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Uno su tre vuole un "man boss", ma cresce l'apprezzamento verso le donne

Gli americani preferiscono gli uomini. Sul lavoro un boss donna è ancora la seconda scelta

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Non interessa se bionde o meno, l’importante è che non siano donne. Sul posto di lavoro uomini e donne sembrano andare d’accordo: per un americano su tre è meglio un capo uomo che uno donna. Uno studio della società Gallup pone la stessa domanda dal 1953: “Stai per iniziare un nuovo lavoro e puoi scegliere il tuo capo: lo preferiresci uomo o donna?”. Sono gli anni della guerra fredda, alla Casa Bianca c’è Eisenhower, in Inghilterra sale al trono la regina Elisabetta e in Russia muore Stalin. Fine della guerra, consumismo e baby boom, allora il 66% degli americani opta per un capo maschio, mentre solo il 5% per una donna. 

In 60 anni di cose ne sono cambiate. Nonostante si continui a preferire un uomo alla scrivania del potere i numeri non sono più gli stessi. Oggi il 33% degli statunitensi continuano a preferire un “male boss” contro il 22% per una “female boss”. Ma la sensibilità è diversa e lo si legge in un altro numero, che trascende la netta distinzione uomo-donna. Per quasi la metà degli statunitensi infatti, il 46% per la precisione, è indifferente se alla poltrona principale c’è un uomo o una donna. Sono soprattutto gli uomini a sorvolare sulla preferenza, dimostrando che per loro non è importante il sesso di chi li andrà a “comandare”: il 58% degli uomini contro il 34% delle donne.  




La preferenza per le donne aumenta... grazie alle donne. Nello specifico a differenza di quello che si potrebbe pensare sono da sempre le donne le più propense a preferire un capo donna. Il 25% delle donne preferisce un capo femminile, mentre solo il 14% degli uomini lo vorrebbe. Un dato che spazza via l’immagine da “Eva contro Eva” di Mankiewicz in cui la lotta psicologica tra due donne si consumava nell'invidia. 

Donne che difendono le donne. Oggi diversi studi dimostrano che le donne a capo, si considerano agenti di cambiamento. Desiderose di migliorare le cose, cercano di rendere il posto di lavoro meno ostile, in particolare per le loro subordinate, e sono le prime a premiare il duro lavoro con la parità salariale. Insomma più dei loro colleghi si battono per il “gender equality”, la parità di genere.

Negli uomini si innesca un meccanismo diverso che trova le sue basi nella psicologia. Riecheggia il complesso di Edipo di matrice freudiana: secondo alcuni il bambino inizia a provare ostilità verso la figura materna sin dai primi anni e la porta con se' tutta la vita. Sul posto di lavoro però stereotipi e luoghi comuni sono duri a morire, ne fa le spese, al solito,per prima l'autorità delle donne. E se avete qualche dubbio sul fatto di avere o meno un atteggiamento di parte quando si tratta di donne, provate il cosiddetto "test di polarizzazione", sviluppato dall'università di Harvard.

E se potessi tornare indietro? Ma lo studio non si ferma qui. Nell’eventualità di avere una macchina per viaggiare indietro nel tempo, chi oggi ha un boss uomo se lo terrebbe stretto anche per il futuro, il 41% contro il 15% di chi opterebbe per una donna. Una preferenza meno netta invece per chi oggi ha un boss donna: il 33% affiderebbe la sua seconda possibilità a un uomo, mentre il 27% confermerebbe un superiore donna.
 
La politica fa la differenza. La diversa percezione della disparità tra i sessi trova un preciso corrispettivo anche in politica. Un abisso separa repubblicani e democratici. I primi preferiscono le donne nel 16% dei casi, mentre gli uomini nel 42%. Per i secondi invece c’è un sostanziale pareggio:  il 29% preferisce i maschi, mentre il 25% le femminile. 

La disparità parte dal linguaggio. Ad aprire il vocabolario la situazione non migliora. Oltreoceano per “boss” si intende sempre l’uomo e non esiste un temine per il corrispettivo femminile. Anzi “boss lady” è inteso in maniera dispregiativa, usato per una persona che si impone. Anche in italiano la questione non ha soluzione, il comune “capo” manca della versione femminile.




Eppure sembra che una delle cure alla crisi del mercato globale sia popolarlo di donne. A dirlo è il Financial Times. Con pari carriere, retribuzioni e possibilità di carriera a giovarne saremmo tutti. Oggi infatti le donne sono metà della popolazione mondiale, ma contribuiscono al 37% del Pil, guadagnando in media dal 15 al 20% in meno degli uomini.

Un'occasione mancata che si traduce in soldi persi. 28mila miliardi di dollari per l'esattezza. Un rapporto del McKinsey Global Institute analizzando 95 paesi nel mondo ha infattii calcolato che se le donne contribuissero allo stesso modo degli uomini come forza lavoro, ci sarebbe una crescita del 26%. Anche l'Italia non si salva. Maglia nera in Europa nella disoccupazione femminile, meno del 50% infatti lavora, secondo i dati Ocse si traduce in una perdita di almeno il 10% del Pil.

 
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