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MONDO

Conversazione con Giancarlo Bocchi

Sarajevo 1993, pace e morte: la drammatica storia di Moreno Locatelli

Un libro e un film ricostruiscono il caso dell'uccisione di uno degli attivisti dei Beati costruttori di pace che nel 1993 prese parte ad un'azione dimostrativa sul ponte di Vrbanja. Ne emerge una verità diversa da quella dei canali ufficiali e alcuni aspetti nascosti dell'assedio di Sarajevo

(Il ponte Vrbanja, foto di Giancarlo Bocchi archivio Imp Film)
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di Alessandra Solarino 3 ottobre 1993. L’Armata popolare di Milošević e i serbo bosniaci assediano Sarajevo da oltre un anno. Sul ponte di Vrbanja, a 200 metri dal centro città, cinque pacifisti partecipano ad un'azione dimostrativa, rischiosissima, per “fermare la guerra”. Fanno parte dei Beati costruttori di pace. Tra di loro c’è un giovane di Canzo, Moreno “Gabriele” Locatelli.  Quel ponte è uno dei luoghi più pericolosi della Bosnia, intorno ci sono tutte le forze coinvolte nel conflitto: i croato bosniaci, i governativi, i serbo bosniaci e la X brigata di montagna guidata dal gangster Musan Caco Topalović, brigata irregolare dell'esercito mulmano bosniaco. Vengono esplosi colpi di avvertimento, poi, proprio quando il gruppo sta per tornare indietro, Moreno viene colpito. Il giovane muore poche ore dopo sul letto di un ospedale della città, per dissanguamento. A sparare, si affrettano a scrivere i giornali, è stato un cecchino serbo. Ma è davvero questa la realtà dei fatti? E perché è importante capire chi ha sparato? A sollevare alcuni interrogativi su come siano andate realmente le cose e a dare una lettura altra, non solo del caso Locatelli, ma anche di quello che stava accadendo nella città che era stata simbolo della convivenza tra i popoli, è Giancarlo Bocchi, regista e autore di documentari che con "Il ponte di Sarajevo", film ma anche libro (Imp Libri, libro +Dvd) , torna su questa storia a 20 anni dal primo documentario “Morte di un pacifista” girato durante l'assedio.
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“C’erano ancora alcune cose molto importanti da raccontare -  ci spiega – già nel primo film era emerso che gli spari provenivano non dalla postazione serba ma da quella di Caco (ndr leggi Zazo). Dopo le prime riprese del 1995, nel 2011 tornai a Sarajevo, parlai con diverse persone ed è uscita una seconda parte della storia. Elementi che rafforzavano l’ipotesi di una trappola organizzata per uccidere uno dei cattolici italiani”.

L'agguato
Non un incidente di guerra, dunque, ma un piano vero e proprio. Un agguato per Bocchi, che chiama in causa i bosniaci musulmani. Alcune cose infatti, rispetto alla versione ufficiale dei fatti, non tornano: “Nelle vicinanze del ponte - racconta Bocchi - in quel momento c’era inspiegabilmente il capo delle guardie del corpo del presidente Aljia Izetbegovic e altri che non fecero nulla per fermare i pacifisti”. Eppure, per avvicinarsi ad una prima linea erano necessari permessi, documenti. Perché i pacifisti diventano un obiettivo politico?
(Mappa ponte Vrbanjia archivio Imp Film)

Chi era Moreno “Gabriele” Locatelli
Quel 3 ottobre di 22 anni fa le sue ultime parole furono per chiedere se gli altri stavano bene: basterebbe questo a raccontare chi era Moreno Locatelli, che molti conoscevano come Gabriele. “Aveva a lungo lavorato in luoghi del dolore come Corleone e Scampia -  ricorda Bocchi – da suo padre, un operaio comunista, aveva preso l’amore per i poveri, i diseredati”. Per questo si era ritrovato con i Beati, perché voleva aiutare la gente di Sarajevo. Aveva partecipato nel dicembre '92 alla marcia della pace dei cinquecento, manifestazione strumentalizzata dai serbo bosniaci per dimostrare che la città non era sotto assedio, ma solo “circondata”, tanto che si poteva entrare e uscirne. “Sappiamo - sottolinea Bocchi - che era contrario a questa azione sacrificale e sciagurata di andare sul ponte”. Ai suoi compagni avrebbe detto: “Non potete dirvi pacifisti se non tenete alla vostra vita”. La scelta di seguirli è ancora un atto di generosità: “Decise lui di andare sul ponte – prosegue il regista - perché gli altri avevano stabilito di abbandonare sul posto eventuali feriti. Lui, contrario a questo, ci andò per soccorrerli in caso di necessità. Quando venne ferito gravemente sul ponte gli altri quattro gli passarono davanti senza prestargli soccorso”.  Una morte “importate non soltanto perché è morto un ragazzo generoso e di grande umanità, ma per capire alcune verità nascoste dell’assedio e del clan Izetbegović, che teneva la popolazione nell’oppressione e nella violenza”.

(Moreno Locatelli, Archivio Imp Film)

Caco, Celo uno e Celo due. Le bande criminali
Negli anni dell’assedio c’è una guerra nella guerra a Sarajevo. Bande criminali assoldate dal governo anziché difendere la popolazione seminano il terrore con razzie, stupri, rapimenti, barbare uccisioni. A capo ci sono gangster come Caco, Juka, Celo uno e Celo due. In quella che era una città multiculturale e multietnica, manca l’acqua, la luce viene spesso interrotta, scarseggiano i beni di prima necessità, la gente è allo stremo, il rischio di epidemie è altissimo. I prezzi del mercato nero, in cui finiscono anche gli aiuti dell’Onu, sono alle stelle, i civili si nascondono nel timore di rastrellamenti da parte di Caco e dei suoi uomini, che li costringono, in mancanza di un riscatto, a scavare le trincee sulla linea del fronte.  

(Caco, archivio Imp Film)

Gli Izetbegović
Nel 1983 Alija Izetbegović fu processato con l’accusa di fondamentalismo per la Dichiarazione islamica, un testo scritto dieci anni prima in cui si leggevano frasi come queste: “Non ci può essere pace o coesistenza fra la fede dell’Islam e la fede e le istituzioni non islamiche”. Finì in prigione insieme a Celo due. Durante l’assedio, per i media occidentali Izetbegovic, presidente della Bosnia, rappresentò il leader moderato, fautore di una Repubblica di “cittadini” al di là delle distinzioni etnico-culturali. “Un pessimo politico – commenta Bocchi - senza alcuna legittimazione popolare, alle elezioni era arrivato secondo,  e soltanto perché il vincitore non aveva accettato la carica si ritrovò presidente”. Il suo potere militare poggiava anche sulle brigate criminali di uomini come Caco, controllate dal figlio Bakir Izetbegovic, ministro ombra dell’Interno.

(Alija Izetbegović archivio Imp film)

 “Alija aveva legami profondi con settori retrivi ed estremisti iraniani e sauditi, persone che in quel periodo giravano in Bosnia, aveva autorizzato la formazione della settima brigata musulmana, fatta da estremisti islamici”.  Nel libro Bocchi riporta una frase del fratello di Caco, Nane Topalović, altro personaggio sanguinario che il regista ha incontrato, rischiando moltissimo. Nane sostiene che Izetbegović avrebbe avuto un certo interesse a mantenere per Sarajevo il ruolo di città martire. “Non lo dice solo lui, era risaputo da tutti i soldati che combattevano sul fronte di guerra. Sono stato in prima linea diverse volte per filmare i soldati. Tutti mi dicevano: appena attacchiamo e conquistiamo 200-300 metri Izetbegović ci fa tornare indietro”. Nel "Ponte di Sarajevo" Bocchi parla anche di un piano strategico, mai attuato, che avrebbe potuto contrastare l’assedio.  Ed è di qualche giorno fa la notizia dell’arresto a Berna di Naser Oric, ex comandante della difesa di Srebrenica, che in un’intervista ha dichiarato di aver ricevuto l’ordine di lasciare la città con i suoi comandanti, per motivi inconfessabili.  “Ci sono ancora alcune cose da scoprire su Izetbegović e sui suoi rapporti sotterranei con Karadžić e gli altri nemici serbi.  C’erano accordi segreti tra le varie fazioni estremiste in guerra – spiega Bocchi - È stata una guerra delle minoranze di estremisti di tutte le etnie contro una maggioranza di persone pacifiche e perbene”.
 
Chi ha sparato a Moreno e perché
Torniamo sul "ponte della morte". E agli indizi a sostegno della tesi dell'agguato. C'è quella prima dichiarazione, poi contraddetta, di un chirurgo, (ndr raccolta da Mario Boccia) confermata da uno degli attivisti che era con Moreno: lo sparo è partito da una distanza di 100 metri. Da una postazione semi frontale, quale era quella di Caco.


(Zona Ponte Vrbanja foto di Claudio Olivato)

A confermarlo sarebbe anche la perizia sommaria sul giacchino jeans della vittima. Ci sono poi quegli interrogativi rimasti senza risposte sulla presenza di persone dei servizi bosniaco-musulmani e sul mancato stop degli attivisti, fino al ruolo dell’Onu, e a quel rapporto delle Nazioni Unite sul caso che risulterebbe ufficialmente "distrutto come consuetudine". Secondo Bocchi non sappiamo se a sparare fu un uomo di Caco, o un killer della polizia segreta, la Seve, che quel giorno si trovava proprio nell'enclave della X brigata. Il movente, sostiene il regista, va ricercato nelle azioni del Beati: “avevano attirato i sospetti dei servizi segreti musulmani. La marcia per la pace del 1992, che entrò a Sarajevo con il permesso dei serbo-bosniaci, li convinse che c’era qualcosa sotto. Volevano che questi cattolici umanitari italiani se ne andassero, davano fastidio con le loro iniziative. Anche quelle che sembravano innocue, come la distribuzione clandestina della posta per la gente che non aveva più contatti con i parenti fuori da Sarajevo, venne vista dai servizi segreti di Izetbegović come un’attività che poteva portare ordini o altro alla parte avversa”. Don Albino Bizzotto, leader dei Beati, promosse una manifestazione davanti alla base Nato di Aviano per impedire agli aerei dell’alleanza Atlantica di partire per bombardare le forze serbo bosniache. Un'iniziativa che forse non piacque ai musulmani. “I Beati erano molto controllati -  aggiunge l’autore del Ponte - Per ottenere la patente di associazione umanitaria dovettero rifornire di beni dieci giudici del tribunale di Sarajevo. I due terzi delle persone che giravano intorno a loro erano informatori della polizia”.


(Moreno Locatelli archivio Imp film)

Il giallo delle foto
C’è soltanto una foto che racconta l’azione inscenata sul ponte quel 3 ottobre. Esce, senza firma, sul Corriere della Sera che il giorno dopo titola “assassinato da un cecchino serbo”. La tesi, secondo Bocchi, costruita dai musulmani estremisti per dare la colpa ai serbi, che invece non parlarono mai di questa vicenda. Chi ha scattato quella foto? “Un fotografo che lavorava per un'agenzia di stampa e per i servizi segreti bosniaci musulmani – risponde Bocchi - Curiosamente quel giorno c’erano dei veri fotografi internazionali ma nessuno ha una foto di quei fatti. Lukovac, capo delle guardie del corpo di Izetbegović, li aggredì con pistola alla mano e si fece consegnare i rullini. Se fossero stati i serbi a sparare perché sequestrare queste prove? Io credo perché oltre a lui lì c’erano altri personaggi dei servizi segreti, della Seve. Quindi l’unica che c’è ha un valore simbolico e anche di prova. C'è poi da dire che tutti i musulmani coinvolti a vario titolo nella vicenda della morte di Locatelli avevano come referente Bakir Izetbegovic, il figlio di presidente”.

L'operazione Trebević
Dopo essere stati decorati per il loro contributo alla difesa della città, il 24 ottobre parte la caccia, in gran segreto, a Caco e a Delalic-Celo. Il 26 ottobre i due vengono catturati, Caco viene ucciso in circostanze mai del tutto chiarite. Ufficialmente durante un tentativo di fuga. Eliminare "l'anima nera" del clan Izetbegović era forse il tributo da pagare agli Stati Uniti, e forse anche l'eliminazione di chi conosceva verità nascoste dell'assedio. A guerra conclusa, Bakir Izetbegović partecipò ai funerali di Caco che successivamente venne tumulato nel cimitero degli eroi a Sarajevo e dichiarato dall' Arabia Saudita "martire islamico".

L’inchiesta
L’autopsia sul corpo di Moreno avrebbe potuto raccontare molte cose su quella morte, ma non viene fatta. “È curioso che qualcuno si spese per far sì che la famiglia non si muovesse sul fronte giudiziario - aggiunge Bocchi - e ancora più curioso che i carabinieri chiedessero alla famiglia se potevano farla! “. Brescia avoca a sé l’inchiesta. Bocchi, nel 98, si presenta al procuratore: “Malgrado le informazioni che io e altri portammo, l’inchiesta venne riaperta ma non approdò a nulla”. “Penso  -  conclude - ci siano state, esternamente, da parte di alcune, chiamiamole, istituzioni, “mani” che hanno fatto sì che questa verità venisse dimenticata. L’Italia aveva altri interessi in Bosnia in quel momento, doveva mandare soldati per mantenere la pace e non aveva interesse a coinvolgere gli Izetbegovic nel caso Locatelli”.

(Un bambino guarda il Vrbanja, 1994. Foto di Giancarlo Bocchi)

Sarajevo oggi

Bakir Izetbegović è uno dei tre membri della presidenza collegiale (uno per etnia sul modello post Tito) al comando della Bosnia. "La Bosnia avrà un futuro tragico e doloroso se le tre fazioni nazionalistiche che detengono il potere non se ne andranno. Tengono il paese in stallo e in povertà. Aver scoperto la verità su Locatelli penso sia importante anche per aiutare la popolazione della Bosnia ad uscire dalla situazione di sofferenza e di prevaricazione che vivono attualmente, una situazione più difficile che nel primo dopoguerra". 
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