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CULTURA

L'anniversario

Berlinguer e la "diversità" del Pci. 20 anni prima di tangentopoli nasce la "questione morale"

Già una ventina d'anni prima di Mani Pulite il segretario del Pci metteva l'accento sulla "questione morale" che affliggeva il Paese denunciando l'occupazione dello Stato da parte dei partiti, anticamera delle ruberie che la magistratura solo decenni dopo avrebbe svelato

Enrico Berlinguer nel 1976
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Enrico Berlinguer fu il primo a porre l’accento sulla “questione morale”. Una questione sollevata dal segretario del Pci già nel 1974, vent’anni circa prima di Mani Pulite, e che a giudicare anche dalle cronache degli ultimi giorni il Paese sembra non aver mai affrontato.
 
Di seguito alcuni estratti di interventi ed interviste in cui Berlinguer spiega e definisce la “questione morale”.
 
Intervento al Comitato Centrale del Pci, giugno 1974:
“Il popolo italiano esige oggi che si dica la verità; è pron­to ad appoggiare, come ha fatto per il divorzio, riforme di libertà, di democrazia, di progresso civile. Questa è la strada maestra per moralizzare la vita pub­blica.
 
È urgente dare inizio a una fase in cui si metta fine ai finanziamenti occulti, agli intrallazzi, alle ruberie, al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la sa­lute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l’ordi­nato sviluppo urbanistico, l’onesto rispetto della legge e del­l’equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere.
 
In questo campo, ciò che innanzi tutto conta, al di là della cortina fumogena di tutte le ipocrite prediche moraleggianti sulla ‘classe politica’, sono i fatti, le decisioni politi­che e parlamentari.
 
Noi siamo stati favorevoli al finanziamento pubblico dei partiti. Ma esso deve rappresentare l’inizio di una effettiva moralizzazione, di una effettiva condizione di indipendenza, per tutte le forze politiche, da centri di potere finanziari occulti.
 
Ma come si può, allora, accettare una decisione scanda­losa, come quella assunta dalla maggioranza di centro-sinistra, più i liberali e i fascisti – nella commissione parlamen­tare inquirente – di avocare, e cioè di insabbiare, l’inchiesta della magistratura ordinaria sui fondi della Montedison?
 
E come si potrebbe consentire a una amnistia, la quale dovreb­be seppellire, con sotterfugi, tutto il passato di imbrogli e di manovre di potere? Chi pensa a questo non ha capito niente del voto del 12 maggio!
 
Noi chiediamo che al popolo italia­no si dica la verità; che si rompano le reti dell’omertà, dei ricatti, dei condizionamenti; che di fronte al popolo si assumano impegni seri e chiari per l’avvenire”.
 
Discorso in Parlamento, febbraio 1976:
“Io non voglio tornare a insistere sulle cause politiche della crisi morale. Mi preme dire che tale crisi ci riconduce certo al problema politico di fondo; che la verità è che i ma­lanni e i guasti più rilevanti – quelli del sottogoverno, del clientelismo, delle spartizioni del potere, delle confusioni tra pubblico e privato, delle commistioni tra potere politico e potere economico, dell’inceppamento dei meccanismi del controllo democratico, dell’abitudine all’impunità – sono stati il portato di una organizzazione del potere fondata per lungo tempo sulla discriminazione anticomunista, sul mono­polio e il predominio della Democrazia cristiana, sulla di­chiarata impossibilità di una qualche alternativa a quel tipo di regime, sia nel periodo centrista sia in quello del centro­sinistra.
 
Che da questo tipo di direzione politica e dal tipo di sviluppo economico siano derivati i processi degenerativi che hanno finito col coinvolgere la stessa Democrazia cri­stiana, non mi par dubbio.
 
Tuttavia, non si tratta di pro­nunciare sommarie condanne moralistiche. E certo però che siamo di fronte a un decadimento, a una perdita di autorità politica e morale dei gruppi dirigenti; e siamo di fronte al rischio che in qualche misura sia offuscato quel cardine della democrazia costituito dal sistema dei partiti, e quella con­quista della Resistenza che fu la costruzione dei grandi par­titi democratici di massa.
 
Per questo, l’esigenza della moralizzazione della nostra vita pubblica e di un recupero di valori, appare oggi così forte e ripropone quella svolta politica, quel ricambio e rinno­vamento della classe dirigente per cui è essenziale il Partito comunista”.
 
Intervista a Berlinguer, La Repubblica, luglio 1981:
“Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…
 
(…)
 
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
 
(…)
 
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche”.
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