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MONDO

La cristiana pachistana condannata a morte per blasfemia

Pasqua, Asia Bibi: "Chiedo al Papa una preghiera speciale"

Madre di 5 figli, la donna ha sempre respinto ogni accusa e ora, tramite il marito e il suo legale, chiede al Pontefice, in occasione della Pasqua, una preghiera speciale per lei e per il mondo. Nell'ottobre 2014 la sentenza che confermava quella di primo grado del 2010 che la condannava a morte

Asia Bibi in una foto del 2010 (Ansa)
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Città del Vaticano E' l'emblema dei cristiani nel mondo. Perseguitati, accusati, spesso condannati a morte. Sono ormai più di 2mila i giorni passati in carcere da Asia Bibi, la pachistana cristiana condannata a morte per blasfemia nel 2010. Lei, 44enne madre di cinque figli continua a respingere ogni accusa. E oggi torna a parlare. Con un messaggio in occasione della Pasqua scrive al Papa per chiedergli una preghiera speciale per lei e per il mondo. In questo momento così difficile per tutti i cristiani e a due giorni dalla strage di studenti in Kenya.

"Nella Pasqua - scrive Asia dal carcere di Multan- Gesù Cristo ci dà un esempio di pace e di perdono. Tutti dobbiamo imparare dall'insegnamento e dal sacrificio del Cristo, messo in croce per noi e che ha perdonato tutti coloro che gli hanno fatto del male. In questo giorno speciale, chiedo ai cristiani in Pakistan di vivere e pregare per la pace". "La condanna a morte per Asia Bibi - ricorda Radio Vaticana - è stata confermata il 16 ottobre 2014 dall'Alta Corte di Lahore. Il suo caso è diventato un simbolo della lotta contro la controversa legge sulla blasfemia in Pakistan, usata spesso per vendette personali e per colpire le minoranze religiose".

Non è la prima volta che la donna si rivolge a Bergoglio. Lo aveva fatto già a Natale, a due mesi dalla sentenza che confermava quella di primo grado del 2010 che la condannava a morte. Il messaggio di Asia è stato affidato al marito e al suo legale ed è stato riportato dal sito d'informazione religiosa "Vatican Insider".

L'incubo della contadina cristiana del Punjab iniziò il 14 giugno del 2009 quando andò a prendere dell'acqua a un pozzo. Dopo averla offerta a delle donne musulmane che l'avevano aiutata, queste si indignarono accusandola di aver inquinato la fonte perché considerata un'infedele. Dopo quel fatto scattò poi la denuncia per insulti al profeta Maometto. E cinque giorni dopo, il 19 giugno, il mullah musulmano Qari Muhammad Sallam formalizzò l’accusa di blasfemia davanti alla polizia.

Per la liberazione di Asia Bibi, dopo la prima condanna a morte, si era mossa la comunità internazionale ed erano state raccolte più di 400mila firme. Anche Papa Benedetto XVI aveva lanciato pubblicamente un appello per la donna. In Pakistan le leggi sulla blasfemia sono state introdotte nel 1982 e nel 1986, con l’intento di proteggere l’Islam e la sensibilità religiosa della maggioranza musulmana, formulate in termini vaghi e applicate arbitrariamente da parte della polizia e della magistratura tanto da equivalere a minacce e persecuzioni delle minoranze religiose e dei musulmani stessi.

Attualmente, in Pakistan sono circa ottomila i detenuti in attesa di esecuzione capitale. Per circa mille di questi il presidente del Pakistan ha già respinto la domanda di grazia, ultimo passo prima del patibolo. Una petizione, che si trova sul sito web www.change.org, ha registrato un boom di adesioni in pochi mesi. Ed un grande ritratto di Asia Bibi campeggia oggi sulla facciata della Mairie centrale, il Municipio di Parigi. 
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