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MONDO

Uno dei due rapiti era già sfuggito a due imboscate

Gli italiani rapiti in Libia non avevano una scorta. E la società non aveva informato la Farnesina

Il portavoce del municipio: "I sequestratori hanno già compiuto in passato imboscate e rapine". Ma il capo dell'Unità di crisi della Farnesina ai microfoni di Rainews 24 spiega: "E' troppo presto per definire i contorni di questo evento, la situazione va seguita ora per ora"

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In mano a criminali locali - non terroristi di matrice jihadista - noti nella zona. Sarebbero ancora nell'area di Ghat e si stanno attuando controlli e blocchi nelle possibili vie di fuga per evitare che vengano spostati. Il principale punto di contatto e' per ora il sindaco della cittadina libica, Komani Mohamed Saleh, personaggio molto influente nella zona, che ha dato la notizia del sequestro e l'ha confermata alla Farnesina. Ma con il passare delle ore aumentano anche gli interrogativi. Come mai i tecnici italiani non disponevano di una scorta per spostamenti in aree comunque pericolose? E perché l'azienda non aveva infornato la Franesina sulla presenza e sugli spostamenti dei propri dipendenti?


A due giorni dal rapimento dei tre tecnici della Con.I.Cos - i due italiani Bruno Cacace (56 anni) e Danilo Calonego (66) ed un collega canadese - non ci sono ancora stati contatti diretti con il gruppo dei rapitori, ne' rivendicazioni o certezze.

La prudenza del governo
Il premier Matteo Renzi sta seguendo da vicino il caso, insieme al sottosegretario all'Intelligence, Marco Minniti. "Su queste cose - ha detto Renzi - lavoro, silenzio e prudenza". In ansia le famiglie, che attendono notizie.  

Gli uomini dei servizi al lavoro
Il lavoro e' febbrile all'Aise ed alla Farnesina per scongiurare il ripetersi del lungo sequestro degli operai della Bonatti, spostati da una parte all'altra della Libia e conclusosi con l'uccisione di due ostaggi. Proprio in seguito all'esito di quella vicenda, il direttore dell'Aise Alberto Manenti - che il 4 ottobre sara' ascoltato dal Copasir in audizione - ha cambiato nei mesi scorsi gli uomini che seguono da vicino il Paese africano e si occupano di gestire i sequestri. Un team del servizio - guidato da un vicedirettore - e' partito per Ghat. Il tempo stringe. Col passare dei giorni la situazione si complica in un Paese polveriera, dove proprio in questi giorni si sta dispiegando la missione Ippocrate con 300 militari italiani a Misurata per allestire un ospedale da campo.    I

Il caso della scorta che non c'era
Quello che si sa, per ora, da fonti delle autorita' locali, e' che i tre lunedì mattina viaggiavano su un auto con autista, senza scorta, lungo la strada che attraversa il deserto tra Ghat e Ubari. Non sono novellini, ma veterani della zona, che dunque consideravano sicura. Calonego e' anche un musulmano convertito e sembra che proprio per questa ragione nel 2014 sia sfuggito ad un altro tentativo di sequestro nel deserto libico. La loro presenza non era stata comunicata alla Farnesina.

"Quando una societa' italiana opera in Libia - ha spiegato il capo dell'Unita' di crisi, Claudio Taffuri - la esortiamo a dotarsi di un sistema di sicurezza. Per noi e' un paese a rischio, ma capisco le imprese che hanno interesse sul posto e dunque sono invitate a dotarsi di sistemi sicurezza". Il mezzo sul quale viaggiavano e' stato bloccato da auto con uomini armati a bordo che hanno legato l'autista e portato via i tre tecnici. C'e' l'ipotesi che l'azione fosse stata ideata come un rapimento-lampo, per ottenere subito un riscatto dall'azienda - che da molti anni lavora in Libia, dove ha anche uffici - e rilasciare gli ostaggi prima ancora che il caso diventasse pubblico. Ma qualcosa e' andato storto. Tutte ipotesi, appunto, in mancanza ancora di dati e testimonianze attendibili.    

Gli ostaggi non sono stati spostati dall'area
E' stato proprio il sindaco di Ghat, Komani Mohamed Saleh, a rendere pubblicolunedì il rapimento. Ed e' lui - per ora - il principale referente delle autorita' italiane che stanno lavorando alla risoluzione del caso. Dalla municipalita' della cittadina fanno sapere che i rapitori sono personaggi noti alle autorita' locali per essersi resi responsabili, in passato, di rapine e imboscate contro auto. L'area e' dominata dall'etnia tuareg e sembra che il sindaco goda di un certo prestigio sul territorio e si sia messo subito al lavoro, coordinando le varie milizie presenti, per trovare il covo dove sono stati condotti gli ostaggi. A quanto pare, non avrebbero lasciato l'area di Ghat e dunque sono stati attuati posti di blocco e controlli per evitare che vengano trasferiti altrove o passati di mano ad altri gruppi, di matrice jihadista, che potrebbero utilizzarli per rivendicazioni 'politiche' contro la presenza italiana e in Libia. C'e' ora da vedere se dal gruppo criminale partiranno richieste e si potra' cosi' intavolare una trattativa. Ed interviene anche Tripoli, cui Ghat e' fedele nel complesso groviglio delle alleanze libiche. Il vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo di unita', Moussa el Kouni, ha espresso "una forte condanna" per il rapimento ed ha assicurato che saranno intensificati "gli sforzi politici con i servizi di sicurezza e gli abitanti del sud di Ghat e le regioni di confine per trovare i sequestrati".

La Procura di Roma potrebbe interrogare l'autista
Intanto la procura di Roma ha delegato ai carabinieri del Ros una serie di attivita'. Tra queste, quella di apprendere dall'azienda cuneese notizie sugli ultimi contatti con i due tecnici, attraverso quale canale si e' saputo del loro rapimento, chi era l'autista libico, scampato al rapimento e quali misure di sicurezza era state adottate. Per lo stesso autista potrebbe essere chiesto un interrogatorio.

La sorella: "Sarebbe tornato a casa domenica"
Ancora pochi giorni e Bruno Cacace, rapito in Libia con il collega Danilo Calonego, avrebbe fatto rientro in Italia. Il tecnico cuneese della Con.I.Cos era atteso per domenica a Borgo San Dalmazzo, il paese della Valle Stura dove vive la famiglia. "La vita di Bruno e' qui, non in Libia", racconta la sorella maggiore Ileana nel cortile di villa Primula, la casetta a due piani dove assiste l'anziana madre Maria Margherita con l'altro fratello, gemello del sequestrato, Claudio. Stefania e Lorenza, le figlie, sono invece rimaste in Francia, dove vivono, in contatto diretto con la Farnesina.    "Bruno doveva tornare a casa domenica", rivela la sorella Ileana, gli occhi pieni di terrore. "Potete immaginare come mi sento, non so neanche piu' come mi chiamo", dice con la voce che le trema. Per tutta la notte ha atteso che qualcuno le dicesse che il fratello era stato liberato, che stava bene, ma la telefonata tanto attesa non e' ancora arrivata. "Il cantiere della Con.I.Cos, all'aeroporto di Ghat, era praticamente finito - prosegue la donna nel suo racconto -, mio fratello si sarebbe fermato in Italia per qualche mese per poi ripartire per un altro lavoro".    

Sfuggito ad altre imboscate e convertito all'Islam
Cosi' non e' stato e ora c'e' chi critica la decisione di togliere la scorta ai due italiani, anche se la notizia non trova conferme ufficiali. "In effetti...", si limita a dire Ileana, prima di scappare in casa dalla madre. Le notizie che circolano a Borgo San Dalmazzo sono ancora frammentarie. "Ho parlato con un nostro referente libico, mi ha detto che li hanno fermati in mezzo alla strada, nel deserto", racconta Pier Luca Racca, ex dipendente della Con.I.Cos che conosceva bene i due rapiti. "In Libia non era piu' come una volta, cosi' nel 2014, dopo dieci anni, sono tornato. Ho provato a chiamare alcuni colleghi ancora la', ma i telefoni non squillano neppure".    L'uomo, che e' tornato a vivere a Mondovi', dove oggi gestisce una edicola, ricorda bene anche Calonego, "un meccanico straordinario". Originario della provincia di Belluno, 66 anni. "Lo abbiamo sentito domenica sera. Era tranquillo al campo dove stava effettuando le consulenze per le quali si trovava li'", dicono le figlie Simona e Pamela, che vivono a Sadico. L'uomo si sarebbe convertito all'Islam dopo il suo secondo matrimonio con una donna marocchina. E proprio grazie ad un documento che attestava la sua adesione alla religione musulmana sarebbe riuscito a fuggire ad un precedente tentativo di rapimento, nell'ottobre 2014, da parte di un gruppo di predoni nel deserto libico. "Forse l'hanno visto, non lo so, - aveva detto riferendosi al documento in una intervista di qualche anno fa - o forse il crocifisso che ancora porto al collo mi ha aiutato a uscire da quella situazione. Comunque ci hanno lasciati andare, rubandoci telefoni e camere e sparando una raffica di colpi in aria".
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