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SCIENZA

Sviluppo sostenibile

Etnobotanica, dall’alba della storia a strumento per il futuro

Inizia oggi a Roma la “Settimana dell’ambiente e dei servizi ecosistemici”, nel cui ambito si discuteranno le sfide e i ruoli dell’Etnobotanica. Rainews ha intervistato la biologa Giulia Caneva 

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di Laura Mandolesi Ferrin


“I libri si possono trovare e moltiplicare; ma non così si può dire delle tradizioni se non si raccolgono… certamente questo non è lavoro facile, lieto e proficuo… E cosa importa? Quando si ama (…) non si pesa…” Giuseppe  Ferraro, “Botanica popolare” (1884). 

Oltre all’amore per la ricerca, questo pensiero trasmette anche un allarme: se le tradizioni orali non si fissano nella scrittura, si perdono. Segno che già nel 1800 si intuiva quanto quella trasmissione del sapere che ha egregiamente accompagnato l’umanità dall’epoca preistorica fino ad oggi, si stesse perdendo. Per questo le scienze come l’Etnobotanica sentono l’urgenza di registrare tutto ciò che possono ancora insegnare le culture tradizionali, comprese quelle europee. 
A fare il punto della situazione di questa disciplina è “Etnobotanica, Conservazione di un patrimonio culturale come risorsa per uno sviluppo sostenibile” (CROMA, CUEB, Edipuglia, 2013): uno sguardo multidisciplinare in cui 44 autori coordinati da18 università rivelano quanto questa scienza possa incidere sul nostro presente. Se i saperi contadini infatti, arrivano a insegnarci come gestire un territorio, rispettandone sia le capacità produttive che la biodiversità, allora l’Etnobotanica diventa il perno attorno a cui ruotano numerose strategie di sviluppo sostenibile. Tanto da offrire strumenti per operare nei confronti dell’ambiente, del territorio e del paesaggio. 
Non è un caso quindi, se questa disciplina sarà la protagonista di una delle giornate della “Settimana dell’Ambiente e dei servizi ecosistemici”, organizzata all’interno delle Settimane Culturali promosse dalla Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma. 
Abbiamo rivolto alcune domande alla biologa Giulia Caneva, che ha curato il volume assieme a Andrea Pieroni e Paolo Maria Guarrera, e che insieme a quest’ultimo parteciperà all'incontro martedì 24, all’Università degli Studi di Roma Tre.

Il tema di questa Settimana dell’Ambiente, “La cultura ambientale per la salvaguardia della persona e delle società umane” sembra riconoscere lo stretto legame fra la natura e la cultura umana. Il testo da lei curato, "Etnobotanica",  propone un concetto simile: il patrimonio non solo naturalistico ma anche botanico è anche patrimonio culturale. Come far passare quest’idea in una società poco sensibile al valore delle piante? 
In effetti il problema dell’educazione e della comunicazione è cruciale. A dispetto degli insegnamenti di S. Francesco di Assisi, nel nostro contesto culturale questo atteggiamento di scarsa sensibilità rispetto al mondo vegetale si è generato dalla volontà di combattere il credo e le ritualità  del mondo  pagano mediante la negazione della “sacralità” e dell’amore che nel mondo antico veniva attribuita alle piante, così come ad altre forme di vita animale. Oggi è importante generare nei giovani attenzione non solo ai problemi ecologici globali, che hanno un’ evidente ricaduta nelle società umane, ma anche al valore della natura in sé, anche nei suoi aspetti etici e culturali. Questo deve iniziare dalla scuola, a tutti i livelli di istruzione, dalla comunicazione giornalistica, televisiva e dai network di maggior impatto sociale. Il mondo scientifico e culturale deve naturalmente impegnarsi di più per veicolare questi contenuti.

In che modo lei, che viene dalla Biologia, si è avvicinata a una scienza sociale come l’Etnobotanica? Quali erano le sue aspettative e qual è stato l’insegnamento più importante che ne ha tratto?
Non ho vissuto il mio profilo scientifico da biologa come antitetico a quello del mondo umanistico, anzi mi è interessato, in molteplici aspetti delle mie ricerche, ricucire una dualità che non ha ragion d’essere. Su questa base quello che anche l’Etnobotanica insegna è che molti elementi importanti per la ricerca scientifica traggono spunto da osservazioni che si sono maturate fin dall’antichità e naturalmente che ogni problema va affrontato nella sua complessità.

Nel corso delle sue ricerche, ha avuto esperienze di osservazione partecipativa? Ha per esempio provato l’uso terapeutico o alimentare di qualche pianta particolarmente interessante?
L’Etnobotanica raccoglie i saperi legati al mondo vegetale di migliaia e migliaia di piante, ognuna con le sue potenzialità di impiego in campo alimentale, medicinale, domestico-artigianale e anche rituale e magico. E’ quindi un sapere diffuso estremamente ramificato e ricco, in cui volendo si può dare la gerarchia di importanza di una pianta rispetto ad un’altra per una funzione o per l’altra, e così potrei citare alcune piante molto interessanti e promettenti anche in campo applicativo, come per certi aspetti nel libro viene fatto e come io ho direttamente provato. Mi sembra però che l’aspetto più importante sia appunto abbandonare  la logica di stilare le “top-ten” per l’una e l’altra funzione, ma piuttosto quello di dare uno sguardo ampio ad un mondo vegetale che nelle sue molteplici facce può essere di aiuto all’uomo, permettendo quindi il mantenimento di questa biodiversità anche culturale. 

Una volta che i saperi tradizionali sulle piante saranno stati salvati, in che modo potranno tornare verso la cultura d’origine? E’ possibile insomma che queste conoscenze riacquistino vita e vengano sentite come parte integrante di un patrimonio culturale acquisito da tutti? 
Noi ci auguriamo che i saperi tradizionali delle piante, come patrimonio culturale immateriale riconosciuto di recente anche dall’UNESCO non vengano persi o impoveriti, come purtroppo è avvenuto a velocità rilevanti negli ultimi decenni nel mondo occidentale, e quindi ci impegniamo nella loro raccolta e catalogazione, oltre che per una rivitalizzazione di queste conoscenze. Il fatto però che queste conoscenze riacquistino nuova vitalità dipende dalle scelte economiche e sociali che saranno fatte a vari livelli con il supporto di una nuova consapevolezza dando luogo ad un’inversione di tendenza che porta ad un’omologazione e ad un appiattimento. In ogni caso il mantenimento di questi saperi si può attuare mediante una vera riscoperta del valore delle identità culturali, a cui evidentemente anche l’Etnobotanica contribuisce, nei suoi risvolti turistici, sia nella ristorazione che nel turismo ecologico, oltre che nei suoi aspetti ricreativi ed educativi e nelle in imprese “verdi”, senza trascurare il settore della ricerca di nuovi farmaci.

Cosa ha da offrire al futuro l’Etnobotanica? E come può essere utilizzata una scienza nata due secoli fa, per le sfide economiche, scientifiche e ambientali che ci aspettano?
Il realtà se l’etnobotanica appare un nome coniato in tempi relativamente recenti come appellativo di una nuova scienza, possiamo affermare che essa è stata  fra le prime forme di sapere dell’uomo, che dalla natura dipendeva per il suo sostentamento, per la cura delle diverse malattie, per la materia prima dei vari manufatti ed utensili legati alla sua vita quotidiana. L’Etnobotanica nasce quindi in realtà con l’uomo preistorico e quindi anche prima della botanica.  L’Etnobotanica può oggi offrire uno stile di vita più armonioso, più rispettoso delle identità culturali dei popoli, meno omologato, più ricco e diversificato, con la possibilità che tutto questo risponda alle sfide attuali del mondo, e ciò perché  l’economia è oggi più sensibile alle imprese verdi, ha riscoperto il valore delle tipicità e del turismo culturale, è più sensibile alla ricerca di nuovi farmaci che vengano dalla natura, anche attraverso la selezione che ne hanno fatto empiricamente i diversi popoli, oltre che per la necessità di una maggiore tutela dell’ambiente.
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