Original qstring:  | /dl/rainews/articoli/Al-Sisi-diktat-ec4f21aa-2217-4bcc-a508-c50a9b3e116e.html | rainews/live/ | true
MONDO

Il presidente egiziano al summit dei Paesi Visegrad

Al Sisi: "Non accettiamo diktat europei su diritti umani"

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha parlato al vertice dei Paesi del gruppo di Visegrad. Intanto a Roma al via il processo per la morte di Giulio Regeni

Condividi
"Non abbiamo bisogno che nessuno ci dica che i nostri standard sui diritti umani comportano violazioni. Sono responsabile di 100 milioni di anime, non è una cosa facile". Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, parlando al vertice dei Paesi del gruppo di Visegrad a Budapest, ha sottolineato che l'Egitto non si piegherà ad alcun "diktat" europeo circa il rispetto dei diritti umani. Lo sottolineano quotidiani egiziani riportando dichiarazioni rese ieri dal capo di Stato al summit del gruppo composto da Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia.

Sisi "ha detto ai leader del vertice: avete a che fare con uno Stato che rispetta se stesso e rispetta pienamente la sua gente. E ha detto: In Egitto c'è un potere che non si sottomette a nessun diktat", riporta il quotidiano indipendente Al Masry Al Youm.  Rivolgendosi esplicitamente "ai nostri amici europei", Sisi ha sostenuto che "bisogna capire cosa sta succedendo in Egitto". "L'Egitto rispetta il proprio popolo e non si sottomette ad alcun diktat", hanno titolato in maniera identica i governativi Al Ahram e Al Gomhuria.   

Già in passato Sisi aveva respinto critiche e denunce internazionali sul rispetto dei diritti umani in Egitto. Solo il mese scorso, sfruttando l'occasione del varo della prima "strategia nazionale" sui diritti umani, l'ex-generale aveva sostenuto che voler imporre all'Egitto una visione occidentale della tutela di questi diritti fondamentali è un "approccio dittatoriale". 

Regeni, al via il processo agli 007
Intanto il 14 ottobre si apre nell'aula bunker di Rebibbia a Roma il processo a carico dei quattro 007 egiziani accusati del sequestro e dell'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano morto in Egitto nel febbraio del 2016. Nella prima udienza, davanti alla terza Corte d'Assise, verrà subito affrontato il nodo dell'assenza in aula degli imputati: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Le autorità egiziane non hanno mai fornito indirizzi utili a dare loro notizia degli atti del processo.

I giudici dovranno valutare, così come già fatto dal gup nell'ambito dell'udienza preliminare, se la sottrazione degli imputati dal procedimento è stata volontaria. In tal senso il processo potrà andare avanti con i quattro in contumacia, altrimenti i giudici potrebbero chiedere una sospensione del procedimento.

Il gup, su questo punto, aveva affermato nel decidere per il rinvio a giudizio che "la copertura mediatica capillare e straordinaria ha fatto assurgere la notizia della pendenza del processo a fatto notorio", dunque gli imputati non possono non sapere del processo a loro carico.

Giulio Regeni venne rapito la sera del 25 gennaio 2016 e il suo corpo martoriato fu trovato nove giorni dopo, lungo la strada che collega Alessandria a Il Cairo. Da allora si sono susseguite bugie, false piste e ricostruzioni che, da parte egiziana, hanno sempre cercato di screditare la vittima: all'indomani del ritrovamento del cadavere si parlò di un incidente stradale, poi di una rapina finita male, successivamente si insinuò che il giovane fosse stato ucciso perché ritenuto una spia, poi che fosse finito in un giro di spaccio di droga, di festini gay, di malaffare che l'aveva portato a farsi dei nemici.

A un mese dalla morte di Giulio alcuni testimoniarono di averlo visto litigare con un vicino che gli aveva giurato morte.Il 24 marzo del 2016 arrivò l'ennesima ricostruzione non credibile e questa volta c'erano di mezzo cinque morti: criminali comuni uccisi in una sparatoria con ufficiali della National Security egiziana, alla periferia del Cairo.

I documenti di Giulio furono trovati quello stesso giorno in casa della sorella del capo della presunta banda e si disse che i cinque erano legati alla morte del giovane.

Secondo la ricostruzione della procura di Roma, il ricercatore era attenzionato da polizia e servizi segreti già settimane prima del rapimento. Le analisi sui tabulati hanno messo in luce i numerosi contatti telefonici tra gli agenti che si erano occupati di tenere sotto controllo Giulio tra dicembre 2015 e gennaio 2016, e gli ufficiali dei servizi segreti coinvolti nella sparatoria con la presunta banda di criminali uccisi nel marzo 2016 a cui gli egiziani provarono ad attribuire l'omicidio.

La procura di Roma è convinta che Giulio sia stato torturato e ucciso dopo esser stato segnalato come spia alla National Security dal sindacalista degli ambulanti, Mohammed Abdallah, con il quale era entrato in contatto per i suoi studi. 

Nella lista testi presentata dai genitori di Giulio, Paola e Claudio, anche i presidenti del consiglio che si sono succeduti in Italia dal 2016, oltre che ministri degli Esteri e i sottosegretari con la delega ai servizi segreti, così come anticipato da alcuni quotidiani. Nei confronti degli imputati la Procura di Roma contesta i reati di sequestro di persona pluriaggravato, e nei confronti di un imputato i pm contestano anche il concorso in lesioni personali aggravate e il concorso in omicidio aggravato.
Condividi