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Coronavirus

Il linguaggio che diventa metafora 'bellica'

Guerra e pandemia, differenze e similitudini. Intervista ad Alberto Negri

Il linguaggio 'bellico' usato in questi giorni da politici e informatori è corretto per descrivere l'emergenza pandemica? Alberto Negri, giornalista, per anni inviato di guerra: il vero nemico è la disuguaglianza

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di Antonella Alba
Ieri un articolo della rivista Internazionale poneva un interrogativo importante in merito all’utilizzo della ‘metafora della guerra’ nell’ambito della comunicazione politica e dell’informazione ai tempi del coronavirus. In molti, anche tra noi giornalisti, abbiamo trovato l’utilizzo della parola 'guerra' appropriato a quest’emergenza pandemica, tuttavia è un’esperienza che resta senza precedenti per tutti e soprattutto per i destinatari finali, cioè i lettori. Si parla di trincea negli ospedali, di munizioni insufficienti, di fronte del virus, di economia di guerra...

Abbiamo chiesto ad Alberto Negri, giornalista - inviato di guerra - che ne pensa dell’uso della terminologia o delle formule linguistiche ‘belliche’ in queste giornate. Questo linguaggio è realistico? Siamo in guerra o no, secondo lei?
Ai nostri padri è stato chiesto di andare al fronte, a noi di restare seduti sul divano. E’ cosa ben diversa. Il linguaggio bellico non rispecchia la realtà materiale politica e sociale che stiamo vivendo. Intorno a noi ci sono guerre vere che non finiscono o non sono finite con la pandemia come in Siria, in Libia, in Yemen, e mentre si usa un linguaggio bellico si continuano ad aumentare gli arsenali della Nato.

Che intende?
Agli inizi di marzo mentre la pandemia si espandeva è stato lo stesso segretario americano Mike Pompeo a chiedere ai paesi dell’Alleanza Atlantica della Nato di immettere altri 400 miliardi di dollari militari nelle risorse da destinare al comparto bellico. Ora si è arrivati a 1000 miliardi. Quindi il discorso non è dire se ‘siamo in guerra’ o no, ma caso mai dirottare ingenti risorse destinate alle spese militari all'uso civile, per la sanità e gli ammortizzatori sociali in questa delicata fase economica. Ci sono poi altre evidenze che ci dicono che il linguaggio bellico non è adeguato e anzi è fuorviante e incoraggia una retorica fuori luogo. Fintanto che i servizi essenziali rivolti a tutti funzioneranno e non saranno interrotti, non si può parlare di guerra. Quando comincia una guerra questi servizi non funzionano, ci sono problemi di approvvigionamento sanitario e alimentare che diventano enormi. Oggi viviamo una sorta di ‘coprifuoco’, ma non un check point con militari che ti sparano addosso. Ci viene chiesto solo di essere disciplinati e di restare a casa.

Quindi la lotta al coronavirus non presenta proprio nessuna similitudine con la guerra tradizionalmente intesa?
Sì, ce n’è qualcuna. Dobbiamo tener presente che in genere sono tre gli eventi che sconvolgono la vita dell’uomo: le guerre, le epidemie e le rivoluzioni. Di fatto alla fine di quest’epidemia potrebbero essere rimessi in discussione governi, sistemi politici e sociali che finora abbiamo accettato. Potremmo arrivare al fallimento di interi Stati, ed è qui che serve l’Unione europea.

Il virus è comunque un nemico invisibile, però non deve essere guardato come qualcosa di spaventoso ma solo come un’emergenza per la quale oggi siamo molto più attrezzati che in passato. Un secolo fa ci sarebbero stati probabilmente milioni di morti. Non bisogna farsi prendere dal panico e da paure irrazionali. Quello che deve far riflettere sono i nostri comportamenti individuali e sociali che mettono in pericolo l’ambiente e la Natura. Il vero nemico oggi è la destabilizzazione sociale ed economica, il vero nemico è la disuguaglianza, la perdita di posti di lavoro, cose che potrebbero favorire l’aumento del divario economico tra le persone già ad un livello spaventoso. Nel 2015 Thomas Piketty disse che sul pianeta 60 persone possedevano la ricchezza complessiva di 3,5 miliardi di persone. Questo deve farci riflettere. Il Fondo europeo di 100 miliardi di euro da destinare ai disoccupati allo studio in questi giorni a Bruxelles può essere una soluzione.

Il pubblico  può essere esposto a una sorta di pericolo propaganda politica mentre si informa sul virus?
Sì, questo è un momento in cui alcuni governi approfittano della situazione per consolidare o estendere ancora di più il loro potere sulla popolazione, è il caso dell’Ungheria dove il presidente Orban ha chiesto e ottenuto poteri speciali che ne fanno una sorta di autocrate nel cuore dell’Europa. Manovre di questo genere vanno contro tutti i principi democratici. La sua mossa non meraviglia, quello che piuttosto lascia perplessi sono le tiepide reazioni dell’Unione europea.

Si spieghi meglio
Il coronavirus può essere una tentazione per imporre alla popolazione un controllo più stretto, per esempio con il controllo dei movimenti anche digitali. Il modello cinese ad esempio, è inaccettabile per una società democratica. Pechino ha avuto una responsabilità enorme nel comunicare tardivamente la presenza di questa epidemia, è vero che già alla fine di dicembre e alla fine di gennaio l’opinione pubblica cinese si era mobilitata sui social per dare l’allarme sul coronavirus.

Eppure il modello sud coreano di controllo sui contagiati attraverso App è piaciuto...
Lì è diverso perché sono stati rispettati alcuni principi della privacy. Per quanto riguarda l'Italia è stato preso un provvedimento di emergenza già il 31 gennaio, purtroppo la scienza e i tecnici non hanno assistito il governo affinché fossero prese le decisioni giuste. Il 24 gennaio ricordo che due eminenti esponenti della virologia italiana dicevano che il coronavirus era poco più di una febbre influenzale. Queste dichiarazioni sono state dannose soprattutto per l’opinione pubblica che ha sottovalutato le indicazioni necessarie a contenere i contagi, come le distanze sociali ed evitare luoghi affollati.

Papa Francesco oggi ha detto “vorrei che pregassimo per tutti coloro che lavorano nei media, che lavorano per comunicare, oggi, perché la gente non si trovi tanto isolata". E non ultima la Rai che ieri ha creato una task force contro le fake news proprio in mezzo all’epidemia. Lei che ne pensa?  
Le parole del Papa sono un buon antidoto, che stimola i giornalisti e tutti coloro che lavorano nella comunicazione a dare il massimo, perché è proprio in momenti come questi che è importante una comunicazione corretta. Quest’invito del Papa dovrebbe essere esteso a politici e scienziati che dovrebbero essere chiari e precisi verso l’opinione pubblica, altrimenti diventa tutto molto più difficile. L’iniziativa della Rai è ottima per il controllo delle fake news: le fake news sono una emergenza che non finisce mai e non finirà mai neanche quando terminerà il coronavirus.
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