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ITALIA

Arte

Sgarbi prosciolto da accusa di certificazioni false per opere di De Dominicis

Decisione del gup di Roma: "il fatto non costituisce reato".  A giudizio altre 19 persone

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di Tiziana Di Giovannandrea Il gup di Roma, Angela Gerardi, ha disposto il non luogo a procedere per Vittorio Sgarbi accusato dalla Procura di Roma di avere certificato come autentici alcuni lavori riconducibili all'artista Gino De Dominicis, pittore tardo neo-avanguardista e scultore di origini marchigiane (Ancona 1947-Roma 1998), ritenuti falsi dal Nucleo di Tutela del Patrimonio Artistico dei Carabinieri.

Il giudice dell'udienza preliminare ha fatto cadere le accuse per il critico d'arte con la formula perché "il fatto non costituisce reato" così come per la posizione di Duccio Trombadori. Il gup ha, contestualmente, rinviato a giudizio altre 19  persone coinvolte nel procedimento fissando il processo al prossimo 21 dicembre davanti alla Nona Sezione collegiale. 

Vittorio Sgarbi era finito nel registro degli indagati, in quanto all'epoca dei fatti era presidente della Fondazione Archivio Gino De Dominicis, composta da galleristi ed esperti d'arte. Nel corso delle indagini, nel 2018, i carabinieri Tutela Patrimonio Culturale sequestrarono oltre 250 opere ritenute contraffatte (per un controvalore di oltre 30 milioni di euro).

L'indagine ebbe il suo culmine nel novembre del 2018 quando due persone finirono agli arresti domiciliari e altre 20, tra cui lo stesso storico e critico d'arte, furono raggiunte da avviso di garanzia. Per due galleristi scattò l'interdizione all'esercizio della professione. I reati contestati, a vario titolo, erano quelli di associazione per delinquere, contraffazione di opere d'arte e ricettazione. A Sgarbi, in particolare, era attribuita la violazione dell'articolo 178 del Codice dei Beni Culturali (decreto legislativo 2004) che punisce chi, conoscendone la falsità, autentica opere od oggetti contraffatti, alterati o riprodotti. Su ordine del gip, furono sequestrate oltre 250 opere considerate contraffatte da chi indagava, per lo più cedute a ignari collezionisti, oltre ad altro materiale atto alla falsificazione. Nel corso delle indagini venne pure individuato il locale adibito a laboratorio dove sono state trovate opere con tutto il materiale idoneo alla produzione di falsi.

Secondo l'impianto accusatorio, sul mercato lecito dell'arte contemporanea sarebbero state immesse numerose opere d'arte contraffatte, corredandole di fraudolente certificazioni di autenticità, attribuite al celebre artista Gino De Dominicis  - riconosciuto come uno degli autori più importanti dell'arte italiana del Secondo Dopo Guerra con quotazioni sempre più in rialzo sul mercato - e, in misura minore, ad altri maestri dell'arte contemporanea.

Nell'ordinanza cautelare emessa nel 2018 il gip spiegava che le  "indagini del procedimento hanno avuto origine dalla contrapposizione tra due Archivi, entrambi dedicati allo stesso De Dominicis. Tale contrapposizione vede schierati - scriveva il gip -  da una parte l'archivio "Gino De Dominicis" con sede a Foligno , rappresentato da Paola De Dominicis, cugina ed erede dell'artista e dall'altra parte la "Fondazione/Archivio Gino De Dominicis" con sede a Roma".  Nella struttura di questa seconda fondazione "sono presenti numerosi soggetti indagati nel procedimento ", aggiungeva il giudice spiegando che "è importante osservare che De Dominicis, non riconoscendo alla fotografia valore documentario, ha sempre ostacolato in vita la pubblicazione di cataloghi delle sue opere. Il catalogo ragionato realizzato nel 2011 ne ha documentate 632, mentre secondo alcune stime l'artista in tutta la sua vita non avrebbe prodotto più di 800/850 opere". 
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