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MONDO

Quel che resta di Srebrenica

Alla vigilia del ventennale del massacro, nel Memoriale di Potacari sono arrivate altre 160 bare. Si aggiungono agli oltre seimila uomini, anziani e ragazzi, trucidati dai miliziani serbo-bosniaci dopo la presa della città

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di Emilio Fuccillo Srebrenica è un luogo che non ti aspetti, o almeno non così. Quello che resta di lei, ed il termine “resta” è quantomai appropriato se si pensa alle circa 30 mila persone che l'abitavano prima della guerra e alle 4 mila che oggi vi rimangono, ricorda infatti in tutto e per tutto una cittadina delle Alpi, circondata da boschi di conifere, dalle mucche e punteggiata dai tetti spioventi. Certo oggi, come probabilmente 20 anni fa, il lusso che caratterizza buona parte delle location montane nostrane qui non è mai stato di casa. Ma chi si aspetta o si sarebbe aspettato un paesino dall'inequivocabile architettura sovietica è totalmente fuoristrada. Srebrenica era un centro turistico, termale. C'erano, e sono state ricostruite, le moschee. E tra i tetti svettano i minareti come nel palazzo del comune campeggiano le finestre dall'inequivocabile stile arabeggiante. Siamo nella terra che da secoli è il punto d'incontro e di scontro dell'Oriente con l'Occidente. Ma è forma, perché della sostanza non rimane ormai più nulla. Le terme non ci sono più, così come non ci sono più i turisti. Ma non ci sono nemmeno più le fabbriche, i negozi e non c'è, come raccontano quelli che qui ancora abitano, il lavoro.

L'unica cosa che si può fare oggi a Srebrenica, spiega desolato chi la città conosce e conosceva prima della distruzione, è vivere di dolore. A luglio, e specialmente in questo luglio in cui ricorrono i vent'anni dell'orrore, del massacro di 8 mila civili, i 5 chilometri che separano Srebrenica dal memoriale di Potocari sono una distesa ininterrotta o quasi di negozi di souvenir e banchetti di chi cuoce carne alla griglia, i classici e qui caratteristici Ćevapčići. Gli uni e gli altri ad uso e consumo di chi qui viene a ricordare i propri morti o a vedere con mano cosa la crudeltà umana può fare. Non c'è nulla però che guardi oltre quel dolore e quell'orrore, non c'è nulla che possa o almeno sembri poter portare Srebrenica ad un 'dopo' il 1995.

Inoltre non è poi chiara la fine che hanno fatto i milioni di euro, circa 200, stanziati dalla comunità internazionale per la ricostruzione e la rinascita. E anche un po' per pulirsi la coscienza. E non è un caso che di questi 200 milioni più della metà vengano dall'Olanda, terra di quei caschi blu che 20 anni fa nulla fecero per difendere la popolazione su cui in teoria vigilavano. Certo, racconta chi è rimasto, la moschea è stata ricostruita e i tetti anche, ma a cosa servono i tetti se non c'è niente di cui vivere. E poi i conti non tornano comunque e, soprattutto, per il futuro non è stato fatto nulla.
“C'è una fabbrica di pasta – ci raccontano davanti ad un tè – ma non credo abbia mai sfornato nulla”.

Intanto a Potacari, nel luogo dove era di stanza il battaglione olandese dell'Onu, oggi ci sono steli bianche, tombe. A migliaia. Tombe di cui non si guarda l'anno di morte, che è per tutti uguale, ma l'anno di nascita: 1980, 1977, 1930, 1967 e via elencando. Uomini, tutti uomini perché, come raccontano le donne che qui sono rimaste dopo aver perso tutto, i serbi vollero cancellare un'intero popolo: non solo chi poteva combattere contro di loro, ma anche spazzare via chi poteva ricordare ed insegnare ai giovani quello che era stato, la memoria. Oggi, alla vigilia del ventennale, nel Memoriale sono arrivate altre 160 bare. Le fosse sono già scavate.
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