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Rai News
ITALIA

"Realizzato mediante deportazione"

Caso Shalabayeva, per il tribunale di Perugia fu "crimine di lesa umanità"

Le motivazioni della sentenza con cui i giudici di Perugia lo scorso 14 ottobre hanno condannato tutti gli imputati nel processo per la vicenda dell'espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia avvenuta nel 2013

Per il tribunale di Perugia il trattenimento di Alma Shalabayeva e la sua successiva espulsione, insieme alla figlia Alua, è un evento che "sarebbe preferibile definire un 'crimine di lesa umanità realizzato mediante deportazione'". Lo si legge nelle motivazioni con cui i giudici di Perugia lo scorso 14 ottobre hanno condannato tutti gli imputati nel processo per la vicenda dell'espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia avvenuta nel 2013.

Per questa vicenda in particolare l'ex capo della Squadra Mobile di Roma ed ex questore di Palermo Renato Cortese e l'ex capo dell'ufficio immigrazione ed ex capo della Polfer Maurizio Improta sono stati condannati a 5 anni per sequestro di persona.

Per i giudici "un caso eclatante non solo di palese illegalità-arbitrarietà delle procedure seguite dalle istituzioni italiane, ma, soprattutto, una ipotesi di patente violazione dei diritti fondamentali della persona umana".

Per i giudici del tribunale di Perugia l'indagine preliminare e il dibattimento "non hanno permesso di acquisire elementi concreti" in grado di fornire una risposta alla domanda se "vi fu un intervento al più alto livello politico-istituzionale dello Stato italiano che indirizzò l'operato della Polizia per conseguire la deportazione di Alma Shalabyeva e della figlia e compiacere, in tal modo, la Repubblica del Kazakhstan" ma comunque "durante tre interi giorni del maggio 2013, si realizzò, di fatto, una limitazione o compressione della nostra sovranità nazionale". Lo scrivono nelle oltre 280 pagine di motivazioni della sentenza. 

''La circostanza che ha sconcertato maggiormente il Collegio è che nessun dirigente o funzionario della Polizia di Stato, in nessuna fase di questa vicenda, abbia avvertito la necessità di soffermarsi, e soprattutto di far soffermare l'intera struttura, per ragionare sul fatto che la possibile estradizione di Ablyazov (marito della Shalabayeva, ndr) (se fosse stato catturato a Roma) e, soprattutto, la successiva espulsione della moglie e della figlia sarebbero avvenute in favore di un paese, il Kazakhistan, messo all'indice, nella comunità internazionale, proprio perché nazione che violava i diritti umani, anche praticando la tortura e la eliminazione fisica degli oppositori'', si legge nelle motivazioni della sentenza.

''Tra il 28 maggio e le prime ore del 29 maggio, si creava una surreale situazione - scrivono i giudici del terzo collegio del tribunale di Perugia presieduto da Giuseppe Narducci - nella quale i più alti livelli della più importante forza di polizia del nostro paese restavano con il 'fiato sospeso' in attesa che la Squadra Mobile e la Digos romane realizzassero la cattura di una persona che assumeva le sembianze di un Bin Laden kazako, cioè di un pericoloso terrorista internazionale, quasi certamente armato, che metteva in 'pericolo la sicurezza del nostro paese' (furono queste le parole usate dal Ministro dell'Interno nel colloquio con il suo Capo di Gabinetto, sollecitandolo ad incontrare i rappresentanti del Kazakistan)''. 

''Tuttavia le autorità kazake mentivano spudoratamente nel tentativo di presentare Ablyazov come soggetto legato ad ambienti terroristici e, soprattutto, come persona pericolosa che avrebbe potuto adoperare le armi in caso di arresto poiché non solo i reati che lo riguardavano in realtà attenevano alla sfera economica (appropriazione di fondi bancari, truffa, ecc.) e non certamente al terrorismo, ma inoltre, nel maggio 2013 gli investigatori privati italiani e israeliani, che lavoravano per conto dei committenti kazaki, non avevano mai avuto occasione di constatare che Ablyazov circolasse armato o disponesse di una scorta armata''.