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SPORT

Superlega, l'asse franco-tedesco a difesa del calcio europeo

I club tedeschi e francesi contrari al progetto scissionista

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Proprio mentre sembra arrancare sul fronte politico, con l'annunciata uscita di scena di Angela Merkel e l'incertezza della rielezione per Emmanuel Macron, l'asse franco-tedesco è risorto nel giro di pochi giorni a difesa del calcio europeo. Forse non è un caso che tra i grandi club che dovrebbero dare vita alla nuova Superlega del calcio continentale manchino proprio le squadre tedesche e francesi.

Su tutte, Bayern Monaco e Paris St Germain, le più ricche e blasonate, che sarebbero membri 'di diritto', secondo i criteri adottati dagli ideatori del progetto, del nuovo esclusivissimo campionato che dovrebbe soppiantare la Champions League e non solo. E forse non è un caso nemmeno il fatto che ad opporsi con forza al nuovo progetto siano idealmente due nazioni che detengono una (la Francia) il titolo Mondiale e l'altra (la Germania), e proprio con il Bayern, l'ultima Champions League.

A sottolineare l'impegno francese contro il nuovo progetto, definito una "minaccia" per i "principi di solidarietà e di merito sportivo", è stato lo stesso presidente Macron, che nelle ore successive all'annuncio del varo della Superlega ha diramato un comunicato molto duro, assicurando che Parigi "sosterrà tutti i passi che saranno presi da Uefa, Fifa, Lega calcio e Federcalcio francesi per proteggere l'integrità delle competizioni federali, sia nazionali che europee". E poco importa che il club francese che ha opposto il 'gran rifiuto', il Psg, sia di proprietà di un ricchissimo imprenditore del Qatar, Nasser Al-Khelaïfi.

Angela Merkel, impegnata con la scelta del suo successore alla candidatura per la Cancelleria (sarà Armin Laschet), per il momento non si è espressa pubblicamente. Ma appare evidente che la netta opposizione al progetto del Bayern Monaco, la corazzata del calcio tedesco ed europeo, così come del Borussia Dortmund, altra candidata alla Superlega, attestino il netto 'No' della Germania. Per tutti, ha parlato Karl-Heinz Rummenigge, ceo del club bavarese, per il quale la soluzione ai problemi del calcio europeo (e ai suoi tanti debiti) non è un super campionato di super ricchi, ma "spendere meno". Un po' la riproposizione in chiave calcistica delle politiche rigoriste pre Covid della Germania.

Stavolta, l'asse franco-tedesco sembra aver trovato in Europa, sebbene fuori dalla Ue, un alleato inedito: il Regno Unito. Londra, che ha sempre tuonato contro un'Europa nella quale a suo giudizio decidevano sempre e solo Berlino e Parigi, al punto poi da volerne uscire, si è distinta da subito come fiera oppositrice della Superlega "per soli ricchi". Il premier Boris Johnson appare in queste ore il più attivo, tra i leader politici europei, nell'annunciare rappresaglie contro i club ribelli, al punto da invocare una "bomba legislativa" per  bloccare il progetto.

Il calcio inglese è quello che più di tutti avrebbe da perdere dal varo della Superlega. La ricchissima Premier League, con ben sei club secessionisti, verrebbe in gran parte svuotata del suo significato di brand globale. Una perdita non solo di immagine, ma soprattutto di giro di affari complessivo, e quindi di entrate fiscali, oltre che uno snaturamento del gioco inventato a metà dell'800 proprio dagli inglesi.

Altro leader europeo di peso che si è mosso contro lo scissionismo dei ricchi è stato Mario Draghi, che lunedì si è schierato a sostegno "delle autorità calcistiche italiane ed europee per preservare le competizioni nazionali, i valori meritocratici e la funzione sociale dello sport". Ma, così come l'Inghilterra, l'Italia non può vantare la 'purezza' di Germania e Francia. Ben tre club (Juventus, Inter e Milan) della nuova Superlega provengono dalle fila della Serie A, sul cui futuro incombe ora una nube gonfia di incertezze.

Grande assente, nel dibattito in corso, è lo spagnolo Pedro Sánchez, altro leader di un Paese fortemente coinvolto nel progetto che rischia di sconvolgere il calcio europeo così come lo abbiamo conosciuto finora. Il premier spagnolo non si è ancora pronunciato. Possibile che in Spagna il progetto, che vede coinvolte Real Madrid, Barcellona e Atlético Madrid, abbia più appeal che nel resto d'Europa. Certo è che, come per le grandi scelte politiche in sede Ue, Madrid prima o poi  dovrà schierarsi. Ed è probabile che lo faccia, magari con riluttanza, seguendo l'esempio di Berlino e Parigi.
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