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ITINERARI

Territori della crisi, la parola agli antropologi

Antropologia del “Terzo paesaggio”: noi e i nostri luoghi

Cosa c’è di più fortemente legato all’esperienza del viaggio dell’antropologia? Alcuni studiosi hanno addirittura sperimentato il viaggio a piedi come tecnica di ricerca etnografica. Più che le grandi distanze, è infatti il modo di viaggiare che regala scoperte nuove e inaspettate. E viaggiando sul territorio che si abita, o che è stato abitato, si possono ritrovare i più intimi legami fra noi e i nostri luoghi

Fenomeno della "galaverna" (Foto di Nadia Breda)
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di Laura Mandolesi Ferrini “La disposizione circolare delle capanne attorno alla casa degli uomini è di una tale importanza per quanto concerne la vita sociale e la pratica del culto, che i missionari salesiani (...) hanno capito subito che il mezzo più sicuro per convertire i Bororo consisteva nel far loro abbandonare il villaggio per un altro in cui le case fossero disposte in ranghi paralleli”. Claude Lévi Strauss, “Tristi Tropici”, (1955)

Abbandonare il villaggio per abbandonare la propria cultura. I missionari non avevano esagerato. Quando il luogo che si abita sostiene l’intera trama degli orientamenti sociali, religiosi e affettivi, lasciarlo per un altro del tutto diverso può veramente portare al collasso culturale. Negli stessi anni in cui Lévi Strauss descriveva la perdita di identità dei Bororo del Mato Grosso, l’italiano Ernesto De Martino iniziava a chiamare “angoscia territoriale” quel senso di disorientamento provato con lo sradicamento dalla comunità.

L’antropologia ha capito presto che l’uomo, oltre ad appartenere a una cultura, appartiene a un luogo. E l’antropologia del paesaggio studia quella complessa tessitura di sistemi simbolici, culturali, sociali ed economici, che legano l’umanità ai mutamenti del territorio. Storie di perimetri vitali, di confini tra il sacro e il profano, di architetture spoglie o fantastiche, di trasformazioni della natura e dei suoi materiali. E di abbandoni: forse mai come nel Novecento si sono conosciuti tanti esodi. E non solo in Europa. Prodotti da mutamenti sociali come ambientali, e produttori di nuove dinamiche culturali ed ecologiche, gli allontanamenti degli abitanti dai territori, agricoli, montani, urbani o industriali, hanno iniziato a incidere drammaticamente sul paesaggio. Oltre che sulla nostra “angoscia territoriale”. 

Di questi e di altri temi parla Antropologia del “Terzo Paesaggio”, una raccolta di saggi curata da Francesco Lai (professore associato di Antropologia sociale presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali dell'Università di Sassari) e Nadia Breda (ricercatore di Antropologia culturale presso il Dipartimento di Scienze Formazione e Psicologia dell'Università di Firenze). Nato dalla necessità di definire gli spazi marginali, il libro propone l’uso della nozione di Terzo Paesaggio nella ricerca antropologica. I luoghi analizzati sono i più diversi, ma entrano tutti nella categoria dell’abbandono. Dalle rovine lungo i paesaggi della Sardegna, al borgo umbro colpito dal terremoto del 1979, sgomberato e mai restaurato. E ancora, discariche, ferrovie, basi militari, miniere. Luoghi di crisi e di esclusione, che in attesa di nuove destinazioni rivelano storie passate e annunciano un futuro inquietante.  Per leggere il presente, un solo esempio: la “galaverna”, “fenomeno atmosferico straordinario (...) ormai assolutamente raro” (vedi fotogallery), la cui scomparsa non rappresenta solo la perdita di una sembianza effimera e incantevole che avvolge la vegetazione notturna, ma il segno dell’inaridimento del suolo. Un segnale fra i tanti, la cui conoscenza potrebbe essere sufficiente a passare dalla pura contemplazione alla difesa attiva dell’ambiente.

Professor Lai, dopo la lettura del Manifesto del Terzo paesaggio ha “incominciato a vedere ‘terzi paesaggi’ dappertutto”. E’ possibile allora parlare di un “prima” e di un “dopo” Clément? Per la sua esperienza personale come per le discipline antropologiche?
Di sicuro per me e per Nadia Breda la lettura del Manifesto del Terzo paesaggio ha rappresentato un momento importante. Quando Nadia anni fa mi consigliò di leggere questo libro pensai subito di proporle un lavoro in comune. Per me la nozione di “Terzo paesaggio” ha rappresentato un modo diverso di interpretare l’abbandono del territorio in relazione ai processi di mutamento economico e sociale. Forse è la stessa sensibilità agli studi antropologici a indirizzare l’approccio verso letture, diciamo, ‘oblique’ o non convenzionali. Non saprei dire quanto il “Manifesto” di Clément abbia colpito l’attenzione dei colleghi che si occupano di tematiche ambientali. Lo storico dell’Università di Cagliari Gian Giacomo Ortu nel ricostruire la storia del territorio dell’area di Cagliari ha fatto riferimento al “Terzo paesaggio” per interpretare la condizione, per certi aspetti ‘indecisa’ e ‘interstiziale’, degli spazi coltivati sino a mezzo secolo fa e poi investiti da forme di edilizia spontanea. Quest’area è attigua a quella delle saline di Stato di Cagliari, ormai dismesse, ma diventate parco regionale per la tutela dell’avifauna e dell’ecosistema saline-stagno.

Nel suo saggio lei analizza i paesaggi abbandonati in Sardegna e sottolinea come l’abbandono del territorio riveli le dinamiche del mutamento sociale. Cosa ha portato di nuovo in questa ricerca la nozione del Terzo paesaggio?
Per il volume curato da me e da Nadia Breda, pubblicato dalla CISU di Roma, avevamo chiesto a diversi autori di provare a utilizzare la nozione di Terzo paesaggio per interpretare i loro differenti sguardi sulla storia del territorio. Nel caso della Sardegna, ho riscontrato che gli elementi del Terzo paesaggio di Clément erano presenti sia nelle dinamiche di abbandono di alcune zone interne sia di alcune aree prossime alla città di Cagliari. Alcuni autori coinvolti nel volume hanno, diciamo, effettuato alcune variazioni sul tema del Terzo paesaggio per interpretare le dinamiche di abbandono di alcuni siti significativi non solo per la storia del territorio ma anche per la storia industriale della Sardegna, come le linee ferroviarie secondarie e le miniere.
 
All’interno del Terzo paesaggio rientrano molti casi differenti. Soprattutto in Italia dove, come lei ricorda, il territorio “contiene una stratificazione di insediamenti che comincia nella preistoria…”. E dove molti spazi, abbandonati da decenni, sono oggi percepiti come “naturali”. Fino a dove è possibile allora “adattare” il Manifesto alla diversità delle situazioni italiane?
Altri autori in altri terreni di ricerca italiani hanno usato la nozione di Terzo paesaggio, ad esempio, per esplorare le dinamiche di riappropriazione del territorio dopo il terremoto in Umbria o le trasformazioni dell’uso dello spazio in una regione alpina. L’Italia ha una antichissima storia insediativa. Dal punto di vista di uno sguardo antropologico di “lunga durata” la ricostruzione post-bellica, il boom economico e lo sviluppo successivo rappresentano, forse più di altre epoche storiche, un periodo di trasformazione rapida e, spesso, tumultuosa. Questo processo ha prodotto fenomeni di abbandono sia nelle aree rurali sia nelle aree urbane e industriali. Uno degli elementi del Terzo paesaggio ‘l’indecisione’, lo stato nella quale si trovano numerose zone abbandonate, è, a mio avviso, particolarmente evidente. E questo chiama in causa non solo i decisori pubblici di vario livello politico e amministrativo ma anche la società locale per quanto riguarda il destino di numerosissimi luoghi abbandonati: abitazioni e manufatti rurali, miniere, saline, industrie, siti militari… Penso di poter dire che la storia del paesaggio italiano negli ultimi settanta anni è molto importante; e potrebbe essere interessante interpretarla con questa nozione di Clément.
 
Gli spazi abbandonati potrebbero anche “essere percepiti come brutti”, lei sostiene, alludendo così all’esistenza di una loro bellezza. Lo stesso per le rovine, ancora “più affascinanti di un luogo restaurato”. Si è mai spiegato la ragione di queste sensazioni contrastanti? E perché questi luoghi “di scoperta” e “di memoria” sono per noi così irrinunciabili?
Autori come lo storico Simon Schama e il sociologo John Urry, tra gli altri, hanno sostenuto che lo sguardo di noi europei ha preso forma in secoli di influenze culturali che vengono dalla letteratura, dalle arti figurative e possiamo aggiungere dalla fotografia, dal cinema, ecc. Qualche anno fa l’antropologo Marc Augé ha parlato dello spettacolo delle rovine nel quale prendiamo coscienza dello scorrere del tempo sulle vicende umane e della natura che riprende il suo ciclo in luoghi che sono il prodotto di una creazione umana. Il “rovinismo”, è, forse, ancora una sensibilità presente nello sguardo contemporaneo. Mi sembra di riscontrarlo in varie tendenze della letteratura di viaggio, in quei documentari che mostrano cosa succederebbe se le città più tecnologiche venissero abbandonate, in tutti quei casi in cui il turismo si orienta su luoghi abbandonati dove c’erano alberghi, industrie, villaggi, miniere, siti militari e persino Chernobyl…  A mio modesto avviso, si tratta di luoghi di scoperta e di luoghi di memoria molto rappresentativi di un turismo caratterizzato dalla ricerca di una esperienza; di una esperienza originale e, per così dire, ‘forte’.

 Il problema della gestione comunque rimane. Per “riportare in equilibrio gli assetti ecologici”, per la messa in sicurezza come per l’accessibilità di questi spazi compromessi. Ma una volta che ci saremo riappropriati di questi luoghi, saranno ancora Terzo paesaggio? O diventeranno altro?
 Un aspetto per me interessante del Terzo paesaggio riguarda il destino di questi luoghi. Di sicuro numerosi luoghi abbandonati, numerosi ‘terzi paesaggi’ richiedono una qualche forma di decisione, di intervento, di irreggimentazione. Miniere o altri siti produttivi, villaggi abbandonati richiedono, per poter essere visitati, interventi di messa in sicurezza, bonifica e conservazione da effettuare sul terreno e sulle strutture. Le ragioni dell’indecisione (per usare un eufemismo) in cui si trovano numerosi luoghi in vario modo importanti dal punto di vista storico e ambientale sono state esposte da Salvatore Settis in "Paesaggio Costituzione cemento". Penso che un ‘terzo paesaggio’ dopo un intervento di riqualificazione, bonifica o altro perda le sue caratteristiche di luogo ‘indeciso’ e ‘interstiziale’ nel quale la vegetazione e la fauna seguono il loro ciclo riproduttivo e dove gli agenti atmosferici agiscono sui manufatti e sulle strutture abitative, industriali, rurali.
Tuttavia, la nozione di Terzo paesaggio, per il mio modo di vedere questi fenomeni, pone degli interrogativi. Provo a dare forma a qualcuno di questi: dobbiamo per forza conservare tutto? E quali costi economici avrebbe? Non è altrettanto istruttivo lasciare che alcuni luoghi seguano tutti gli effetti dell’abbandono? Nel tentare di formulare queste domande cerco di sottoporre la mia stessa visione delle cose alla riflessività che le scienze sociali contemporanee ci insegnano. In particolare, per l’approccio antropologico il nostro sguardo sul paesaggio è caratterizzato dal nostro modello culturale, estetico e storico. Per quello che conta il mio, forse, è uno sguardo sulla natura molto poco ‘bambi-zzato’ e, probabilmente, si ispira allo “spettacolo delle rovine” di cui parla Marc Augé in "Rovine e macerie". 
Non penso di essere l’unico ad avere questo interesse per i luoghi abbandonati. Giusto per stare in Sardegna, il villaggio di Gairo, in Ogliastra, tra il 1949 e il 1950 venne abbandonato in seguito a una frana rovinosa e ricostruito in un sito più sicuro a pochi chilometri di distanza. Da diversi anni è diventato una attrattiva per i turisti della vicina costa. Visitare un sito come questo forse può essere istruttivo per capire i danni del dissesto idrogeologico italiano e per vedere sul posto ciò che rimane di un vecchio paese agropastorale.

Professoressa Breda, “Il Terzo paesaggio - lei scrive - si è attivato per me come compensazione della perdita di alcuni (...) paesaggi per la sopravvivenza dei quali avevo lungamente lottato”. L’idea del Terzo paesaggio l’ha aiutata a superare un evento traumatico legato alla perdita di un luogo. In che modo? 
Conoscevo e frequentavo, nel mio paese di origine,  un paesaggio particolare, definito localmente “palù”, una forma di bocage all’italiana, fatto di praterie umide, grandi siepi secolari, acqua di risorgiva. Su questo splendido paesaggio è stata realizzata un’autostrada (A28), la cui storia ho raccontato in un altro mio libro, intitolato Bibo. Dalle paludi al cemento, una storia esemplare.  Quello che rimane di questo paesaggio rende irriconoscibili e snaturati i palù, li ha resi essi stessi una sorta di Terzo paesaggio negativo e brutto, ma per sopravvivere a questa devastazione ho imparato, grazie ai lavori di Gilles Clément e alle riflessioni condotte insieme al collega Franco Lai per il volume comune, che il vivente “si rifugia” in altri luoghi, si sposta e cerca di continuare a vivere.  Ho cominciato a pensare più al vivente che al paesaggio, a stargli vicino, a cercarlo, a lavorare per creare  connessioni tra i viventi, anche se vivono in situazioni di difficoltà: splendide fioriture di topinanbur e di papaveri sulle scarpate delle autostrade… la nebbia…. gli aironi che volano vicino all’autostrada, le margherite sui cigli delle strade dove non si diserba….  Il tutto mantenendo comunque la consapevolezza che sarebbe stato meglio aver conservato i palù, non li baratterei mai con un Terzo paesaggio.

Il lavoro dell’antropologo dell’ambiente parte dall’osservazione dei segni. Sembra che in questi ultimi anni si sia delineato un altro tipo di lettura che va oltre l’osservazione e incoraggia ad “assumere tutti i sensi come ambito di ricerca”. Come orientarsi in questo nuovo tipo di esplorazione, e in che modo si può concretamente “leggere” il paesaggio con “tutti i sensi”?
 Questa è  una svolta molto importante nella ricerca, che così diviene più complessa e difficile, ma anche più stimolante. Si tratta di uscire dalla logica “visualistica” dove domina “lo sguardo” distaccato e dominante, dagli effetti molto colonialisti e “incarceranti”,  come ha ben dimostrato Foucault, per cogliere la realtà from inside, come dice l’antropologo inglese Tim Ingold, da dentro, vivendoci e facendo esperienze insieme. Si tratta di un coinvolgimento globale, non solo di tutti i sensi, ma molto, molto di più, implicando tutto il corpo, le emozioni, la posizione sociale, i propri linguaggi, anche le proprie speranze! Insomma si tratta di fare sul campo un’intera globale olistica esperienza di vita. Nel mio libro Bibo ho esperito al massimo questa possibilità, essendo un’antropologia di un luogo e di una comunità nella quale sono  nati i miei antenati, ci sono nata anch’io e vi ho lungamente vissuto.

Il Terzo paesaggio è legato alla libertà dei viventi, al loro non essere organizzati e gestiti dall’uomo. I discorsi di Clément sulle specie aliene invasive, sui luoghi di ibridazione, di abbattimento dei confini e di “diffusione della diversità” oscillano tra natura e cultura, “tra piante e cittadini, tra lei (la natura...) e noi (...gli umani)”. Ma piante e animali sono suddivisi in miriadi di specie mentre noi umani, stranieri compresi, siamo un’unica specie, drammaticamente sola da almeno 40.000 anni. Non si rischia così di creare confusione mettendo sullo stesso piano “migrazioni” di piante, animali e umani?
Gli importanti risultati concettuali a cui è arrivata oggi l’antropologia, per esempio con gli studi dell’antropologo francese Philippe Descola, in riferimento al rapporto tra l’umanità e il suo ambiente circostante (fatto di piante animali, oggetti e molti altri esseri), ci mostrano che nessuno vive solo, staccato dagli altri: umani e non umani vivono, o meglio “emergono” da un meshwork (è un’espressione di Tim Ingold) che è molto più che un network, dove tutti sono implicati. Noi  cerchiamo di studiare queste relazioni tra gli umani e i nonumani, perché sappiamo che aver costituito una forte cesura e una gerarchia tra l’umanità e il suo ambiente è stato la causa del grave dissesto ambientale in cui oggi ci troviamo. Se vogliamo uscirne bisogna che noi svolgiamo molteplici percorsi: che riconosciamo le interdipendenze tra tutti gli elementi della terra e i nostri debiti con le piante e gli animali, l’acqua e l’aria, il sole e gli altri elementi della Terra; e che impariamo a lasciare spazio ad ogni vivente, restituire libertà a tutti gli esseri della Terra, considerando le specie  che si spostano non più come “invasive” (termine orrendo, applicato sia alla natura che ai gruppi umani), ma come esseri “in movimento” (da cui “giardino in movimento”, di Gilles Clément, che nel suo pensiero significa anche “terra” in movimento, umani compresi).  Non so se si possa essere fiduciosi nella capacità del genere umano di riparare ai suoi errori e di immettersi in un percorso così multiforme, so che bisogna praticare un gramsciano pessimismo della ragione e ottimismo della volontà. 

Lei si domanda se il capitalismo arriverà a sottrarci ogni minima presenza del Terzo paesaggio. Ma se questo nasce con l’abbandono e il dissesto, non sarebbe auspicabile la sua scomparsa, se al suo posto arrivasse un’efficace rigenerazione ambientale?
 Sono d’accordo con lei, e anche Gilles Clément prevede la possibilità che il Terzo paesaggio scompaia, si modifichi o sia annullato. Se il capitalismo aggressivo produce infiniti Terzi paesaggi significa che sta invadendo le nostre città e le nostre campagne. In un recente convegno di antropologia alpina ho parlato proprio di come il Terzo paesaggio si stia spostando sempre più verso le alte terre, che mimano in questo la pianura padana devastata. E’ il processo capitalistico, e il concetto di Terzo paesaggio ci serve anche come spia per analizzare i suoi effetti ecologici. Non c’è alcun dubbio che la terra abbia bisogno di un processo riequilibratore che restituisca spazio alla rigenerazione dell’ambiente.  Si parla infatti di nature restoration, restituzione alla natura,  oppure di nature based solution.  Si pensi come esempio alla base militare abbandonata entro il bosco del Cansiglio, che andrebbe liberato da quella memoria losca di truci guerre e restituito alla sua boscosità. Nell’epoca dell’Antropocene in cui siamo, essendo stati capaci di modificare profondamente, con la nostra economia capitalistica, perfino il clima, c’è da riflettere profondamente su come possa avvenire una simile rigenerazione ambientale e che ruolo l’umanità debba o possa avere, dato la prova di noi che abbiamo dato finora.

Oltre a Clément, vari antropologi affermano che è necessario fare “un passo indietro”.  Per lasciare spazio all’ascolto invece che al fare. In che modo l’ascolto, inteso come metodo dell’etnografia, può contribuire a una “costruzione critica” dell’ambiente e a una progettazione consapevole del territorio? E’ possibile insomma che l’antropologia contribuisca alla nascita di un “fare” alternativo?
 Sì, l’antropologia è una disciplina critica che è pienamente in grado  di contribuire a un “fare” alternativo.  Non a caso è una disciplina sotto attacco da parte dei vari governi neoliberisti, una disciplina che si cerca di confinare e porre in estinzione, per esempio eliminando i Dottorati di Ricerca, che formano i nuovi antropologi. L’antropologia ha un forte potere di leggere il mondo nella sua complessità e di indicare “mondi possibili” e modi socialmente e culturalmente alternativi in cui possono esser fatte le cose. E lo può fare proprio perché, conoscendo una gamma estesissima di società nel mondo, presenti e passate, ha sempre documentato che nessun destino, nessuna forma sociale  è fatale o immodificabile, ma tutto è costruibile in svariati plurimi modi. E’ una logica irreprensibile, quindi potente. Per arrivare a questo risultato, è chiaro, bisogna fare antropologia, che significa ascolto di tutte le voci, tanto quelle marginalizzate, quanto quelle del potere e dei suoi modi di “fare”, ma anche ascolto “balbettante” (come dice Bruno Latour) degli altri soggetti nonumani presenti sulla terra, ai quali dobbiamo molto della nostra esistenza. Si pensi all’aria, all’ossigeno, e al ruolo degli alberi nelle nostre società sempre più urbanizzate: per questo il mio ultimo studio è stato un’“antropologia degli alberi”, ("Riprogettare i territori dell’urbanizzazione diffusa", 2015) e del nostro amore e disamore per essi. 




 
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