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MONDO

Usa

Las Vegas ricorda la strage un anno dopo

All’alba 58 secondi di silenzio. 58 colombe. Il suono delle cornamuse e le note di Amazing Grace. Nella notte, il buio, totale, sul sempre illuminato Strip. Così Las Vegas ricorda l’anniversario della strage peggiore commessa da un singolo individuo, con armi da fuoco, nella storia degli Stati Uniti

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di Valentina Martelli Era il 1° ottobre 2017 quando Stephan Paddock, pensionato 64enne, americano, bianco, sconosciuto alla polizia, un insospettabile uomo qualunque spara, dalla finestra del 32° piano del casinò Mandalay Bay sulla folla sottostante che partecipa al Route 91 Harvest Country Music Festival.

A vedere la performance conclusiva del festival, quella del cantante Jason Aldean, ci sono 22 mila persone. Sono le 10:05 di notte quando inizia la carneficina. Per dieci minuti, Paddock mira sulla folla e, senza apparenti ragioni legate a ideologie estremistiche di natura politica, religiosa o razziale, fa fuoco usando le numerose armi che, nei giorni precedenti, ha portato nella stanza dell’albergo. Paddock, infatti, si trova al Mandalay Bay da tre giorni, e nella sua stanza ha allestito un vero e proprio arsenale con centinaia di munizioni e due fucili treppiedi sistemati sulla finestra. Con sé ha, tra gli altri, quattordici fucili AR -15, dodici dei quali dotati di bump-stocks, il dispositivo che permette di trasformare le armi semiautomatiche in automatiche.

Sotto i mille i colpi, in rapida successione, che Paddock spara, muoiono 58 persone. 851 sono alla fine i feriti, 422 dei quali colpiti dai proiettili. Nelle due stanze adiacenti (134 e 135), che aveva prenotato, il killer - che risiedeva a Mesquite, una comunità per residenti di oltre 55 anni – aveva anche installato telecamere per studiare il movimenti della sicurezza interna dell’hotel e controllare l’arrivo della polizia. Quando gli agenti irrompono nella stanza, circa un’ora dopo il massacro, Paddock è morto, si è sparato un colpo alla testa. Oltre alle armi trovano un agghiacciante biglietto contenente i parametri su come sparare, creando un “cono di tiro” e uccidere il maggior numero di persone. Le indagini cercano risposte nel passato dell’uomo. Studiano la sua relazione con fidanzata, che era lontana al momento della strage. Poi, dieci meni dopo l’indagine chiamata “1 October” si conclude. Lo sceriffo della contea di Clark, Joe Lombardo, conferma quello che era emerso sin dall’inizio: non esiste un movente che spieghi la strage. L'FBI sta ancora cercando di trovarne uno.

Il massacro di Las Vegas riapre il dibattito sull’accesso alle armi negli Stati Uniti, protetto dal Secondo Emendamento della Costituzione. La NRA, National Rifle Association si dice favorevole a una regolamentazione sull’accesso al dispositivo bump-stock, ma, per i resto, poco cambia. Drammaticamente la strage diventa non solo la più mortale negli Stati Uniti ma anche quella più video registrata e virale. Agghiaccianti testimonianze “disponibili” tuttora che riaprono, per le famiglie delle vittime e dei sopravvissuti, ferite che mai si rimargineranno.

Ma oggi, mentre negli Stati Uniti ci si chiede se Las Vegas e Parkland siano la “nuova normalità”, il Paese si stringe, ricorda e lo Strip, la famosa strada dei casino’, si spegne. Alle 10:01 di stanotte, per 58 secondi, sarà infatti buio. Poi, alle 10:05 verranno letti i nomi delle vittime. Nomi impressi anche nelle croci portate accanto all’iconica insegna 'Welcome to Fabulous Las Vegas” da Greg Zanis, fondatore della nonprofit 'Crosses for Losses'. Le prime, che aveva realizzato e portato immediatamente dopo la strage, sono ora al Clark County Museum.
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