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Superlega, Čeferin: i perché di un flop

Il presidente dell'Uefa torna sulla vicenda che ha "movimentato" il calcio europeo

Il presidente dell'Uefa Čeferin
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"Il merito del fallimento del progetto Superlega è stato soprattutto dei tifosi che hanno inscenato una vera rivoluzione e non si sono lasciati disprezzare, ignorare, non hanno permesso che si potesse pensare di comprarli". Così all'emittente slovena '24ur' il presidente dell'Uefa, Alexander Čeferin, spiega il motivo principale del fallimento del 'golpe dei Paperoni', dei 12 club più blasonati, ricchi e indebitati d'Europa (e del mondo) che volevano realizzare un loro torneo semi-chiuso (15 soci permanenti, di cui 3 mai definiti, e 5 club 'invitati' a rotazione ogni anno, con modalità sconosciute).

Secondo Čeferin, le societa' del calibro di Real Madrid, Juventus, Manchester United o Liverpool "ci hanno tutti sottovalutato" e "questo è tipico delle persone che sono per lo più circondate da coloro che annuiscono e che dicono loro di essere il migliore, il più bello e il più intelligente", ha aggiunto, spiegando che "probabilmente hanno sottovalutato me e l'intera situazione, mi sorprende che non sapessero in quale situazione si trovassero". Uno scollamento dalla realtà che è, secondo il presidente Uefa, alla base del flop.

Ma è stata davvero un'operazione portata avanti con l'arroganza di chi è ricco e potente che non dà ascolto a nessuno che esprima parere diverso dal proprio? A sentire le dichiarazioni post flop del direttore tecnico del Milan, Paolo Maldini, o dell'amministratore delegato dell'Inter, Giuseppe Marotta, sembrerebbe di sì. Per non parlare poi delle reazioni di alcuni allenatori (vedi Klopp del Liverpool o Guardiola del Manchester City), dei commentatori sportivi, di tutte le istituzioni sportive e politiche, delle tifoserie, soprattutto quelli inglesi. In casa Italia, a parte la Juventus, dove la 'mente' del progetto e quello che ci ha messo la faccia più di tutti è stato Andrea Agnelli, presidente e grande azionista del club, sembrerebbe che Milan e Inter abbiano agito 'sopra' la testa dei loro dirigenti o, comunque, di alcuni di loro. Ai microfoni di Sky, prima della partita con il Sassuolo, Paolo Maldini ieri sera ha dichiarato: "Non sono mai stato coinvolto nelle discussioni sulla Superlega. Ho saputo domenica sera di questa cosa decisa a un livello dirigenziale più alto. Ma questo non mi esenta dallo scusarmi con i tifosi, che si sono sentiti traditi nei principi fondamentali dello sport che al Milan abbiamo sempre rispettato".

In quanto all'ad dell'Inter Marotta, si è detto informato dell'operazione, ma ha sottolineato che è stata "un'azione gestita, come giusto, dalla proprietà", che poi ha tentato comunque di giustificare dicendo che è stata fatta "magari scoordinata, ma in buona fede per evitare il default e alla fine fare il bene di tutti". Il giorno dopo il fallimento ufficiale della Superlega (anche se Florentino Pérez si ostina a dire che "è solo stata messa in stand-by"), dunque, sembra chiaro che tutto il progetto è stato fatto dalle proprietà dei club che hanno puntato a far quadrare i conti e hanno ragionato solo in termini macroeconomici senza considerare le variabili che nel calcio sono indipendenti e incontrollabili: passione irrazionale e attaccamento morboso alla maglia dei tifosi, importanza sociale e ricadute economiche ai livelli più bassi (dalle categorie minori ai dilettanti e agli amatori), ideali sportivi spesso dimenticati ma mai sepolti.

Chi è dunque responsabile del tentato 'golpe' che nel giro di 48 ore si è tramutato in un boomerang per i suoi artefici? I responsabili hanno nomi e cognomi, a partire da Andrea Agnelli, la cui famiglia è proprietaria della Juventus, in cui John Elkann è al vertice con un patrimonio di 2 miliardi di dollari. Poi, restando in Italia, ci sono: Paul Singer, fondatore del fondo Elliot Management (che controlla il Milan) con un patrimonio stimato di 4,3 miliardi di dollari e Steven Zhang (proprietario dell'Inter), figlio di Zhang Jindong, uno degli uomini più potenti e ricchi della Cina, la cui fortuna si aggira sui 7,3 miliardi di dollari.

Poi gli altri 'paperoni' proprietari o grandi azionisti del 'club della Superlega': John Henry, uno dei due proprietari del Liverpool, con un patrimonio di 2,8 miliardi di dollari; i tre patron di Chelsea, Arsenal e Tottenham, Roman Abramovich, Stanley Kroenke e Joe Lewis, rispettivamente con patrimoni di 14,8, 8,2 e 4,9 miliardi di dollari; lo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, il numero uno del Manchester City, che nel 2018 ha registrato una fortuna di 22,2 miliardi di dollari; Joel Glazer, co-proprietario del Manchester United, con un patrimonio familiare di circa 5,8 miliardi di dollari; l'imprenditore israeliano Idan Ofer, che possiede il 32% delle azioni dell'Atlético Madrid e vanta un patrimonio di 6,4 miliardi di dollari; Florentino Pérez, presidente del Real riconfermato il 13 aprile (in carica fino al 2025), è un imprenditore e ha un patrimonio stimato di 2,2 miliardi di dollari.

Di fronte a questi nomi e questi patrimoni, imprenditori, emiri o milionari per diritto di nascita che volevano cambiare le regole con un atto di forza sembrato a tutti arrogante e irrispettoso soprattutto nei confronti di chi il calcio lo alimenta (con i soldi), le parole di Čeferin, dettate da un sentimento di rivalsa, suonano particolarmente significative e vere: "Era un tentativo di creare una fantomatica lega di ricchi che non seguisse alcun sistema, che non avrebbe tenuto conto della piramide del calcio in Europa, della tradizione, della cultura, della storia. Questo è tipico delle persone che sono per lo più circondate da coloro che annuiscono e che dicono loro di essere il migliore, il più bello e il più intelligente". Insomma, anche i ricchi piangono, a volte. Domani si riunisce l'Esecutivo dell'Uefa.
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