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MONDO

Bago

Myanmar, oltre 80 manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza

Proteste e scontri dopo il colpo di stato dei militari del 1° febbraio

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In Myanmar sono 82 le persone uccise, in un solo giorno, dalle forze di sicurezza nel corso delle proteste che si susseguono dopo il colpo di stato dei militari del 1° febbraio. Il bilancio delle vittime viene compilato dall'organizzazione Assistance Association for Political Prisoners, che emette il conteggio giornaliero delle vittime e degli arresti effettuati dopo l'estromissione del governo eletto di Aung San Suu Kyi.

19 condanne a morte, di cui 17 in contumacia
Nel Paese 19 persone sono state condannate a morte per l'uccisione di un soldato: sono le prime sentenze, le prime condanne alla pena capitale dopo il golpe. Secondo quanto riferito dal portale Eleven media, 17 degli imputati sono stati condannati in contumacia e sono ricercati per l'omicidio, avvenuto presumibilmente alla fine di marzo in un distretto di Yangon dove i militari avevano decretato la legge marziale. Il canale pubblico Mrtv, ora controllato dalla giunta, ha diffuso ieri le fotografie dei due detenuti arrestati. 

Centinaia di vittime 
Ieri era di 614 il bilancio le vittime civili in Myanmar, uccise durante le proteste e negli scontri. Lo riporta sul suo sito web l'organizzazione Assistance Association for Political Prisoners (Aapp), secondo cui le persone arrestate sono state 2.857 mentre quelle condannate 52.

Il vertice Asean
A fine aprile si svolgerà il vertice dell'Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) e secondo diversi analisti, il summit sarà occasione per fare pressioni sulla giunta militare affinché fermi le violenze e ripristini le istituzioni democraticamente elette. Tra i Paesi parte del blocco, secondo varie fonti di stampa internazionale, starebbe crescendo la linea di cooperare con la Cina, ritenuto l'attore più adatto per convincere i generali a invertire la rotta intrapresa.

L'editoriale: Myanmar  "esempio da manuale dell'autoritarismo" 
La testata birmana The Irrawaddy ieri ha pubblicato un editoriale in cui descrive l'attuale situazione in Myanmar come "un esempio da manuale dell'autoritarismo". Da quando è stata imposta la legge marziale, per le strade del Paese circolano vetture delle forze di sicurezza che tramite gli altoparlanti ricordano le principali regole da osservare. "Sono vietati i raduni di più di cinque persone tra le 5 del mattino e le 19, i blocchi stradali improvvisati, l'uso delle moto, il trasporto delle persone sul retro dei camion nonché portare con sé armi rudimentali, inclusi bastoni, coltelli e fionde", riferisce The Irrawaddy.

"Le famiglie che ospitano per la notte delle persone sono tenute a informare le autorità locali". Tutte regole che, ricorda il quotidiano online, erano in vigore durante la dittatura precedente.

La stretta ha riguardato anche i media, in particolare le testate 7 Days, Democratic Voice of Burma (Dvb), Mizzima, Myanmar Now e Khit Thit. "I valori democratici fondamentali come la libertà di stampa, la libertà di espressione, la libertà di riunione e la libertà di parola vengono portati via dal potere coercitivo dei militari", si legge ancora su The Irrawaddy.

"Se questo non è un ritorno da manuale all'autoritarismo, che cos'é? Il capo militare, l'Alto generale Min Aung Hlaing, sta spingendo il Myanmar di oggi al clima politico del secolo scorso. Min Aung Hliang sta seguendo le orme dei suoi predecessori, adattando la risposta all'era digitale. Anche gli attivisti di internet e dei social media vengono arrestati e incarcerati".
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