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Coronavirus

Dove circolano tanti soldi, aumentano molti appetiti

Anche la Scienza vittima della pandemia

La medicina in quest’anno ha mostrato gli straordinari progressi compiuti fino ad arrivare a mettere a punto più di 100 diversi vaccini in 8 mesi. Su trials si sono basate decisioni politiche, chiusure e riaperture di attività economiche, uso di un certo tipo di mascherine, investimenti per miliardi in determinati test diagnostici, in certi farmaci

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di Gerardo D'Amico

 È passato il primo anno da quel 18 di febbraio 2020, quando un ragazzone di 38 anni ed il fisico da atleta si presentò al pronto soccorso dell’Ospedale di Codogno, provincia di Lodi: da qualche giorno aveva i sintomi di una forte influenza, non respirava bene, e questo era strano per lui che macinava chilometri a piedi e polmoni, per allenarsi.
Gli fecero degli accertamenti e consigliarono il ricovero, ma no vedrai che adesso passa pensò lui tornandosene a casa. D’altronde non c’erano motivi per trattenerlo, vista la giovane età, lo stato di salute generale -sano come un pesce- e poi non rientrava nei criteri stabiliti dalla circolare ministeriale del 27 gennaio 2020, con cui l’Italia si era preparata alla strana moltiplicazione di polmoniti in Cina, molti i casi nella città di Wuhan, metropoli da 11 milioni di abitanti.

In quella circolare il Ministero della Salute comunicava i criteri per determinare un caso sospetto di quello che poi sarà chiamato Covid19: innanzitutto, essere stati in contatto con una persona proveniente dalla Cina ed in particolare da Wuhan.

Mattia Maestri, fisico allenato e bimba in arrivo, di cinesi non ne aveva frequentati e a Wuhan non aveva mai messo piede. Poteva tornarsene a casa.
Ma quella stessa notte del 18 Febbraio dello scorso anno, il Paziente 1 tornò a quel Pronto Soccorso, non respirava quasi più: gli fecero una lastra, ed Annalisa Malara e Laura Ricevuti le due dottoresse in turno quel giorno videro per la prima volta il volto del virus.

Loro ancora non potevano saperlo, quel virus in Italia formalmente non circolava; allo Spallanzani di Roma erano ricoverati dal 29 Gennaio due cinesi col Covid19, ma per l’appunto venivano dalla Cina, a Codogno non avevano messo piede.
Per fortuna le due dottoresse diedero retta al loro turbamento. Quei polmoni devastati in un ragazzo atletico erano il segnale che qualcosa non tornava, qualcosa di molto grave e mai visto prima.

Vero era che in tutte le valli lombarde nei mesi precedenti c’erano state polmoniti atipiche, ma si trattava di anziani e poi c’era il picco influenzale: solo a fine 2020, con uno studio della Statale di Milano, dal tampone fatto ad un bambino milanese per sospetto morbillo si scoprirà che già a Novembre del 2019 il nuovo coronavirus circolava in quelle zone.

Quel ragazzo stava morendo, “nulla funzionava” racconterà poi la dottoressa Malara, specialista in anestesia. Facciamo un tampone, mandiamolo al Sacco di Milano, fu la loro decisione, mentre lo intubavano trasferendo il Paziente 1 al San Matteo di Pavia.
Il 20 Febbraio arrivò dal Sacco la certificazione, Mattia divenne il primo malato ufficiale di Covid19 in Italia.

Un anno dopo, sono più di due milioni gli italiani che hanno incontrato il virus, più di 93mila sono morti.

Un anno che ha devastato la vita degli esseri umani, le economie del mondo, che ha messo a nudo le fragilità anche dei Paesi ricchi quando il nemico è invisibile e passa da persona a persona con un colpo di tosse. È stato un anno che ha stravolto anche la scienza.

Nel bene, perché la medicina in quest’anno ha mostrato gli straordinari progressi compiuti fino ad arrivare a mettere a punto più di 100 diversi vaccini in 8 mesi, una ventina sono nella fase finale di sperimentazione e 6 sono già stati approvati e si stanno iniettando: ma anche mettendo a nudo i limiti della tecnica, perché ancora non esiste un farmaco in grado di bloccare il virus, e perché è stata terremotata la credibilità di chi la scienza la certifica, abbiamo superato i 40 lavori ritrattati dalle “bibbie” che gli studi ospitano e divulgano, Lancet, Science, New England Journal of Medicine, Jama.

E non è, come potrebbe apparire, una questione tutto sommato interna alla comunità dei ricercatori, quello che è stato rappresentato come lo “scontro tra gli scienziati”: su quei trials si sono basate decisioni politiche, chiusure e riaperture di attività economiche, uso di un certo tipo di mascherine, investimenti per miliardi in determinati test diagnostici, in certi farmaci.

Un giro di migliaia di miliardi, nel mondo: e dove circolano tanti soldi, aumentano molti appetiti. Col corollario della credibilità perduta di chi -medico, ricercatore, epidemiologo- è andato in televisione o sui giornali a parlare dell’ennesima cura miracolosa, della sperimentazione salvavita, del macchinario di cui non poter fare a meno.

Vedi le varie lampade che promettono di uccidere il virus, ma senza usare i raggi UV-C, vedi gli ettolitri di varechina sparsi sugli arenili, vedi i mille sanificatori indispensabili ad ogni casalinga o l’algoritmo che riconosce il malato di Covid19 dalla voce. Per non dire degli amuleti “energetici”, gli integratori alimentari, la lattoferrina o la quercetina e di chi ancora fa soldi coi click sui siti web descrivendo come preparare il giusto infuso bollente col limone, contro il virus gargarismi che salvano la vita.

Un business che continuerà finché andrà avanti la pandemia, e mille nuovi inutilissimi accessori attenueranno l’ansia di persone esauste, arricchendo gente con pochi scrupoli.

Ma torniamo alla parte entusiasmante di questa tragedia planetaria: la si riesce a vedere pur col cuore stretto dai 2 milioni e mezzo di morti ufficiali, la punta dell’iceberg emersa laddove si fanno tamponi, e non si mente sullo stato di salute pubblica ad uso interno.   

Il 31 Dicembre 2019 la Cina comunicò all’OMS di aver individuato nella città di Wuhan un grosso focolaio di polmoniti atipiche causate da un virus sconosciuto, appena 12 giorni dopo depositava nella GenBank il sequenziamento di quel patogeno. Tutto il mondo poteva studiarlo.

Famiglia dei Coronavirus, forte parentela con un altro patogeno che a fine 2002 sempre dalla Cina era partito per contagiare 26 Nazioni, infettando 8000 persone ed uccidendone 774, tra cui il nostro Carlo Urbani che tra i primi aveva individuato la pericolosità del Sars Cov 1.

Tutto sommato era una buona notizia, almeno così pensarono in molti tra ricercatori e politici: quel parente lontano dopo una fiammata iniziale si era subito ammansito, per sparire nel 2004. Un altro affine, il coronavirus della MERS, il primo caso descritto in Medio Oriente nel 2012, è restato endemico in quella zona del mondo, 2428 casi e 838 decessi: insomma, brutto fine d’anno e qualche preoccupazione, ma il pianeta stava solo conoscendo l’ennesima zoonosi, patogeni che si trasmettono all’uomo dagli animali. Normale amministrazione.

Questo hanno pensato molti ricercatori e molti politici, mettendo in campo le misure di profilassi tradizionali: quarantena per chi arriva dalla zona dell’infezione, attenzione a frequentare qualcuno che vi sia stato negli ultimi 14 giorni, segnalare al medico una polmonite sospetta, atipica. La risposta standard. Ma il Sars Cov2 non si comporta come gli altri virus della sua categoria.

È un virus respiratorio, ma può trasmettersi attraverso il contatto con le mucose. Attacca i polmoni, ma anche cuore, reni, fegato, arriva nel sistema nervoso. Scatena una incontrollata infiammazione innescata dal sistema immunitario, la tempesta citochinica.

Nelle forme gravi di polmonite interstiziale, cristallizza i polmoni, mettendo fuori uso gli alveoli dove c’è lo scambio gassoso col sangue. Nei bambini può provocare una sindrome simil-Kawasaki, con la compromissione cardiaca, negli anziani molto spesso porta alla morte.

Questo il mostro con cui l’umanità sta avendo a che fare, ma le sue caratteristiche le abbiamo scoperte quando ormai lo tsunami sanitario aveva già messo in ginocchio gli ospedali di mezzo mondo, quello che gli ospedali li ha. Altrove, si continua a morire per strada o nelle capanne, numeri che ancora devono essere definiti.

Ma la prima pandemia in diretta televisiva mondiale ha prodotto un altro danno devastante, condizionando e forse azzoppando per sempre la medicina basata sulle evidenze: la pressione mediatica, soprattutto quella eruttata dal web, ha aumentato pressioni politiche per una cura subito, qualunque essa fosse.

E così, anche la nostra AIFA, la severa Agenzia per il Farmaco, dopo averla formalmente esclusa due giorni prima diede il via libera alla sperimentazione dell’Avigan, un antinfluenzale giapponese ritirato dal mercato perché teratogeno: lo voleva il Veneto, il Presidente di quella Regione ogni giorno in tv a spiegare andamento pandemico, rimedi, strategie, test rapidi, terapie. In buona compagnia con altri “governatori”, della Lombardia e della Campania, ma quello dei politici trasformati in epidemiologi o farmacologi è stato un fenomeno mondiale, gli speech dell’ex Presidente USA Trump che ipotizzava iniezioni di varechina per sconfiggere la malattia, il Presidente brasiliano Bolsonaro fan dell’idrossiclorochina, quello Indiano Modi che consigliava omeopatia ed ayurvedica. E gli esempi arrivano ai nostri giorni, col Presidente della Tanzania che rifiuta i vaccini, contro il Covid19 per lui è molto meglio un intruglio di erbe locali.

L’idrossiclorochina è stato il primo farmaco feticcio spacciato come curativo ed utilizzato per mesi in tutto il mondo, poi uno studio pubblicato (e ritrattato) a Maggio da Lancet ne indicava l’inutilità e i pesanti effetti collaterali sulla funzione cardiaca, decisione dell’OMS di toglierla dalla lista dei farmaci consigliati, da lì una battaglia mediatica che da noi è arrivata perfino al Consiglio di Stato, che ha sospeso la nota di luglio 2020 dell’AIFA che vietava la prescrizione del medicinale: poi altri studi hanno confermato che l’idrossiclorochina non cambia la prognosi della malattia Covid19.
Il Remdesivir, antivirale: anche quello sembrava l’arma definitiva, poi studi seri hanno dimostrato che i miglioramenti che apportava erano statisticamente irrilevanti.
Il Tocilizumab, un immunosoppressore usato contro l’artrite reumatoide: come per il plasma iperimmune web e talk show scatenati, sono cure salvavita, gli “inventori” devono avere il Nobel per la medicina e statue nelle piazze. Sperimentazioni cliniche in doppio cieco randomizzate, si sono incaricate di dimostrare che il primo non serve a molto, e che il plasma iperimmune funziona in pochissimi casi all’esordio della malattia, poi è del tutto inefficace. Con buona pace dei titoli di giornali dedicati a malati intubati e miracolosamente guariti: nella scienza l’osservazione di un fenomeno è solo la base di partenza per capire un fenomeno, non l’inizio di una intervista.

L’ultimo braccio di ferro è sugli anticorpi monoclonali: che usano lo stesso principio e compartiscono la stessa indicazione terapeutica del plasma iperimmune, ovvero sono utili solo ad alcune categorie ad alto rischio di finire in ospedale e soltanto nella fase iniziale della malattia: però sono immensamente più cari, e non esistono studi robusti sulla loro efficacia. Malgrado questa evidenza, l’AIFA pur con molti distinguo e precisazioni li ha approvati in via emergenziale, ed un fondo da 400 milioni di euro è stato approntato dal nostro Ministero, per acquistarli.

Questa che ancora stiamo vivendo è anche la prima pandemia social, in cui attraverso la condivisione di un post si spingono sui giornali o in programmi di prima serata visti da milioni di persone personaggi che del medico gli resta solo il camice, applauditi nell’annunciare che la pandemia sarebbe durata 70 giorni come da “studi” di un ricercatore israeliano, che il virus era stato manipolato in laboratorio, che le bare uscite sui camion militari in tragica processione per essere seppellite dove i cimiteri non fossero colmi erano solo uno show televisivo, che si muore “per” covid o “col” covid, che il virus galleggia nell’aria trasportato dalle Pm10, che il virus era clinicamente morto ed altre amenità.

Uscite che hanno fatto il pieno di like e share, seppellendo in un drammatico show sulla pelle di malati e morti la credibilità di chi ha parlato, e di chi gli ha dato il palcoscenico.

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