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MONDO

Il 5 aprile 1992 iniziava l'inferno per la città bosniaca

L'assedio di Sarajevo

Nel ventennale degli accordi di Dayton, che posero fine alla guerra in Bosnia-Erzegovina, ripercorriamo alcuni momenti salienti dei quattro anni dell'assedio della città-martire,"punto d'incontro tra Oriente e Occidente" come ancora si leggeva nelle guide turistiche

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di Al. Sol. "Senza i serbi non potrei respirare; senza i croati non potrei scrivere; senza essere me stesso non potrei vivere con loro": sono parole del poeta Abdullah Sidran. Il 5 aprile 1992 è tra i 2000 che manifestano per la pace, nel centro di Sarajevo. E' il giorno in cui inizia l'assedio della città, nelle guide turistiche il ponte tra Occidente ed Oriente. In quel momento Sarajevo è composta dal 49 per cento di musulmani, il 30 per cento di serbi e il 7 per cento di croati. Un terzo dei matrimoni è costituito da coppie miste. C'è anche una comunità ebraica, l'11 per cento si dichiara "yugoslavo", c'è una minoranza Rom. 

5 aprile 1992, inizia l'assedio
Sul ponte di Vrbanja, vicino al centro città, i serbo bosniaci uccidono due donne: Suada Dilberović, una studentessa di medicina, e Olga Sučić. Sono le prime vittime dell'assedio. L'Armata Popolare, guidata dal generale Kukanjac, stringe in una morsa la città, presa d'assedio e bombardata dalle alture circostanti, per "difendere i serbi locali". Tutte le vie d'accesso vengono bloccate. Il progetto di Milosevic è quello di una "Grande Serbia". Sarajevo diventa una città ghetto, con il centro storico e i quartieri residenziali di Dobrinja e Butmir nelle mani dei musulmani, il sobborgo di Ilidza, strategico per gli impianti di gas, acqua e luce, occupato dai serbo bosniaci.


Nella città c'è anche una guerra dentro la guerra: bande criminali, guidate da gangster come Topalovic-Caco e Ramiz Delalic-Celo uno, spadroneggiano nelle strade. Il potere militare del presidente Izetbegovic, alla guida della Bosnia, si basa anche su di loro. Si macchiano di stupri, rapimenti, ruberie e uccisioni ai danni di tutte le etnie. Gli uomini si nascondono nel timore di rastrellamenti, chi non può pagare il riscatto è costretto a scavare le trincee sulla linea del fronte.



L’acqua è razionata, la luce viene spesso interrotta dai serbi, la gente è allo stremo. Il rischio epidemie è altissimo, mancano i beni di prima necessità, le medicine. I prezzi al mercato nero, in cui finiscono anche gli aiuti dell’Onu e di altre associazioni umanitarie, sono alle stelle. Un affare in cui mettono le mani le bande di Caco e Celo uno e Celo due, ma anche politici e capi militari corrotti, e gli stessi caschi blu. "A Sarajevo -  scrive il Guardian - i soldati Onu banchettano sui resti di una città morente". 



La strage
In una città di 526mila abitanti, le vittime furono oltre 12mila, 5mila bambini, i feriti più di 50mila, di cui l'85 per cento civili. 250mila il bilancio totale delle vittime in Bosnia, migliaia i profughi. A Sarajevo il 1º giugno 1993, 15 persone rimasero uccise e 80 ferite durante una partita di calcio. Il 12 giugno dello stesso anno 12 persone furono uccise mentre facevano la fila per l'acqua. La più grande di queste stragi fu un attacco al mercato della città, passato alla storia come il massacro di Markale, il 5 febbraio 1994, in cui morirono 68 civili e 200 furono feriti. Tra gli edifici danneggiati la Biblioteca nazionale, che bruciò insieme a migliaia di testi storici, e il palazzo della Presidenza. Furono distrutti anche i manoscritti dell'Istituto Orientale, unici al mondo. 


La morte di Locatelli
Il 3 ottobre, durante un'azione dimostrativa sul ponte di Vrbanja da parte di cinque pacifisti dei Beati Costruttori di pace, per "rompere simbolicamente l'assedio", viene ucciso Moreno "Gabriele" Locatelli, prima vittima italiana da quel 5 aprile 92. La versione ufficiale parla di spari di un cecchino serbo. Emergono dichiarazioni contraddittorie, rapporti che non si trovano, non viene fatta l'autopsia sul corpo. Un regista italiano, Giancarlo Bocchi, nei film inchiesta "Morte di un pacifista" uscito venti anni fa, e nel recente "Il ponte di Sarajevo", ricostruisce una diversa realtà dei fatti: lo sparo proviene dalla postazione della brigata di Caco, dai bosniaci. E attraverso il caso Locatelli racconta alcuni aspetti "nascosti" dell'assedio di Sarajevo. 

Dietro l'assedio
C'è anche un altro punto importante: "Eravate così preoccupati per Sarajevo che nel resto della Bosnia potevamo fare quel che volevamo": lo dirà, candidamente, ad un inviato britannico, il vicepresidente serbo, Koljević. C'è anche il tentativo di manipolare l'informazione, e di far passare l'assedio per un "accerchiamento" della città. La visita di Mitterrand nel giugno del 92 viene propagandata come il segno che "è possibile atterrare a Sarajevo e portare aiuti". Nel dicembre dello stesso anno, 500 pacifisti manifestano nella città. Tra di loro gli attivisti dei Beati Costruttori di pace. Per i serbi è la prova che l'assedio non c'è, si può entrare ed uscire liberamente. Intanto la comunità internazionale decide di considerare il conflitto una guerra civile, non interviene se non attraverso i discussi aiuti umanitari dell'Onu e dell'Unprofor, di stanza a Sarajevo. Un tunnel, completato nel 1993 dai bosniaci, consente di far passare armi e munizioni, ma anche cibo e medicine. Diventa una via di fuga per la popolazione. 


Gli accordi di Dayton
Dopo mesi di tentennamenti, negli Stati Uniti prevale l'idealismo wilsoniano e Clinton, per salvaguardare l'immagine degli Usa decide di intervenire contro gli assedianti, sia attraverso gli aerei della Nato, sia rafforzando le truppe di terra dei croati e dei bosniaci. La pace viene siglata nel novembre del 1995 con gli accordi di Dayton. Solo nel febbraio del 1996 il governo bosniaco dichiara la fine dell'assedio. 
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