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MONDO

Srebrenica, anniversario di una strage. Vent'anni dopo una ferita ancora aperta

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di Emilio FuccilloSarajevo (Bosnia - Erzegovina) Sono passati 20 anni, 20 anni esatti dalla fine della guerra in quella che oggi è indicata come la ex Jugoslavia. Al suo posto, al posto di quella che fu la terra del maresciallo Tito, sulle carte geografiche di oggi ci sono nuovi nomi e nuove repubbliche, dalla Croazia alla Serbia passando per il Montenegro e la Slovenia.

E una menzione particolare merita la Bosnia-Erzegovina, uno dei 'nuovi' stati nati dalla disintegrazione della Jugoslavia e probabilmente quello che più di tutti ha pagato, in termini di vite umane e distruzioni materiali, il peso della separazione.

Sarajevo, città ricca d'arte e di storia, oggi capitale della giovane repubblica, porta infatti ancora oggi, a 20 estati di distanza, i segni di quel conflitto. I suoi palazzi, quasi tutti, dai palazzoni stile sovietico alle costruzioni di epoca austriaca, mostrano ancora le cicatrici dell'assedio, lunghissimo, di cui questa città fu ostaggio.

Buchi di proiettile, strisce lasciate dalla schegge delle granate punteggiano ancora le facciate degli edifici e, dove sono state coperte, le toppe lasciano immaginare quel che qui è accaduto. Quegli stessi palazzi che hanno riempito le televisioni di chi la guerra nell'ex Jugoslavia ricorda dalle cronache dell'epoca, sembrano quasi voler ricordare quel che qui è accaduto, e ancor più lo sottolineano a confronto con quello che sorge loro intorno. Nei 5 lustri trascorsi dal cessate il fuoco Sarajevo è stata infatti ricostruita e, a pochi passi dagli edifici ancora sfregiati, sorgono oggi modernissimi ed altrettanto luminosi centri commerciali.

Ma Sarajevo, assurto nell'immaginario collettivo dell'Europa che dopo la fine del secondo conflitto mondiale non voleva e non credeva di dover fare i conti con una nuova guerra sul suo suolo al ruolo simbolo di città-martire, oggi è una città affollata di capi di stato e governo, e quindi blindata, riunitisi qui per ricordare e celebrare i morti di un'altra città simbolo: Srebrenica.

Giovedì 9 luglio è stata la volta della cancelliera Merkel che, per prima, è arrivata in città, seguita poi dagli altri e in primis dalla presidente della Camera Laura Boldrini. Personalità arrivate sui Balcani per partecipare alle celebrazioni di sabato 11 quando, solennemente, verranno ricordate le oltre 8mila persone (uomini, vecchi e bambini) trucidate dalle truppe filo-serbe guidate da Ratko Mladic.

Una celebrazione che, a 20 anni di distanza, è ancora in grado di provocare attriti e polemiche. E' di appena qualche ora fa la notizia del veto apposto dalla Russia ad un testo proposto dalla Gran Bretagna all'Onu in cui ci si riferiva a Srebrenica parlando di genocidio, usando quello stesso termine che una sentenza della Corte Internazionale dell'Aia ha consegnato alla storia mettendolo nero su bianco in una sentenza. Ma un termine che ancora non piace a Mosca e tantomeno a Belgrado, nonostante le cronache raccontino di come, nel luglio del 1995, presa Srebrenica, le truppe di Mladic separarono gli uomini di età compresa tra i 7 ed i 77 anni dagli altri. E poi li uccisero.

In nome però della realpolitik, e soprattutto in nome delle aspirazioni europee, l'11 luglio alle cerimonie parteciperanno anche le istituzioni serbe che, in un primo momento, sembravano voler disertare.
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