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MONDO

Alcune critiche all'indagine

Russiagate. Weissmann, ex procuratore del team di Mueller svela in un libro: potevamo fare di più

Andrew Weissmann cover (da Amazon)
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Il team guidato dal procuratore speciale Robert Mueller non fece tutto quello che poteva fare per accertare nel Russiagate ciò che avvenne nelle elezioni del 2016, evitando ad esempio di citare il presidente Donald Trump per un interrogatorio e di esaminare le sue finanze nel timore che potesse licenziare gli investigatori. Lo scrive Andrew Weissmann, ex procuratore di punta dello stesso team, nel libro "Where Law Ends: Inside the Mueller Investigation", in uscita la prossima settimana.   

Si tratta del primo resoconto di un insider dell'inchiesta sulle interferenze russe nelle elezioni Usa e sui contatti tra Mosca e la campagna del tycoon.   

"Abbiamo usato tutti gli strumenti disponibili per scoprire la verità, senza temere l'attacco dei poteri unici del presidente di minare i nostri sforzi? Io conosco la difficile risposta a questa semplice domanda: avremmo potuto fare di più", scrive Weissmann, che è un democratico registrato. 

L'ex procuratore parla in modo reverente di Mueller ma afferma che la sua diffidenza lo rese poco adatto per alcuni aspetti nella guida di una inchiesta politicamente scottante.   

Tra i dettagli, Weissmann evidenza che lo stesso conto usato per pagare una pornostar che sosteneva di aver avuto una relazione col tycoon aveva ricevuto "pagamenti legati ad un oligarca russo". Il conto era gestito dall'allora avvocato personale di Trump, Michael Cohen, il cui caso Mueller trasmise alla procura di New York. Un altro dettaglio riguarda l'ex capo della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort, già condannato per vari crimini finanziari.   

Le indagini scoprirono che aveva condiviso i dati dei sondaggi interni della campagna con un suo partner d'affari, Konstantin Kilimnik, rivelatosi essere un agente dell'intelligence russa. "Sembrerebbe richiedere una significativa audacia, o anche influenza, per un'altra nazione fare una richiesta del genere ad un candidato presidenziale", scrive l'autore a proposito della richiesta di Kilimnik.   

"Questo ha reso monumentalmente sconcertante quello che non abbiamo saputo e che ancor oggi non sappiamo: ossia perché Trump avrebbe accettato una cosa del genere? Perché Trump avrebbe accettato questa proposta russa se il candidato non aveva nulla in cambio dalla Russia?". 
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