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Coronavirus

Era solo un anno fa. Oppure è già un anno fa?

Un anno di Covid. Dove sono andate le nostre vite

È un anno che si compie senza festa. Senza una torta, né candeline. Senza abbracci. E totalmente privo di baci

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di Antonio Caggiano

 È un anno che si compie senza festa. Senza una torta, né candeline. Senza abbracci. E totalmente privo di baci.

Senza canti, senza musica. Nemmeno i canti urlati sui balconi, contornati da scritte di speranza e di amicizia. Pure quella musica dopo un po’ è finita. Assorbita dalla nuova routine della vita, dall’angoscia dei tempi, dalle preoccupazioni per scuola, lavoro, ospedali, code, tamponi, mascherine, dpcm, zone rosse, coprifuoco, quarantena, vaccini, numeri, eccetera, eccetera, eccetera.

Sì, i numeri. Sono proprio i numeri che abbiamo imparato ad attendere e temere con ansia ogni giorno, alla stessa ora. Numeri che dettano le regole della nuova vita. Che regalano speranza o angoscia. Che avviano infiniti commenti e considerazioni, dotte analisi o terribili speculazioni retoriche. Che spingono a compiere scelte e a racchiudere e rappresentare in schemi senz’anima drammi, difficoltà, vite spezzate.

Un anno nel quale abbiamo scoperto sulla nostra pelle quanto sia vero che si muore da soli. Senza il conforto dei familiari. Senza la presenza di una spalla su cui versare lacrime, senza una mano da stringere o un viso da accarezzare. Senza quelle parole sussurrate a mezza voce quell’attimo prima di dirsi addio.

Era solo un anno fa. Oppure è già un anno fa?

In ogni caso, da quando tutto è iniziato, le cronache del Covid hanno accompagnato la nostra vita ogni santo giorno. Hanno condizionato ogni nostra scelta. Ogni attività. Ogni libertà e decisione. Ridimensionato ogni programma.

E le immagini che, chiudendo gli occhi, ci fanno tornare alla mente l’anno appena trascorso, non fanno altro che acuire e esasperare il nostro senso di impotenza e di inutilità, da soli, nella lotta immane contro l’alieno, il virus, il colpevole di un disastro sociale, sanitario, economico, politico, universale.

Sono immagini che parlano da sole e che resteranno a lungo come testimonianza di un’umanità ferita e sofferente: i camion mimetici dell’esercito a Bergamo con il loro carico di morte; il papa da solo in una piazza San Pietro vuota da far paura; una chitarra sui tetti di Roma; medici e infermieri stremati; la gente senza nome nella terapia intensiva; mascherine e guanti disseminati per terra; le file davanti al pronto soccorso; i forni crematori in azione; la stupidità dei negazionisti; le piazze, le scuole, le fabbriche e i locali vuoti; le autocertificazioni per gli spostamenti; la solitudine; i saluti da dietro i vetri; la povertà che conquista nuovi adepti; gli occhi delle persone.

Solo un anno fa era appena finito il Festival di Sanremo e la primavera che si avvicinava lasciava riaffiorare la speranza nel cuore della gente. C’era il Conte bis, insediato a settembre, che provava a dare un senso al proprio mandato, mentre Salvini e Meloni continuavano a chiedere le elezioni. Insomma, la normalità. Poi il buio, la catastrofe, l’inverno, una nuova realtà sempre più avvolgente e pesante e opprimente e angosciante, a chiudere tutto: speranze, saracinesche e normalità.

Ma un anno è già passato. La nuova speranza ora ha un nome: vaccino.

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