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ITALIA

Era stato scarcerato ad aprile dal giudice di sorveglianza di Sassari

Ai domiciliari da aprile torna in carcere il boss Pasquale Zagaria

L'uomo, condannato all'ergastolo e fratello del capoclan dei Casalesi Michele, è stato trasferito questa mattina nel carcere di Opera a Milano

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Torna in carcere Pasquale Zagaria, ergastolano e fratello del capoclan dei Casalesi Michele. L'uomo è stato trasferito questa mattina nel carcere di Opera a Milano, la struttura individuata dal Dap come luogo idoneo perla detenzione.

Zagaria era stato scarcerato ad aprile dal giudice di sorveglianza di Sassari, lo stesso che ha poi sollevato questione di legittimità costituzionale contro il decreto Bonafede.

Zagaria, che è malato da tempo, era stato posto ai domiciliari in casa di un familiare a Brescia per motivi legati all'emergenza Coronavirus: l'ospedale di Sassari dove seguiva le terapie per la malattia, non era più in grado di prestargli le cure necessarie.   Il tribunale di sorveglianza di Sassari aveva però disposto un termine di cinque mesi alla misura dei domiciliari, che è scaduto ieri. Il tribunale di Brescia, al quale i colleghi sardi avevano girato il fascicolo per competenza, hanno dunque ritenuto cessate le esigenze e riportato il boss in carcere.

Giudice: "Anche in carcere tutela della salute assolutamente preservabile"
"Non si ravvisano, allo stato, le condizioni per la proroga della misura domiciliare, anche concentrandosi esclusivamente sul profilo medico sanitario che appare, in tutta evidenza, tranquillizzante, sia in punto prognostico sia in relazione alla tutela del diritto alla salute, assolutamente preservabile anche in detenzione carceraria". Lo scrive il magistrato di Sorveglianza di Brescia,Alessandro Zaniboni, nel provvedimento con cui ha respinto "la proposta di proroga del differimento della esecuzione della pena concesso nelle forme della detenzione domiciliare" per Pasquale Zagaria,   "Anche dalla recente relazione sanitaria" del 17 settembre, scrive il Tribunale di Sorveglianza di Brescia, "si desumono condizioni cliniche compatibili non solo con la carcerazione ma,soprattutto, con il rispetto del diritto alla salute de ldetenuto".

Appaiono "pleonastiche", si legge ancora nel provvedimento, "considerazioni in punto di pericolosità sociale,semmai rilevanti in provvedimento con diverso esito finale. E'di tutta evidenza - aggiunge il giudice - che non possa nemmeno accennarsi ad un potenziale conflitto con il senso di umanità nel caso della prosecuzione del trattamento medico" in carcere"con tutte le cautele che i responsabili sanitari riterranno di adottare di volta in volta".
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