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ITALIA

“L’Italia deve ridefinire le alleanze in Libia”. Intervista Michela Mercuri

Lo scenario libico torna al centro dell’attenzione internazionale. Cosa si sta muovendo in Libia? E per l’Italia esiste la possibilità di giocare un ruolo importante? Ne parliamo con la Professoressa Michela Mercuri, docente universitario, analista, consulente, autrice, editorialista e opinionista della storia e la geopolitica del Mediterraneo.

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di Pierluigi Mele Professoressa Mercuri, la LIBIA torna all'attenzione della pubblica opinione internazionale. L'occasione è stata data dalla liberazione pescatori di Mazara del Vallo sequestrati dalle milizie del signore della guerra della Cirenaica: il generale Haftar.. Liberazione avvenuta dopo l'incontro Conte e Di Maio con il leader libico. Una missione che ha fatto discutere il mondo politico italiano, tanto che i due rappresentanti del governo saranno presto sentiti dal Copasir. Di Maio ha smentito ogni tipo di scambio scabroso (scafisti). Da più fonti si parla anche di un intervento di Putin a favore degli ostaggi, come pure degli Usa. Insomma un incrocio di pressioni. FERMO RESTANDO che era doveroso portare a casa i nostri pescatori, alcuni si DOMANDANO qual è la contropartita promessa ad Haftar?
Da quello che ci è dato sapere, il prezzo pagato può essere definito un “prezzo politico” che, nei fatti, è stato l’implicito riconoscimento di Khalifa Haftar quale leader della Cirenaica. Il generale voleva che le massime cariche dello Stato italiano andassero da lui affermandone, de facto, la leadership e ci è riuscito. Un prezzo necessario per portare a casa i nostri pescatori, ma un prezzo che è più caro di quanto possa sembrare. Haftar, infatti, nonostante, sia stato ricevuto in pompa magna nei vari summit internazionali, compreso il vertice di Palermo del 2018, non ha alcun riconoscimento internazionale. E’ un generale che si è messo a capo di un esercito chiamato Esercito nazionale libico (Lna) che nell’aprile del 2019 ha ufficialmente dichiarato guerra al Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli, con a capo Fayez al-Sarraj, arrivando quasi a conquistare la capitale. E’ stato fermato solo dall’intervento della Turchia che ha fornito armi e mercenari alle milizie dell’ovest. Tuttavia Haftar, che sembrava oramai sconfitto, è riuscito sia grazie a questa mossa sia grazie all’accordo per la ripresa della produzione di petrolio, realizzato con il vice premier libico Ahmed Maitiq, a resuscitare dalle sue ceneri. Ora “l’araba fenice”, forte del supporto di Russia, Egitto, Francia, Emirati e del formale riconoscimento da parte dell’Italia è di nuovo uno degli attori più influenti dell’est. Per questo è probabile che aspiri a un ruolo politico nei futuri assetti del Paese.
Per quanto riguarda Putin, vicino ad Haftar, è possibile che sia stato uno dei protagonisti delle trattative. Difficile dire se l’intercessione di Mosca sia stata favorita da una telefonata dell’ex premier Silvio Berlusconi, con cui il leader del Cremlino continua a mantenere buoni rapporti personali, o da una richiesta da parte del nostro governo, con cui i rapporti sono meno solidi. Tuttavia ritengo che un ruolo importante sia stato giocato anche da intese intra-libiche mediate attraverso Ahmed Maitiq, l’unico interlocutore dell’ovest con cui Haftar sembra disposto a trattare. Escludo, invece, che vi sia stato lo scambio di prigionieri richiesto dal generale ma è plausibile ipotizzare che durante l’incontro tra Haftar, Conte e di Maio se ne sia parlato, magari in termini di una possibile revisione dei processi. Una vicenda necessariamente fumosa che non è facile da interpretare, ma una cosa è evidente: nonostante le difficoltà i nostri servizi segreti hanno svolto in maniera costante il loro lavoro.

Può questa vicenda rappresentare una opportunità per il nostro Paese di rientrare in gioco nella partita libica?
Riallacciando i rapporti con Haftar l’Italia non è rientrata nel teatro libico. O, se lo ha fatto, lo ha fatto da una posizione di netta inferiorità, necessaria, però, a riportare a casa i nostri pescatori, che ritengo sia la cosa più importante. Ci sono attori ben più radicati sul terreno, come Russia, Turchia, Francia ed Egitto che hanno giocato bene la loro partita e ora sono i “player che contano”. Il problema dell’Italia sta nel fatto che, soprattutto negli ultimi anni, ha mantenuto una posizione di “debole equilibrismo” tra Haftar e gli attori dell’ovest, lasciando campo libero ad altri Paesi. Inizialmente abbiamo sostenuto il Governo di accordo nazionale, nato con gli accordi di Skhirat nel 2015, ma nel momento del bisogno, quando Haftar lo ha attaccato, ci siamo tirati indietro, lasciando campo libero alla Turchia che ora controlla l’ovest. Nel frattempo abbiamo anche interrotto il dialogo con Haftar e questo ci è costato caro. Basti ricordare che il primo settembre, proprio quando sono stati sequestrati i pescatori, il ministro degli esteri italiano, Luigi di Maio, si era recato in Libia a incontrare Aquila Saleh (Presidente del parlamento di Tobruk) e Sarraj ma non Haftar. Uno smacco che ha favorito il gesto rabbioso del generale che ha trattenuto per più di 100 giorni i pescatori a Bengasi. Prima di “rimettere mano” al dossier libico e tentare di rientrare in partita è necessario elaborare una strategia politico-diplomatica chiara e lungimirante; decidere che ruolo vogliamo giocare e con chi ma soprattutto “fare pace” con la categoria dell’interesse nazionale e su di esso costruire quel necessario ponte strategico tra politica interna e politica estera.  Senza aver ben chiari questi elementi forse sarebbe meglio fermarsi un attimo a riflettere per non commettere errori che, stavolta, potrebbero essere irreparabili.

Veniamo al quadro generale. La diplomazia sta segnando il passo. E il rischio alto è che si vada sempre più verso una Libia divisa in DUE, egemonizzate da Putin e Erdogan, con buona pace del tentativo ONU di creare un governo unitario. Perché si è dimesso il diplomatico bulgaro, Nicolay Mladenov, inviato speciale ONU? Forse non era credibile?
Una delle partite più complesse attorno a cui ruotano gli equilibri della Libia è quella tra Mosca e Ankara. Tra Turchia e Russia permane uno strano rapporto di competizione/collaborazione che produce una sorta di “pace fredda”. È chiaro che sia la Russia che la Turchia hanno investito un enorme capitale politico, militare e finanziario in Libia ed entrambi vogliono ottenere importanti ritorni geopolitici e materiali. Nessuno dei due può ritirarsi ma nessuno dei due può vincere escludendo l’altro. In Libia, così come in Siria, russi e turchi sono “intrappolati” in una sorta di “competizione anomala” basata sul mantenimento di una linea di comunicazione costante, cercando di escludere colpi bassi o atti eccessivamente ostili. In questo contesto, una spartizione in sfere di influenza turco-russe è uno scenario possibile ma che dovrà tenere conto anche degli altri attori coinvolti nel teatro libico. Se è vero che Mosca e Ankara hanno importanti asset sul terreno, tra cui alcune basi strategiche, ci sono, però, anche altri player interessati alla “ricca fetta” della torta libica. In primis la Francia, che sta rafforzando la partnership con l’Egitto per rientrare in partita. Macron considera al-Sisi un alleato importante in chiave anti-turca, necessario a contrastare le mire espansionistiche di Erdogan in Libia e, più in generale, nel Mediterraneo. Ad aggiungere ancora qualche tassello a questa “lectio magistralis di spietata realpolik” basti ricordare tutti gli altri affari di Macron in Libia. Se da un lato il presidente francese vende armi agli alleati di Haftar, dall’altra non dimentica l’ovest. Di recente l’autorità petrolifera libica (Noc) ha discusso con la Total un aumento della produzione di greggio e lo sviluppo di progetti di cooperazione in vari settori. Questa competizione ha sicuramente influito sulle dimissioni del nuovo inviato speciale dell’Onu in Libia, il bulgaro Mladenov.  Il diplomatico ha parlato di motivi familiari e personali ma, in realtà, quando si parla di “motivi personali” c’è sempre dietro qualcosa di ben più grosso che non può essere detto. E’ probabile che ci siano state pressioni per sostituirlo con un nome gradito a una delle parti in gioco. Probabilmente il diplomatico non era ben voluto dalla Turchia perché considerato troppo vicino agli Emirati arabi uniti. Cosa che sarebbe confermata dal giudizio negativo di Ankara alla sua nomina.

Intanto Le milizie di Haftar hanno occupato la strategica città di Ubari. La città è vicina alle aree petrolifere del Saharara. Li c'è anche un importante aeroporto militare che è strategico per i Russi. Le chiedo c'è da aspettarsi un ennesimo conflitto armato totale, oppure è "solo" un rafforzamento di posizione da Far pesare in una possibile trattativa con Tripoli?
Purtroppo, nonostante gli impegni per una mediazione intra-libica, che si sono svolti anche durante i colloqui di Tunisi dello scorso novembre, temo che in Libia potrebbero tornare a “suonare le armi”. Nel Paese ci sono mosse che stanno passando inosservate dalla più parte dei media ma che non lasciano presagire nulla di buono. Ci sono movimenti di truppe turche vicino a Sirte e Jufra. Se le cose si metteranno male non possiamo escludere che l’Egitto, con la longa manus francese, potrebbe reagire. Il federmaresciallo Haftar, qualche giorno fa, ha fatto appello ai suoi a riprendere le armi per “cacciare l’occupante turco”. Per tutta risposta Ankara ha ribadito che se lo faranno “non avranno un luogo dove scappare”. Inoltre, il parlamento turco ha adottato, di recente, una mozione che proroga di 18 mesi il dispiegamento delle forze in Libia impegnate anche nell’addestramento delle milizie del Gna. Insomma, tutte le pedine del risiko sembrano pronte per un nuovo scontro. Tuttavia, vista l’imprevedibilità del teatro libico è anche plausibile ipotizzare che l’occupazione di Ubari potrebbe non essere il preludio di un’altra guerra ma solo un modo per Haftar di “fare la voce grossa” e di consolidare le sue posizioni nell’est e nel sud del Paese, per avere maggiore potere contrattuale al tavolo negoziale con il governo di Tripoli e per mantenere il controllo delle risorse petrolifere del giacimento di Sharara, uno dei più importanti della Libia. Va detto che i libici non vogliono “impantanarsi” di nuovo in una guerra sanguinosa che li riporterebbe sull’orlo del baratro economico. Chi porta guerra rischia di perdere popolarità nel Paese. E di questo Haftar è ben conscio. Così come ne è ben conscio il presidente egiziano al-Sisi. Pochi giorni fa una delegazione egiziana si è recata a Tripoli. Si mormora anche di una imminente visita di Sarraj in Egitto. Tutti elementi che potrebbero far propendere per nuovi tentativi di trattative.

Un altro fattore di rischio è rappresentato dai fratelli musulmani, che ruolo stanno giocando?
La Libia è il teatro di una guerra che assume anche contorni confessionali. Da un lato la Turchia e i suoi progetti di espansione geopolitica ed egemonica del mondo islamico attraverso lo strumento dell’islam politico e della Fratellanza musulmana, dall’altra il fronte arabo filo-occidentale, guidato dall’Egitto e finanziato, soprattutto, dagli Emirati arabi uniti e dai sauditi che temono l’espansione turca. In questo contesto i Fratelli musulmani sono rimasti molto delusi dal fallimento delle trattive per il nuovo consiglio presidenziale. E’ probabile che credessero che l’attuale ministro dell’interno, Fathi Bashagha, molto vicino alla fratellanza, sarebbe divenuto primo ministro. Questo non è accaduto e ora il loro ruolo appare indebolito soprattutto dopo l’accordo per la ripresa della produzione di petrolio tra Khalifa Haftar e il vicepremier Ahmed Maitiq che ha rinvigorito il ruolo di quest’ultimo. Maitiq è un uomo politico, ma anche uomo di affari, esponente di Misurata ma vicino, tra gli altri, a Usa e Italia e in questo momento anche ad Haftar (a sua volta sostenuto dagli Emirati e dall’Egitto). Insomma, uno che potrebbe mettere tutti d’accordo, ma forse non la Turchia. I giochi per i Fratelli Musulmani sono, dunque, ancora aperti.

Veniamo a al Sarraj. Come sta gestendo l'abbraccio di Erdogan?
In realtà credo che in questo momento Erdogan preferisca “abbracciare” il ministro dell’interno Fathi Bashagha, esponente di Misurata e più vicino ai Fratelli musulmani e questo infastidisce non poco Sarraj che ha assecondato tutti i desiderata di Ankara pur di frenare l’avanzata di Haftar verso Tripoli. La spaccatura tra il leader del Gna e Bashagha è venuta a galla lo scorso 28 agosto quando il ministro dell’interno è stato sospeso dal suo incarico da Sarraj (formalmente) a causa della sua cattiva gestione delle proteste in corso nella capitale. Tuttavia pochi giorni dopo è stato reintegrato. Ordini da Ankara? Probabilmente sì. Dietro lo scontro politico fra il premier onusiano e ministro dell’interno, c’è l’inimicizia fra le milizie tripoline e quelle di Misurata, fedeli al loro concittadino Bashagha. Unite nella lotta al nemico comune, Khalifa Haftar, ora cercano un posto al sole nei futuri equilibri dell’ovest e lo scontro interno è inevitabile. Sullo sfondo c’è la competizione fra Erdogan e alcuni sostenitori di Sarraj, come ad esempio gli Usa. In questa lotta intestina si inserisce anche “l’astro nascente” Maitiq, anch’esso misuratino e ben accetto dagli americani ma anche dagli italiani. Insomma, un gioco a tre, sostenuto da potenze esterne, che sta spaccando il fronte dell’ovest. In questo contesto in ebollizione potrebbe esserci uno spiraglio anche per l’Italia. Basti ricordare che pochi giorni fa Sarraj ha trascorso quattro giorni in visita privata a Roma. Sicuramente non si è trattato di una visita di piacere. Sfruttare questa nuova apertura del leader del Gna restando in buoni rapporti con Maitiq e facendo fruttare quel minimo dialogo riguadagnato con Haftar, seppure in posizione di netta inferiorità, potrebbe fare rientrare l’Italia in partita. Saremo capaci di farlo?

Trump ha lasciato spazio libero A Russia e. Turchia, con effetti devastanti per gli interessi italiani ed europei (a parte quelli francesi). Il nuovo presidente Biden come si muoverà?
Negli ultimi anni Washington ha smesso di essere protagonista nel Mediterraneo, una regione dove un tempo dominava. In questo contesto Biden non paga solo il “disinteresse libico” dell’amministrazione Trump ma anche l’errore dei suoi predecessori. Barack Obama, nel 2011, seppure poco convinto, avallò l’attacco a Gheddafi da parte della coalizione internazionale che portò la Libia nel caos. Poi, nonostante l’uccisione dell’ambasciatore americano Christopher Stevens nel 2012, gli Usa decisero di abbandonare ogni intervento nella crisi libica per delegarne il controllo a un’Europa dimostratasi del tutto incapace di gestire la situazione, anche a causa delle divergenze interne. Tuttavia, in politica estera gli spazi vuoti non esistono e vengono sempre riempiti. In Libia ci hanno pensato da un lato la Turchia e il Qatar e dall’altro la Russia, gli Emirati, l’Egitto e la Francia che, pur essendo parte dell’Unione europea, ha sempre prediletto un approccio atto a perseguire i suoi interessi nazionali. Ad aggiungere benzina sul fuoco, il disinteresse americano al Mediterraneo orientale e meridionale, che ha caratterizzato l’amministrazione Trump, ha permesso alla Russia di impiantare una formidabile rete militare in questa area. Oltre alle roccaforti siriane di Latakia e Tartus e alla presenza militare in Cirenaica, Putin è riuscito a sostituirsi agli Usa nel fiorente mercato della vendita di armi all’Egitto e ad altri Paesi. La partita rischia di ridursi a un gioco a due tra Russia e Turchia, con altri attori comprimari tra cui la Francia. La questione non è certamente semplice. Washington non può abbandonare il Mediterraneo, un mare dove sono presenti alleati strategici e dove Mosca e Pechino ambiscono a sfruttare gli spazi lasciati vuoti dal rimodellamento degli impegni americani, ma per evitare che questi vuoti di potere creino ulteriore instabilità o il rafforzamento di “potenze nemiche” l’unica soluzione è quella di bussare alle porte degli alleati. Scelta che rischia, però, di essere particolarmente complessa: chi sono gli alleati su cui fare affidamento? Sarà questa la domanda a cui dovrà rispondere Biden.

Nel dicembre del 2021 sono previste elezioni politiche in Libia.. UTOPIA?
Vista la situazione appena descritta le elezioni del 2021 paiono una chimera. Prima di indire elezioni è necessario rispettare una road map, come quella proposta durante i colloqui di Tunisi, che prevede alcuni step preliminari fondamentali, tra cui il mantenimento del cessate il fuoco, lo smantellamento delle truppe libiche e dei gruppi armati stranieri presenti sul terreno e la creazione di un nuovo consiglio presidenziale formato dai membri delle tre regioni libiche. Se guardiamo a cosa accade nel Paese non possiamo non notare come questi tre “punti fermi”, in realtà sono in bilico. Il cessate il fuoco rischia di precipitare da un momento all’altro, potenze straniere hanno “piantato” basi sul terreno e non sembra abbiano la minima intenzione di andarsene. Non è stato raggiunto nessun accordo sui nomi dei candidati del futuro consiglio presidenziale, in particolare di colui che dovrà ricoprire la carica di primo ministro del Gna, evidenziando tutte le spaccature politiche presenti all’interno del Paese. Pensare che in un anno si possano superare tutti questi ostacoli è quasi illusorio. Tuttavia, ci avviciniamo al nuovo anno e l’augurio per i libici è che questo percorso possa realizzarsi in tempi brevi.
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