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MONDO

La crisi dei diritti umani

Il Myanmar e la fuga dei Rohingya. Aung San Suu Kyi rompe silenzio: Casi isolati non pulizia etnica

 Nelle ultime settimane sono stati tuttavia oltre 400 mila i Rohinga fuggiti in Bangladesh. San Suu Kyi era stata accusata di cinismo per il suo prolungato silenzio sulle sofferenze inflitte alla minoranza musulmana che vive al confine con il Bangladesh

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San Suu Kyi, leader  politica di fatto della Birmania e premio nobel per la pace, ha finalmente rotto il silenzio sul dramma della popolazione Rohingya, una minoranza musulmana sistematicamente perseguitata. San Suu Kyi ha condannato le violazioni dei diritti umani, ha aggiunto di non temere una verifica internazionale della situazione nella regione dei Rohingya, ma ha negato che ci siano state violenze diffuse.

L'assenza all'Assemblea generale Onu
Parole che arrivano nei giorni in cui il premio Nobel avrebbe dovuto partecipare all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite in corso a New York. Ma la leader la settimana scorsa aveva annunciato il suo forfait, proprio per la crisi dei diritti umani. Il premio. Aung San Suu Kyi nell'ultimo mese è stata aspramente criticata dalla comunità internazionale per la gestione della crisi nello stato di Rakhine.  Secondo stime delle Nazioni Unite, oltre 400mila musulmani Rohingya hanno dovuto lasciare i propri villaggi e tornare in Bangladesh per la violenta repressione dei militari birmani, iniziata a fine agosto e vivono in grande precarietà. Una situazione che l'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani Zeid Raad al-Hussein, ha denunciato come "pulizia etnica da manuale".

La prima versione di Aung San Suu kyi: "E' solo disinformazione"
Aung San Suu Kyi, in una telefonata con il Presidente turco Erdogan nei giorni scorsi aveva denunciato la "disinformazione" sulla crisi dei Rohingya. La 'Lady', come e' conosciuta dai birmani, aveva parlato di "pesante iceberg di disinformazione", che deforma il racconto di quel che sta accadendo. "Questo tipo di false informazioni e' solo la parte piu' visibile di un enorme iceberg di disinformazione", ha detto la San Suu Kyi.

La minoranza perseguitata
I Rohingya sono una minoranza di religione musulmana che vive nello Stato di Rakhine la cui repressione sta sollevando le critiche internazionali e gli appelli dei premi Nobel, 'colleghi' di Aung San Suu Kyi, il cui silenzio ha attirato molte perplessita'. Alcuni attivisti per i diritti umani indonesiani, il piu' popoloso Paese musulmano al mondo, hanno addirittura invitato il comitato per i Nobel a ritirare il premio alla leader birmana.  Parlando per la prima volta della crisi con un comunicato diffuso dal suo ufficio, lo scorso 25 agosto, Aung San Suu Kyi aveva detto che le 'fake news' erano messe in giro ad arte per "creare moltissimi problemi tra le diverse comunita'" e per promuovere "l'interesse dei terroristi".



L'atto di accusa di Malala
La voce più alta che si è levata contro la leader birmana è quella di un altro Nobel per la Pace. L'attivista pakistana e musulmana, Malala Yousafzai aveva infatti  aspramente criticato la 'collega' per ignorare la 'pulizia etnica' in atto contro la minoranza musulmana nei Rohingya.

"Ogni volta che leggo le notizie il mio cuore si spezza per le sofferenze del musulmani Rohingya in Myanmar", ha denunciato Malala, sopravvissuta miracolosamente ad un tentativo di assassinio da parte dei talebani locali in Pakistan quando a soli 15 anni nel 2012 lottava per dell'educazione femminile. "Nel corso degli ultimi anni ho ripetutamente condannato questa trattamento tragico e vergognoso. Sto ancora aspettando che la mia collega premio Nobel Aung San Suu Kyi faccia lo stesso", ha denunciato Malala, che conquisto' il Nobel per la pace nel 2014. Suu Kyi, Nobel per la Pace nel 1991, che ha passato oltre 20 anni isolata nella sua casa dalla giunta militare, e' ormai dal 2016 ministro degli Esteri e Consigliere di Stato (carica creata apposta per lei) che la pone di fatto, sempre con il placet dei generali, alla guida dello Stato. Ma Suu Kyi, buddista, non vuole inimicarsi il sostegno della maggioranza della popolazione birmana che odia i mususlmani.

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