiung eranno esercitazioni militari. Insomma, un quadro che desta preoccupazioni. Ne parliamo con la giornalista Francesca Lancini, esperta di Asia e di geopolitica.

Francesca, pensi, visto il quadro di tensioni, che quest'anno il fragilissimo equilibrio possa rompersi? Ovvero che Pechino sia decisa alla prova di forza?

È la grande domanda che terrorizza l’Occidente, ma va chiarito che la maggior parte degli analisti taiwanesi e stranieri concorda su un punto: per non provocare a breve termine un casus belli, cioè una prova di forza di Pechino, bisogna mantenere lo status quo. Significa che Taipei non deve dichiarare ufficialmente la sua indipendenza, pur essendo da trent’anni de facto e non de iure una repubblica con le sue elezioni libere, la sua costituzione (emendata nel 1991) e le sue istituzioni democratiche. Lo stesso neo-presidente Lai Ching-te, che guida il Partito Democratico Progressista ed è stato eletto lo scorso 13 gennaio, ha ribadito che vuole mantenere lo status quo, riconoscendo la responsabilità di mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan ed esprimendo la volontà di dialogare con Pechino. In passato Lai si è definito ‘un lavoratore pragmatico per l’indipendenza di Taiwan’, ma ora anche a lui e al suo partito - giunto eccezionalmente al terzo mandato con un’affluenza elettorale di oltre il 70% - è chiaro che l’indipendenza non si può dichiarare. Anche Alexander Tah-ray Yui, il più alto rappresentante diplomatico di Taipei negli Stati Uniti, ha ribadito: ‘Vogliamo lo status quo, né l’unificazione, né l’indipendenza’. La propaganda cinese ha descritto Lai come un pericoloso separatista, un “istigatore”, e dispiace che molti mass media abbiano ripreso o amplificato questa narrativa falsata. Lai ha abbandonato la dottrina dell’indipendenza, ma non vuole sacrificare la democrazia. 

Approfondiamo un po’ il "cuore" di Taiwan. Agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, nella maggior parte, la Repubblica di Cina è vista come una quinta colonna degli USA. Non è troppo banale come immagine?

Sì. Certamente, il più importante alleato politico di Taiwan sono gli Stati Uniti, sebbene la relazione fra i due sia lunga e complessa. Ricordiamo cosa accadde negli anni Settanta. Nel 1971, durante la presidenza Nixon, Taiwan fu privata del seggio alle Nazioni Unite per consentire l’ingresso della Cina di Mao. “Due Cine non potevano coesistere all’ONU”, si diceva, e Taiwan si ritrovò isolata diplomaticamente. Nel 1979, però, sotto Jimmy Carter, il Congresso approvò il Taiwan Relations Act che promette di aiutare l’isola a difendersi ed è tuttora in vigore. Da allora gli USA proseguono nella cosiddetta ‘ambiguità strategica’: da una parte minacciano di intervenire militarmente se Taiwan sarà attaccata dall’esercito cinese, dall’altra parte insinuano un abbandono dell’ex Formosa qualora essa scateni la guerra dichiarandosi indipendente. Questo approccio è finalizzato a una ‘duplice deterrenza’. Infatti, dopo l’elezione di Lai il presidente Joe Biden ha commentato con un’unica frase: “Non sosteniamo l’indipendenza”. Al momento Washington e Taipei condividono la stessa linea nei confronti delle enormi pressioni cinesi. Inoltre, a fine gennaio, una delegazione bipartisan USA si è recata a Taiwan ribadendo che il supporto alla repubblica asiatica resterà forte a prescindere da chi vincerà le elezioni di novembre e che Pechino non dovrebbe intraprendere nuove azioni intimidatorie, perché l’obiettivo è appunto mantenere lo status quo, ovvero pace e prosperità nella regione. Il messaggio è stato portato dal repubblicano Mario Diaz-Balart e dal democratico Ami Bera alla presidente taiwanese uscente Tsai Ing-wen, poiché l’insediamento presidenziale di Lai avverrà il 20 maggio. In più sarebbe ingiusto definire Taiwan una colonna degli USA, nel momento in cui sta intensificando le relazioni diplomatiche con altri Paesi, dal Sud Est asiatico all’UE. E soprattutto, dopo che trent’anni di elezioni democratiche hanno inciso profondamente sull’identità dei taiwanesi. Il sentimento anti-unificazione è molto diffuso: uno studio dell’università nazionale di Chengchi ha rilevato che una gran parte degli elettori si identifica come ‘solo taiwanese’.

E se a novembre negli USA vincesse Donald Trump?

Un’interessante analisi di James Mann sul Los Angeles Times dimostra che Xi Jinping sarebbe più felice di vedere Trump alla Casa Bianca al posto di Biden. Secondo Mann, per il regime cinese è più facile trattare con chi gestisce la leadership in modo personalistico o con chi annuncia in modo roboante di risolvere le controversie grazie alle sue relazioni particolari. Basti pensare al rischioso e inutile caos che Trump generò per fermare il programma nucleare nordcoreano. Inoltre, si è parlato molto delle tariffe doganali imposte dall’amministrazione Trump alla Cina, ma non si è detto che in cambio di piccoli tagli Pechino ha promesso di spendere 200 milioni di dollari in esportazioni americane! Sarebbe un accordo commerciale notevole. Non si dimentichino le connessioni commerciali del genero Jared Kushner, di Ivanka Trump e Donald stesso con il governo e funzionari cinesi. E naturalmente le posizioni trumpiane calde verso Putin, freddissime verso la NATO e l’UE.

A livello internazionale lo status di Taiwan è particolare?

La Repubblica di Cina del generale Chiang Kai-shek assunse il controllo di Taiwan, comprese varie isole intorno, nel 1945. Persa la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone che l’aveva dominata dal 1895 la cedette ai cinesi. Allora a governare sulla Cina continentale c’era il nazionalista Chiang Kai-shek, che però nel 1949 perse la guerra civile contro i comunisti di Mao Tse-tung e fuggì a Taiwan con circa due milioni di profughi, tra militari, funzionari e civili. Ma un armistizio tra la Cina comunista e quella nazionalista non fu mai firmato. Il Partito Unico Comunista di Mao, da cui discende quello attuale di Xi Jinping, non ha mai governato Taiwan. Anche fra Corea del Nord e Corea del Sud non esiste un trattato di pace, ma nessuno oggi pensa che un eventuale revanscismo nordcoreano sia accettabile. Taiwan “paga” la sua posizione geografica, così vicina alla costa cinese, e l’ambiguità della sua storia. L’espulsione dall’ONU - di cui invece per ragioni storiche diverse la Corea del Sud fa parte dal 1991 - ne ha complicato lo status. È stata obbligata a interrompere i rapporti diplomatici ufficiali con i Paesi che avevano votato a favore dell’ingresso della Cina continentale. Per fortuna ha mantenuto relazioni economiche, culturali e diplomatiche non ufficiali. Oggi, Taiwan è riconosciuta da solamente 12 Paesi, tra cui lo Stato del Vaticano. Di recente, il regime cinese ha convinto altri due Paesi a rompere con Taipei: la piccola repubblica di Nauru, immediata ritorsione dopo l’elezione di Lai, e il centramericano Honduras nel marzo 2023. Tra gli strumenti di coercizione, Pechino continua a usare l’isolamento. Tuttavia, questa situazione non deve trarre in inganno, perché di fatto si contano vari diplomatici taiwanesi all’estero e stranieri a Taiwan. 

Sappiamo che Taiwan è una democrazia semipresidenziale. C'è un pluralismo politico, che si esprime in due coalizioni che si confrontano. Quali sono e cosa rappresentano, quale politica esprimono in particolare nei confronti di Pechino?

La democrazia di Taiwan è giovane. Nella sua accezione più ampia il regime autoritario di destra di Chiang Kai-shek e dei suoi successori del partito nazionalista Kuomintang è durato dal 1947 al 1992. Un lungo periodo di abusi conosciuto anche come ‘Terrore Bianco’. Le prime elezioni presidenziali libere si sono tenute rispettivamente nel 1996. Però, in soli trent’anni Taiwan ha compiuto passi straordinari. Non è più la repubblica degli anni Novanta, ma neppure quella di dieci anni fa. Nelle ultime presidenziali di gennaio si sono confrontati tre candidati di tre partiti. Si è rotto il bipolarismo fra lo storico Kuomintang (KMT) e il Partito Democratico Progressista fondato nel 1986 da molti filo-democratici, oppositori della dittatura. Oltre a Lai e Hou You-ih del KMT, a gennaio si è candidato Ko Wen-je del Partito Popolare di Taiwan, descritto come populista e attrattivo per i giovani. Nel parlamento nessuno ha ottenuto la maggioranza dei seggi; Ko fungerà da kingmaker. Rispetto a Pechino, nessuno dei tre sembrerebbe favorevole alla riunificazione perché la società taiwanese è profondamente cambiata. Dicono tutti di voler mantenere lo status quo, ma KMT e Popolari potrebbero essere più accondiscendenti verso Pechino, per esempio nelle relazioni commerciali. Il KMT presenta al suo interno dei filo-cinesi e degli anziani che rimpiangono la Cina continentale. Alcuni sostengono che potrebbero accettare un’annessione se non si intaccasse il benessere economico. A rischio della democrazia…

La società di Taiwan da quali valori è orientata?

È al primo posto in Asia, sopra a Giappone e Corea del Sud, e al decimo nel mondo secondo il Democracy Index 2023 pubblicato dall’Economist Intelligence Unit. È una democrazia vibrante per libertà civili - la prima ad aver legalizzato i matrimoni gay nel continente asiatico -, processo elettorale e pluralismo, funzionamento del governo, partecipazione politica e cultura politica. Presenta un ambiente mediatico libero e competitivo con centinaia di giornali. Nelle ultime elezioni è stata un esempio di debunking. Diversi gruppi di fact-checking sono riusciti a contrastare la disinformazione cinese e in particolare due narrazioni false. La prima: ‘il Partito Democratico Progressista è talmente belligerante da condurre Taiwan verso una guerra che non può vincere’. La seconda: ‘gli Stati Uniti sono solo interessati ai semiconduttori e se si arriverà alla guerra abbandoneranno Taiwan’. Non è vero.

Taiwan garantisce la libertà e convivenza religiosa fra buddisti, taoisti, confuciani, cristiani, seguaci di credenze popolari, atei. E si sta impegnando sempre più per riconoscere i diritti degli indigeni, che in una popolazione di 23 milioni di abitanti costituiscono il 2% e sono divisi in 26 gruppi di origine austronesiana. Come ben spiega l’antropologa Melissa J. Brown nel libro “Is Taiwan Chinese?”,i taiwanesi non sono un monolite ma il risultato della relazione dinamica tra passato e presente. Alla minoranza aborigena, si aggiunge una maggioranza di discendenti da cinesi Hoklo (69%) e cinesi Hakka (15%) giunti sull’isola nel 1600 rispettivamente dalle regioni del Fujian e del Guandong, più un 14% di cinesi continentali arrivati con Chiang Kai-shek. L’identità di Taiwan non può prescindere dal mescolamento di popoli diversi, anche giapponesi. Brown sottolinea che ogni popolo è modellato non solo da cultura e stirpe comune, ma anche dall’esperienza sociale, cioè dal contesto politico ed economico.

E quanto gioca il fattore economico?

Molto, perché lo sviluppo economico e imprenditoriale di Taiwan è avanzato e dinamico. Produce il 90% dei più avanzati microchip al mondo e il 60% dei semiconduttori che si trovano in tutti i dispositivi elettronici. Anche le rotte commerciali che passano nello Stretto sono importanti, ma Pechino non vuole Taiwan per i semiconduttori o esclusivamente per una ragione economica. Il Partito Unico Comunista di Xi Jinping ha esasperato un revanscismo già esistente verso Taiwan più per motivi ideologici. Nel tentativo di affermare la supremazia mondiale della Cina, questo presidente aggressivo - in carica dal 2013 - ha cambiato la costituzione per garantirsi un terzo mandato. Come ha spiegato François Bougon sul giornale francese Médiapart, Xi si impone come ‘il nuovo uomo forte’, rilanciando un culto della personalità che aveva caratterizzato solo Mao Tse-tung. Sta creando un suo regno, tutto maschile tra l’altro, dove il Partito è lo Stato e lui (Xi) è il Partito. Quindi, l’industria dei semiconduttori non può funzionare come ‘silicon shield’, espressione usata dalla presidente uscente Tsai nel 2021. Taiwan non può evitare un attacco cinese perché inserita in una filiera globale che coinvolge Stati Uniti, Giappone, Olanda, Germania e la stessa Cina. Tuttavia, la carta dei semiconduttori è cruciale nella cosiddetta ‘tecno-diplomazia’ di Taiwan. Trovare nuove opportunità economiche permette di stringere relazioni più strette con diversi Paesi, contrastando il più possibile l’isolamento diplomatico e diminuendo la dipendenza dalla Cina. Taiwan investe nel mondo da tre decenni, ma adesso sta rilocalizzando rapidamente i suoi investimenti dalla Repubblica Popolare verso il Sud-Est Asiatico, il Nord America e l’Europa. La TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) sta per costruire fabbriche in Arizona, Giappone e Germania. Con gli esperti taiwanesi stanno collaborando anche Lituania e Repubblica Ceca, la prima per sviluppare una produzione domestica e la seconda nel settore della ricerca e dello sviluppo. 

Come nasce l’egemonia di Taiwan nei semiconduttori?

Grazie all’ingegno peculiare dei taiwanesi e a una collaborazione virtuosa con gli Stati Uniti, una ‘lezione americana’. Negli anni Sessanta gran parte degli studenti di ingegneria andava all’estero e in particolare negli Stati Uniti per apprendere le tecnologie più avanzate. Dopo la laurea alcuni si fermavano a lavorare lì, altri tornavano portando con sé un’idea democratica di società e un modello capitalistico che spinsero i governi di allora ad accelerare le riforme da uno Stato autoritario a uno liberale. Anche il legame con gli USA, la californiana Silicon Valley, si rafforzò a tal punto che oggi CEO e senior manager di grandi compagnie americane sono di origine taiwanese. Sul perché i taiwanesi siano i più bravi a produrre chip, si può dire che hanno appreso la ‘lezione americana’ ma l’hanno anche continuamente migliorata.

Come sono i rapporti commerciali tra Pechino e Taipei?

Nel 2022 il 39% delle esportazioni taiwanesi erano dirette in Cina, compresa Hong Kong. Solo due anni dopo Taiwan ha compreso che deve diversificare i suoi mercati e ridurre - come detto sopra - la dipendenza da Pechino. La coercizione economica di quest’ultima continuerà dopo la vittoria di Lai, per esempio non applicando per alcuni prodotti l’ECFA (Economic Cooperation Framework Agreement) che prevede tagli alle tasse doganali. Il professore Chang Men-jen, dell’università cattolica Fu Jen di Nuova Taipei, mi ha spiegato che a causa di queste misure coercitive Taipei si sta inserendo in una ‘filiera democratica’ occidentale. Sta cioè valutando se collaborare in settori in cui la stessa UE è troppo dipendente dalla Cina, come per le batterie delle auto elettriche, i pannelli solari, l’energia pulita, l’economia digitale e quantistica.

È utopia una pacifica coabitazione?

Finché ci sarà Xi Jinping direi di sì. Questo Partito Unico Comunista dominato dal falco Xi non lascia spiragli, a meno che un giorno non prevalgano delle ‘colombe’. I taiwanesi non vogliono la guerra, ma una gran parte desidera difendere la democrazia e lo stile di vita conquistati con tanti sacrifici. Le diverse minacce cinesi non hanno impedito ai taiwanesi di scegliere Lai come presidente. La coercizione ibrida di Pechino, militare, economica, propagandistica, spionistica, non ha impaurito i taiwanesi quanto noi. E dopo la repressione di Hong Kong, rifiutano il modello ‘Una Cina, due sistemi’ che fu applicato all’ex colonia britannica. Rispetto a inizio Duemila, quando ho iniziato a scrivere d’Asia, il popolo di Taiwan sembra moralmente più saldo e politicamente più evoluto. La coesione è fondamentale per fronteggiare minacce esterne. Hanno prolungato la leva militare a un anno, ma è scontato che l’esercito locale non può battere da solo quello cinese. Al tempo stesso, è sicuro che gli stati Uniti interverranno qualora la Cina attacchi, ma secondo vari esperti sarebbe una catastrofe. Per Bloomberg Economics un’invasione cinese di Taiwan causerebbe una recessione globale enorme. L’economia cinese si ridurrebbe del 17%, quella USA del 7% e quella mondiale del 10%. Se Pechino imponesse un blocco economico totale, dello Stretto, giusto il passo prima di una guerra, l’economia cinese accuserebbe una caduta del 9% e quella USA del 3%. La Repubblica Popolare, però, non è così pronta per dei combattimenti e ha grandi problemi interni, tra disoccupazione giovanile, deflazione, bolla immobiliare, repressione sempre più dura. Tutti problemi che tiene nascosti. Pare addirittura che la crescita del 5.2% nel 2023 sia stata artificialmente gonfiata. 

*Francesca Lancini

Italian Independent Journalist 

International Affairs - Human Rights - Asia