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CULTURA

Incontro con l'autore di "Necropoli"

Le identità, i lager dimenticati, la guerra e l'amore. Conversazione con Boris Pahor

Lo scrittore triestino di nazionalità slovena, a Roma per presentare a Più libri più liberi il suo ultimo lavoro, "Quello che ho da dirvi", parla della repressione fascista, delle identità e dell'utopia della donna e dell'amore

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di Alessandra Solarino “Vorrei un caffè per schiarirmi la voce”: sono le prime parole di Boris Pahor quando lo incontriamo all'hotel dell'Eur dove alloggia. È arrivato in ritardo perché si è trattenuto più del previsto al ristorante, "ha mangiato più del solito” ci spiega, con aria di scuse, la sua addetta stampa. Ma il tempo è poco, lo scrittore tra poco deve spostarsi al Palazzo dei Congressi per la Fiera della piccola e media editoria. E non appena si siede inizia la nostra conversazione. Boris Pahor, 102 anni, triestino di origine slovena, è uno dei testimoni del Secolo breve, quel Novecento che definisce "una pestilenza, non si deve ripetere". Nato nel 1913 nella Trieste asburgica, ha attraversato due guerre mondiali, vissuto la repressione dell'identità slovena negli anni del Fascismo e l'inferno dei campi di concentramento. "Sono cresciuto molto presto. A 7 anni ho visto l'incendio della casa della cultura slovena, sette piani, dove poco tempo prima avevo ricevuto i regali di San Nicolò. Era la distruzione dell'identità". Il rogo del Narodni dom, un ricordo su cui Pahor ritorna spesso, un episodio che ha segnato tutta la sua vita: "è stato un trauma psicologico". Ricordando l'italianizzazione forzata dei nomi, la chiusura delle scuole slovene, l'imposizione dell'italiano, commenta: "eravamo trattati peggio degli schiavi, a questi per lo meno si lascia la lingua, noi dovevamo diventare italiani per forza. Oggi purtroppo il globalismo fa la stessa cosa, cerca di costruire l'uomo mondiale, mentre tutto il resto non esiste". 


(L'incendio del Narodni dom nel 1920 a Trieste) 

"Quello che ho da dirvi"
Nel suo ultimo libro "Quello che ho da dirvi" (edito da Nuovadimensione), Pahor dialoga con alcuni studenti delle superiori. Uno dei tanti incontri nelle scuole a cui in questi ultimi anni lo scrittore, più volte candidato al Nobel, dedica il suo tempo e le sue energie: "Per me - ci spiega -  significa il passato per il futuro, che è quello che mi interessa" perché soltanto attraverso la conoscenza di quello che non è scritto nei libri di storia, ci dice, si può "cambiare il mondo". "Bisogna dire ai ragazzi fatti una tua cultura, quella della scuola può darsi che valga, può darsi che non valga. Bisogna conoscere la verità, non quella che piace a chi ci governa, ma quella della gente che ha vissuto. Quella del popolo, che è la vera storia". 



In un mondo sempre più differenziato, in cui ci si interroga sul modello corretto di inclusione dell'altro, Pahor riflette sui rapporti tra maggioranze e minoranze: "è migliorato. Per esempio nei Paesi scandinavi". Cita anche l'esempio della Spagna e dei catalani: "A Barcellona si studia anche il catalano, in Catalogna lo spagnolo. La Francia invece è negativa, l'ho detto anche in incontri pubblici. Il francese è la lingua della Francia, le altre lingue sono lasciate lì. Ma le lingue sono una ricchezza, non vogliono morire". A Trieste dal 2001 "con la legge di tutela abbiamo le nostre scuole, noi traduciamo gli uni gli altri, tra italiani e sloveni oggi c'è uno scambio". 

Nel libro torna il tema dei campi di concentramento dimenticati, quelli dove erano internati i detenuti politici. Pahor ricorda il suo romanzo "Triangoli rossi", la continuazione di "Necropoli", dal segno riportato sul petto che contraddistingueva i detenuti politici dagli altri. "C'erano la fame, le malattie. C'erano i campi del Fascismo, che devono ancora essere riconosciuti". Rab (Arbe), Gonars, Chiesanuova (a Padova), Visco. "Quello di spedire la gente nel campo di concentramento era un modo per svuotare i paesi in maniera che i partigiani di passaggio non fossero rifocillati, ospitati per la notte". 


(Il campo di Dachau, uno dei lager in cui venne internato Pahor)

Pahor riflette anche sulla guerra al terrore. "Continuiamo ad intrometterci negli affari degli altri popoli, con altre forme di dominazione rispetto al colonialismo. Con il risultato che altri popoli si sentono dominati e si vendicano distruggendo. Ma non cambia niente distruggendo, uccidendo. Ha ragione il Papa, con le guerre non si risolve niente". 

L'utopia dell'amore e della donna
E se la natura dell'uomo per lo scrittore sloveno è quella di dominare l'altro, la conoscenza come strada verso il cambiamento "è una strada che non c'è. Ci vorrebbero professori che insegnassero la storia vera. Soprattutto le donne possono cambiare la società".

L'amore, le donne della sua vita, da sua madre, all'infermiera amata in sanatorio reduce dai lager, alla moglie Rada, scomparsa pochi anni fa, sono un altro tema centrale dell'ultimo libro. "È stata la donna con il suo amore che mi ha fatto convincere a credere nell'uomo. Intanto perché lei può creare l'uomo nuovo, qualcuno che possa dire finiamola con il distruggerci a vicenda, stiamo distruggendo anche la terra. L'amore - continua - non è solo quello di due corpi che si uniscono, che è bellissimo, è comprensione, armonia, ma deve anche essere amore sociale, come predicava il Vangelo". 

Lui che è vissuto con la morte accanto, oggi ha paura di morire? "Sono religioso ma non credente. Ho paura di quello che c'è dopo, dell'infinito". Poi si guarda intorno e chiede: "Il caffé che avevo chiesto, arriva?". 
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