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MONDO

Europa/Usa/Taiwan

L'Occidente rilancia i rapporti con l'isola ad alta tecnologia, "provincia ribelle" secondo Pechino

Taiwan produce oltre il 60% dei semiconduttori mondiali

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“Non vi aspettate vita facile e siate pronti alla battaglia”. Sono le parole del presidente cinese, Xi Jinping,  pronunciate nella Scuola Centrale del Partito Comunista in una lezione rivolta ai quadri del PCC per delineare le linee del suo pensiero riguardo agli sviluppi in  politica interna e internazionale, rivolgendo l’attenzione soprattutto alle continue tensioni tra USA e Cina che man mano vanno assumendo configurazioni diverse in base ai mutamenti della geopolitica mondiale. “E’ necessario proteggere la nostra sicurezza nazionale” ha ribadito Xi, consapevole che il ritiro degli USA dall’Afghanistan apre nuovi e più complessi scenari e che ora si allarga il terreno di confronto tra Pechino e Washington: per la Cina mantenere la pace e la stabilità diventa più urgente in Afghanistan, un paese abbandonato a sé stesso e di nuovo nelle mani dei Talebani,  da tenere sotto controllo soprattutto nei territori a ridosso del confine tra il Xinjiang (la regione cinese a statuto speciale abitata dalla minoranza musulmana dei turchi uiguri)  e l’Afganistan, 76 chilometri di frontiera montuosa da cui potrebbero transitare i jihadisti.  

Ma il ritiro americano dalla “tomba degli imperi” è stato probabilmente “accelerato” dalla necessità per l’Amministrazione Biden di guardare verso il Pacifico, verso quell’area in cui cresce velocemente l’influenza della Cina Popolare, zona strategica in cui è posizionata Taiwan, l’sola che il governo cinese considera una provincia ribelle e che vuole riunificare  con la madrepatria. La tensione nell’area sale: il 30 agosto 2021 il Ministero della Difesa Cinese ha nuovamente protestato contro il passaggio di altre navi da guerra della marina statunitense, la cui presenza militare aumenta nelle acque tra la Cina e Taiwan. “Gli USA sono la più grande minaccia per la pace e la stabilità e sono creatori di rischi per la sicurezza nello stretto di Taiwan che è largo 160 chilometri”. La dichiarazione del Ministero della Difesa di Pechino ha precisato inoltre per l’ennesima volta che: «Taiwan è una parte inalienabile della Cina», e Pechino non tollererà alcuna interferenza in quelli che ha definito i suoi affari interni.

Gli interessi di Cina e  USA in quei mari sono enormi e molteplici, acque ricche di giacimenti di idrocarburi nei fondali dal valore inestimabile, rinomate per l’industria ittica mondiale, uno dei principali sbocchi marittimi verso il nord-est asiatico.
E’ in questo contesto che si va delineando e ad aggiungere un elemento nuovo, il ruolo di Taiwan, non solo in quanto isola che Pechino vuole riportare a sé, e al centro di mari strategici, ma anche perché negli ultimi anni e di recente anche a causa  della pandemia, Taiwan è diventata leader mondiale nella produzione dei semiconduttori,  i minuscoli dispositivi elettronici basilari per gli smathphone, i computer, le automobili. Sempre più l’Occidente (USA ma anche UE)  guardano all’isola come fonte di approvvigionamento di questi componenti, indispensabili per vincere la competizione tecnologica mondiale. 

E’ di questi giorni un rapporto del Parlamento Europeo che incita l’UE a rilanciare i rapporti con Taiwan, il piccolo grande rivale di Pechino, un paese sempre più avanzato nell’industria hi-tech,  partner sempre più indispensabile per le grandi potenze  visto che il piano Made in China 2025 (secondo cui Pechino punta a raggiungere l’autosufficienza tecnologica dal resto del mondo entro quella data) non sembra subire grosse battute d’arresto. 

Taiwan produce circa il 60% dei microchip mondiali e una sola azienda dell’isola (Taiwan Semiconductor Manufactoring) ne  produce il 92% di quelli più sofisticati al mondo, con  transistor che misurano meno di un millesimo della larghezza di un capello umano, afferma la TSMC. Nel secondo trimestre del 2021 le assunzioni nell’industria dei semiconduttori taiwanesi sono aumentate più del 40% rispetto al 2020. Si tratta del dato più alto dalla fine del 2014.   

Anche prima della pandemia Taiwan rappresentava un anello cruciale nella catena della produzione globale dei semiconduttori. Ma la domanda dei microchip è aumentata molto velocemente quando l’emergenza sanitaria ha costretto la quasi totalità della popolazione mondiale a passare più tempo in casa con il conseguente aumento delle vendite di elettronica di consumo. Le più grandi aziende tecnologiche dell’isola hanno tutte riportato ricavi record nel 2020.

Ora resta da vedere che ruolo avrà il dominio di Taipei nell’export globale dei semiconduttori e come si affronteranno le grandi potenze per instaurare rapporti commerciali privilegiati con l’isola  in un momento storico in cui la tecnologia sembra l’unico ago della bilancia capace di condizionare le sorti del mondo.  
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