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Coronavirus

La destabilizzazione delle relazioni

Massimo Recalcati: "Il magistero del Covid ci ha insegnato a correggere il nostro senso di libertà"

Un anno lunghissimo in cui le misure anticontagio hanno minato l'essenza dell'umano sul piano della libertà e delle relazioni, consegnandolo invece al buio dell'incertezza e della solitudine

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di Antonella Alba

      Un anno lunghissimo in cui le misure anticontagio hanno minato l'essenza dell'umano rivolta alla relazione sociale e individuale, consegnandolo invece a sentimenti di angoscia, solitudine e impotenza. Il Covid ha colpito anche la buona salute delle unioni familiari con un +60 % (dati Istat) di richieste di  separazioni rispetto al 2019. 

Il vero crollo si registra nel secondo trimestre del   2020, con i matrimoni religiosi che hano segnato un -80%, anche a causa dell'impossibilità di celebrare la festa nuziale. Oltre a ciò si   evidenzia un drammatico aumento della violenza domestica contro le donne e la previsione, sempre dovuta al Covid, di un calo delle nascite in picchiata. 

Abbiamo raggiunto Massimo Recalcati psicoanalista e scrittore, nella sua casa milanese per chiedergli qual è la chiave giusta per affrontare questo momento destinato a restare ancora a lungo nelle nostre vite.. 
Le relazioni per noi sono come aria, ossigeno, col Covid le relazioni sono diventate una minaccia un pericolo, l’Altro che sostiene la mia vita, l’Altro che è il legame con l’amore, che è anche nel nostro tessuto familiare può essere anche colui che veicola l’infezione. Questa destabilizzazione delle relazioni è una perturbazione psicologica, l’avvenimento più traumatico che il virus ha portato con sé. Gli psichiatri parlano di disturbo post-traumatico di adattamento che, per intenderci, era quello che affliggeva i soldati americani al loro ritorno dal Vietnam: grandi fatiche di reinserimento sociale e l’incontro con l’Altro vissuto come un pericolo.

Quindi il Covid ci ha gettati come in un clima di guerra? Lei ha detto che "Il coronavirus, è come una violenza che torna nelle forme tragiche della epidemia",  dunque è l'ennesima sfida per l'umanità? 
Se fosse una guerra sarebbe più semplice perché nella guerra c’è una distinzione netta tra amico e nemico, i territori sono distinti, dai confini. Il problema di questo virus, invece, è che la sua consistenza è indefinita, invisibile, quindi è indeterminato non ci sono confini, non possiamo identificarlo, non c’è un territorio del virus perché è dappertutto, e quindi mescola insieme l’indeterminatezza con l’incombenza, non si può vedere eppure è dappertutto. Magari fosse una guerra. Non è un caso che noi usiamo spesso la metafora della guerra quando parliamo di Covid, perché con la guerra noi identificheremmo in modo stabile il nemico e potremmo rispondergli con più forza, mentre è tutto incerto anche le nuove varianti rendono il quadro più instabile. E' questa dimensione di precarietà che il virus ci costringe ad abitare. 

A proposito dell’abitare, l’isolamento delle misure anticontagio provoca incertezza e depressione, unioni che si sfaldano e altre che non si realizzano, com’è possibile pensare a un futuro migliore? 
Dal punto di vista clinico noi siamo abituati a pensare alla depressione come qualcosa che è accaduto nel passato e da cui il soggetto non riesce a liberarsi, come ad esempio un amore finito, un’occasione professionale perduta , la vigoria del proprio corpo che si è infiacchito nel tempo, invece questa depressione investe il futuro: cioè la domanda è ritroveremo ancora il mondo come lo abbiamo amato, troveremo ancora il mondo come lo abbiamo conosciuto, ci sarà ancora un orizzonte di futuro o saremo sempre tutti dentro questo buio?

Ora siamo obbligati a stare a distanza, in questo momento dobbiamo però sforzarci di pensare la distanza non come un’alternativa alla vicinanza: cioè sforzarci di pensare che vicinanza e distanza non siano elementi necessariamente contrapposti. Sappiamo per esempio che ci sono relazioni di estrema vicinanza, come alcuni legami coniugali, dove in realtà domina la distanza, e quindi si è vicini stando lontani,  dunque può esistere il contrario: ora possiamo sperimentare una forma profonda di vicinanza anche a distanza, e questo è quello che è accaduto in questo anno terribile.  
Quando gli spazi si restringono, quando la libertà di movimento viene meno, si creano le condizioni favorevoli per aggressività e violenza, anche perché in fondo è la distanza che crea il desiderio, dunque questi dati non mi sorprendono e anzi aggiungerei un altro dato venuto fuori da una recente indagine Istat che prevede che, a causa del Covid, ci sarà un brusco calo delle nascite, cosa che coincide col problema che abbiamo oggi e cioè quello di far esistere l’avvenire, il futuro. Questo è il punto fondamentale dell’angoscia depressiva collettiva che ci ha travolti.  

Lei ha scritto che "un'ora di lezione può cambiare la vita" la pensa allo stesso modo anche ora che "la scuola sembra essere essa stessa un paziente in terapia intensiva"? 
La formazione di un figlio non è come salire una scala dal primo gradino al più alto, come sembrerebbe accadere secondo il piano curriculare delle nostre scuole. Uno comincia al primo anno e arriva poi al quinto facendo un gradino dopo l’altro: la formazione non avviene mai così! Essa avviene sempre attraverso gli inciampi, le cadute, gli smarrimenti, i fallimenti, i passi indietro, il movimento della formazione non è un movimento rettilineo verso l’alto, essa è, invece, un movimento spiraliforme, fatto di inciampi. 

E il Covid è un drammatico, terribile, traumatico inciampo.  

Penso che i nostri figli debbano provare a fare qualcosa di questo inciampo. Lo diceva molto bene Franco Basaglia il grande psichiatra che ha liberato la follia dai manicomi nel nostro Paese: in ogni compito educativo quello degli insegnanti o dei genitori noi dobbiamo sempre saper fare qualcosa 'del buio', dobbiamo sempre insegnare che “si può fare qualcosa col buio”, gli insegnanti ce lo hanno insegnato facendo didattica a distanza. Anch’io la faccio anche se non è bello parlare con uno schermo nero, non vedere i volti degli allievi, non è ideale, ma la vita non è fatta di ideali, è fatta anche dell’impatto col reale e il reale è quello che c’è e noi dobbiamo imparare a fare qualcosa con quello che c’è anche se quello che c’è è il buio. 

Ma dal buio si deve poter uscire, come si fa? 
Intanto la vita dei giovani è fatta per vivere all’aperto, la vita costretta al chiuso va incontro a sintomi, a malattia, abbiamo quadri differenziati come attacchi di panico, dipendenze anche comportamenti autolesivi che vediamo apparire nei giovani.

Qualcuno parla di Generazione Covid, lei è d'accordo?
È chiaro che questa è una prova che nessuno si aspettava, è una prova inaudita e difficile ma è questa la via, non è la via di pensare oh! poverini che segni rimarranno sulle loro vite, nei loro corpi nelle loro menti, da qui in avanti. Parlare di Generazione Covid è un grande errore, perchè legittima un vittimismo che è distruttivo. Se penso che una delle generazioni più vitali più capaci di generare attività nel nostro Paese, è stata quella che è uscita dalla seconda guerra mondiale. 

Lei insegna psicologia in diverse università nel mondo, qual è la lezione che invece il Professor Recalcati ha imparato in questo anno di Covid? 
Ho imparato moltissime cose, ma se dovessi dire quella per me più rilevante è quella secondo cui il magistero del Covid ha insegnato a correggere la nostra rappresentazione della libertà, cioè fino all’insorgere del Covid noi abbiamo pensato che la libertà fosse una proprietà individuale, che la libertà coincidesse con la volontà dell’Io e che questa volontà fosse in fondo assoluta, invece ci siamo trovati in una situazione in cui dobbiamo constatare che la salvezza o è un fatto collettivo o non sarà possibile. Dunque la mia libertà non è una mia proprietà ma è un modo di connessione con la libertà dell’altro e con la comunità. “Nessuno si salva da solo” ha detto Papa Francesco nella piazza deserta di San Pietro (a Pasqua 2020 ndr). Ecco io penso che questa nuova forma della libertà sia l’insegnamento più alto di questo tremendo maestro che è il Covid. 


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