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ITALIA

La storia di un riscatto

Nino Benvenuti: da profugo a campione del mondo

Prima di salire sulla vetta del mondo della Boxe, fu costretto a lasciare la sua Istria a soli 16 anni. La fuga a Trieste e la lotta contro il pregiudizio di essere etichettato "fascista". Il suo riscatto grazie al pugilato che lo ha trasformato in uno degli atleti italiani più amati di sempre

Nino Benvenuti
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di Roberta Rizzo Nino Benvenuti non ha mai dimenticato le sue radici istriane nè il dramma dell'esilio e la tragedia delle foibe. Fu costretto a lasciare la sua terra, Isola d’Istria, nel 1954 a soli 16 anni dopo che il Memorandum di Londra risolse la questione triestina assegnando la cosiddetta Zona A (il Territorio libero di Trieste) all’Italia e la Zona B alla Jugoslavia.

Dall'esilio al pregiudizio
Quando arrivò in Italia, a Trieste, come molti altri esuli non fu sempre accolto benevolmente. Veniva etichettato come "fascista". Ma nonostante questa "discriminazione" ha continuato a lottare a testa alta sconfiggendo i pregiudizi. In breve tempo, grazie allo sport, l'esule istriano si è trasformato nel campione italiano più amato di sempre riuscendo a tenere incollati alla radio circa 18 milioni di italiani per seguire in diretta lo storico match contro Griffith in cui divenne Campione del Mondo. Rainews.it lo ha intervistato:

Cacciato dalla propria terra all'età di sedici anni. Ci racconta cosa successe in quei giorni?
Successe tutto in pochissimo tempo. Un giorno vennero a casa nostra a Isola d'Istria, perché un comandante della O.S.N.A., la guardia politica di Tito, che aveva preso posto da poco nel nostro paese voleva la nostra casa per andarci ad abitare. Fu così che, il giorno dopo, dovemmo caricare tutto su un camion e partire per Trieste. Diventammo esuli, profughi anche noi come tanti altri che l’avevano fatto prima di noi. Ma noi avevamo tenuto duro, avevamo resistito fino all'ultimo perché lì avevamo le nostre radici, le nostre tradizioni, i nostri morti. Avevamo tutto. E volevamo restare ad Isola.. 

Lei ha raccontato che a scuola aveva paura perfino di parlare italiano…
Certo, la situazione peggiorava di giorno in giorno… Erano momenti in cui bisognava stare attenti a quello che si diceva e a come si parlava perché ti stavano col fiato addosso. Ti rendevi conto che anche i professori a scuola, molti dei quali erano anche italiani ma parlavano con l’accento sloveno, ti tenevano d’occhio. Ne soffrii molto. 

Fu una vera caccia all’italiano…
Per loro chi non era dalla loro parte era fascista. Bastava quello. E l’italiano era fascista. Tutti gli italiani, per loro, erano fascisti. 

Quando la sua famiglia si rifugò in Italia ci fu un altro dramma, quello dell’indifferenza
Già, fu così. Quando poi passamo il confine dall'Istria a Trieste fummo sommersi dall’indifferenza perché venivamo considerati da molti, qui in Italia, quelli fascisti. Qualcuno ci diceva, ma come in Istria avevate il comunismo - che era visto all'epoca come l’astro nascente - e avete scelto di lasciarlo, di scappare via? È questo che pensavano tutti coloro che rifiutavano l'arrivo degli esuli giuliano-dalmati. Per loro eravamo fascisti prima che italiani. E' stato un momento tremendo, terribile. Un momento che fu ignorato per molto tempo... 

Lei è stato campione olimpico nel ’60 e campione del mondo dei Pesi medi tra il 1967 e il 1970. Lo sport fu una sorta di riscatto?
Con lo sport è come se avessi recuperato quello che ho perduto. Non so cosa sarebbe stata della mia vita se non avessi avuto tutti questi successi. Perché con tutte le disgrazie accadute di certo sarei stato un altro uomo. Invece lo sport mi ha dato la possibilità di rinascere, di recuperare quella parte di me che altrimenti sarebbe andata perduta e mi ha regalato una grande felicità. 
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