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MONDO

Storie americane: un caffè speciale

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di Valentina Martelli La facciata è colorata. L’insegna, enorme, sovrasta le vetrate. Ci si legge “Homegirl Cafè”. Fuori, sul marciapiedi, venditori ambulanti offrono rosari e icone in legno. Ogni tanto entrano nel locale, scambiano qualche parola, in spagnolo, con le cameriere, cercando di interessare potenziali clienti che sorseggiano salutari succhi di lampone e mango o mangiano deliziose tortillas ripiene di pollo, fagioli, avocado, jalapenos e formaggio.
 
Ed è proprio una distanza pari a una tortilla che divide questo quartiere, Boyle Heights – popolazione composta per il 94 per cento da ispanici -da downtown LA.
Nel mezzo un ponte, il Los Angeles bridge.
L’“Homegirl Cafè” è una piccola gemma nascosta, nella rumorosa Mariachi Plaza. Un locale che vale la pena scoprire non solo per l’ottimo menù ma soprattutto per conoscere le sue dipendenti e le loro storie.
In gergo, Homegirl vuol dire, infatti, amica d’infanzia, ma da queste parti determina anche l’appartenenza a una gang.
 
Ecco perché, in un altro momento, luogo e in altre circostanze, sarebbe stato consigliabile tenersi ben alla larga da Latisha Valenzuela e Glenda Alvarenga.
Oggi, invece, le due ragazze accolgono i clienti con sorrisi, amicizia e tatuaggi che tratteggiano le linee del corpo e del viso e raccontano di un passato difficile.
 
“Ex detenute in cerca di vita migliore”. Così si definiscono.
L’hanno trovata grazie all’incontro con Greg Boyle, padre gesuita e fondatore di quella che è diventata una vera e propria impresa sociale, conosciuta in tutta Los Angeles e non solamente, la ‘Homeboy Industries’ (www.homeboyindustries.org). Ne fanno parte l’Homeboy Bakery – ormai rinomato panificio -, l’Homeboy Tortillas, l’Homegirl Cafe’ e una serie di altre attività, come il corso per installare pannelli solari, nate per impiegare ex membri delle gang e detenuti che, nonostante le competenze, faticavano ad essere impiegati nelle imprese della città.
 
“E’ un percorso volontario – spiega Glenda mentre arrotola un burrito – e spesso quando una nuova tirocinante arriva si capisce benissimo che è spaventata, pronta a reagire con una lite violenta a ogni genere di possibile disaccordo. Così noi, in  risposta, l’abbracciamo”. La maggior parte delle volte ci sono lacrime. Pianti lunghi e silenziosi. Poi nasce una tacita unione nell’affrontare un percorso non facile, perché sconosciuto. Infine arrivano i sorrisi. Gli ex “rivali” diventano amici e all’interno del locale si percepisce una serenità che viene trasmessa ai clienti, tra i quali ci sono scrittori, avvocati, attori e insegnanti.
“Chi decide di far parte di Homeboy Industries impara tutti gli aspetti dell’arte culinaria, sviluppando abilità sociali impossibili da immaginare quando si è parte di una gang” – aggiunge Latisha. Oltre all'addestramento lavorativo ci sono poi altri servizi, come corsi per la gestione della rabbia e per affrontare dipendenze dalle droghe. Infine anche un servizio per la rimozione dei tatuaggi per chi vuole togliere dalla pelle i segni di un’appartenenza che ora rinnega.
“Per noi ‘homies’ Boyle (padre Greg, n.d.r.) è  stato la salvezza. E’ la prima persona che ci abbia mai mostrato amore incondizionato e senza giudizio” dice Erika Carlos, impiegata nel negozio di articoli da regalo di Homboy Industries, dopo aver trascorso otto anni in prigione.
“Quando (Boyle) cammina per le strade di questa zona la gente lo segue….come facevano con Gesù.” Poi si avvicina e sussurra: “Tutti gli ‘homies’ vogliono che dia loro una benedizione perché così sanno di avere una speranza”.
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