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SPETTACOLO

Conversazione con il regista siciliano

Scimeca racconta Fra Biagio, "Un'alternativa è possibile"

Pasquale Scimeca torna dietro la macchina da presa per raccontare la storia di Biagio Conte, e testimoniare, soprattutto ai giovani, che "al di là del tema della fede, una vita altra è possibile"

Pasquale Scimeca sul set di Fra Biagio
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di Alessandra Solarino Sono terminate da poche settimane le riprese di Fra Biagio, l’ultimo lavoro del regista Pasquale Scimeca. Un film che racconta la storia di Biagio Conte, e si interroga sui temi della ricerca del senso della vita, del rapporto con una natura aspra e provvida allo stesso tempo, del sogno, e della fede e dell'arte come scelte di libertà. Ripercorrendo a ritroso il viaggio di Fratel Biagio, da Assisi, a Roma, alla Basilicata, alla Calabria, alle Madonie, e infine a Palermo.

La storia di Biagio Conte
“Non volevo fare un film agiografico, né un documentario”, spiega Scimeca. La storia di Biagio, il missionario laico così popolare in Sicilia, forse poco conosciuto nel resto d’Italia, testimonia per il regista de I Malavoglia che “è possibile una vita altra, al di là del tema della fede”. Una vicenda che sembra lontana nel tempo, quasi irreale, la storia di un ragazzo come tanti che, in preda ad una crisi esistenziale, abbandona tutto e tutti, per cercare un senso alla sua vita, e decide di intraprendere, con il solo vestito che indossa, un viaggio che lo porterà da Palermo ad Assisi. 

La reazione al film
“Fra Biagio è un francescano autentico, non voleva essere protagonista di un film. Per lui il concetto di umiltà è qualcosa di vero, temeva di peccare di orgoglio”. Scimeca racconta un uomo semplice, controcorrente, che in un’età segnata dall’ansia dell’apparire preferisce il silenzio e il pudore. “Se Dio vuole lo farai -  le parole del regista a Biagio - altrimenti significa che non è il momento. Non voglio fare un film per glorificare te, ma perché sono convinto che nell’età in cui viviamo la tua testimonianza sia importante, soprattutto per i giovani”. 

Il giovane Biagio
Un ragazzo come tanti, a cui non manca nulla: ha una moto, una fidanzata, soldi in tasca, la prospettiva di un lavoro nell’azienda edile di famiglia. Ma tutto questo per lui non è importante. Non riempie quel vuoto che lo attanaglia. È alla ricerca di altro. E così si spoglia di tutto, e intraprende il percorso che lo porterà, a piedi e con il suo cane Libero, fino ad Assisi. 

"Biagio non è un intellettuale - spiega Scimeca - ha studiato da geometra, la sua crisi esistenziale in un primo momento lo porta alla chiusura interiore, inizia a leggere dei testi, a cercare delle risposte anche nella lettura, e il suo primo viaggio è verso la natura, la solitudine assoluta, ma anche il mistero, il senso del tragico, l’essenzialità delle cose”. Biagio ricerca se stesso, e in mezzo ai boschi e alle montagne, ritrova un’armonia perduta, una comunione che confina con il misticismo. "Capisce che quella è la vita, confrontarti ogni giorno con le asprezze, le ostilità, il buio”, ma anche con la bellezza e grandiosità della Natura. E in questa riscoperta si avvicina a san Francesco.

“A Dio arriva dopo, la solitudine lo porta verso una spiritualità inizialmente sciamanica, indistinta. Riacquista la fiducia negli uomini, scopre la pastorizia, il valore del tempo, i ritmi della Natura”. E dopo l’inverno passato con i pastori e il gregge in montagna, Biagio si ritrova nell’eremo francescano di Corleone, dove i frati vivono nella preghiera e nella meditazione.

Una scelta di libertà
“La sua fede è una scelta di libertà assoluta, l’opposto della costrizione, libertà dai beni materiali, una scelta che dà gioia. Così si abbandona al volere di Dio, e si mette alla prova”. Un percorso segnato da alcuni incontri che portano il giovane a contatto con la condizione degli ultimi. Decide così di dedicarsi a loro, nella sua città. “Tornando a Palermo - spiega Scimeca - capisce che l’Africa è qui, e, barbone tra i barboni, si prende cura degli altri, e li chiama, francescanamente, fratelli”. Arriva l’occupazione, prima di un vagone, poi di edifici abbandonati vicino alla stazione della città, e nasce così la Missione di speranza e carità.

“La testimonianza è contagiosa: arrivano persone di tutti i ceti ad aiutarlo, medici, studenti, donne e uomini come tanti, arriva don Pino, un salesiano che resterà con lui. Gli stessi barboni tornano ad essere uomini, si danno da fare, lavorano, aiutano gli altri”. Oggi le missioni sono tre, e, è il caso di dire, miracolosamente, il cibo non manca mai, anche nei momenti più difficili c’è sempre qualcuno o qualcosa in aiuto di Biagio e dei suoi fratelli. 

Il laico Scimeca 
Una storia che fa emergere il lato più mistico e religioso del regista di Placido Rizzotto e de La passione di Giosuè l'ebreo: “Avrei potuto fare un film su San Francesco, ambientarlo ai giorni nostri, un’operazione che si fa spesso nel cinema: perché se potevo raccontare la storia di Biagio?”. Il racconto si colloca sul finire degli anni 90, in una Palermo dominata da un clima di terrore, di paura per gli omicidi e i ricatti di mafia, all’apice di un’epoca dominata dai consumi e dalla crisi dei valori.
“Io sono un laico – spiega Scimeca - ma stare vicino a Biagio ti trasmette gioia, serenità, calore. Se si riesce ad avere fede nella libertà, a credere nella spiritualità che ti unisce con l’universo, non può essere tutto così banale. È lo stimolo di un percorso e attraverso questo film – confessa il regista- ho iniziato a fare i primi passi”.

Arte e fede
Il racconto del viaggio di Biagio porta il regista ad interrogarsi sulla dialettica tra arte e fede, secondo livello di lettura della pellicola: “l’alter ego della fede è l’arte, la creazione pura, scevra da compromessi”. La riflessione metacinematografica si concretizza nella figura di un regista, Giovanni, che per trovare spazio nel suo lavoro finisce con l’accettare dei compromessi, sacrificando la sua libertà, e quindi la sua arte.

Il Sogno come rivoluzione e utopia
Centrale nel film il tema del sogno, e dell’arte, come della vita, che non si fermano all’esistente, ma lo demistificano per cercare e costruire un mondo altro. “Non bisogna smettere di sognare, farlo significa la morte. Biagio segue il suo sogno, e diventa libero, noi che abbiamo smesso di cercarlo siamo vicini all’angoscia della morte. Siamo una società che ha smesso di sognare, ma il sogno è rivoluzione. Gesù, Francesco sono dei rivoluzionari, la loro vita è arte, rivoluzione”.

E il sogno inteso come visione altra e utopia è anche elemento fondante del cinema del regista siciliano, che per trasmettere l'idea che un mondo altro è possibile utilizza un linguaggio: “come diceva Pasolini, universale: il cinema parla anche a chi non sa leggere e scrivere, e non solo alla mente, ma al cuore”. 
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