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CULTURA

Aveva 90 anni

E' morto George Steiner, gigante della critica letteraria

Ha affrontato il rapporto tra potere, barbarie e ignoranza

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Lo scrittore e saggista George Steiner, figura di primo piano nella cultura internazionale per i suoi studi di critica letteraria, autore di innovative chiavi di lettura di carattere morale e religiosa, è morto oggi all'età di 90 anni, nella sua casa di Cambridge (Inghilterra). Ha affrontato temi come il rapporto tra potere, barbarie e ignoranza. L'annuncio della scomparsa è stato dato dal figlio David Steiner all'edizione online del "New York Times".

Autore di una vasta bibliografica saggistica, con traduzioni in una decina di lingue (in italiano quasi tutti i suoi volumi sono apparsi da Garzanti), era professore emerito del Churchill College del'Università di Cambridge ed in precedenza è stato docente in numerose università tra cui Princeton, Stanford, Chicago, Oxford e Ginevra. In molti saggi ha affrontato il paradosso del potere morale della letteratura e la sua impotenza di fronte a un evento come l'Olocausto.

Nato a Parigi il 23 aprile 1929 da una famiglia austriaca di origine ebraica, allontanatasi dall'Austria a causa del clima di antisemitismo diffusosi alla fine degli anni Venti ed emigrata nel 1940 negli Stati Uniti, Steiner seguì gli studi universitari in Europa e negli Stati Uniti. Steiner è stato membro dello staff di "The Economist" a Londra (1952-56), dal 1966 ha sostituito Edmund Wilson come critico letterario per il "New Yorker" e ha collaborato al "Times literary supplement". Ha ricoperto numerose cariche accademiche e dal 1974 al 1994 è stato professore di inglese e letteratura comparata all'Università di Ginevra, dove poi è divenuto professore emerito. Nel 1994-95 è stato primo Lord Weidenfeld visiting professor of Comparative literature alla Università di Oxford.

Cresciuto in una famiglia dove si parlavano correntemente inglese, francese e tedesco, educato dal padre a un profondo rispetto per i classici e per i grandi del pensiero, della musica, della letteratura e delle arti, secondo le migliori tradizioni di quell'ambiente ebraico mitteleuropeo, della cui rovina fu testimone durante l'infanzia, Steiner si è avvalso di un tale patrimonio per un'appassionata ricerca sulle origini della crisi della cultura europea occidentale.

Pubblicò il suo primo libro, "Tolstoj o Dostoevskij" (Edizioni Paoline, 1965, Garzanti, 1995). La crisi della cultura si identifica per Steiner con la crisi del linguaggio: in "Linguaggio e silenzio" (1967, Rizzoli 1972 e Garzanti 1994) enuncia la lacerante divaricazione tra segni e significato e intuisce come la corruzione del linguaggio sia legata alla menzogna e alla ferocia del totalitarismo. Questa tesi diventerà centrale in "Nel castello di Barbablù" (1971, Se 1990), in cui l'Olocausto è indicato come la causa dello iato incolmabile apertosi tra cultura e politica (mondo di Weimar e mondo di Auschwitz), e dunque della fine del concetto stesso di progresso e della coincidenza di progresso e cultura.

Nel successivo "Dopo Babele" (1975, Sansoni 1984, Garzanti, 1995; adattato per la televisione con il titolo "The tongues of men", 1977), Steiner si propone di tracciare le coordinate di un nuovo campo di discussione: far uscire la linguistica dalle strettoie delle specializzazioni e delle astrazioni sincroniche. In quest'opera, pesantemente osteggiata dalle correnti linguistiche dominanti nel mondo accademico statunitense, Steiner situa la traduzione nel cuore della comunicazione: tradurre è sinonimo di comunicazione e comunicare significa decifrare. Ogni comunicazione umana anche monolingue è una traduzione.

Indicando in Babele un simbolo non di confusione ma di vitalità, Steiner vede nella proliferazione delle lingue la capacità umana di generare realtà alternative e quindi di proiettarsi durevolmente nel futuro. L'egemonia distruttrice delle cosiddette lingue maggiori, soprattutto dell'inglese, diventa così una componente del processo di massificazione e del livellamento della cultura occidentale.

Altro filone seguito da Steiner è quello del perdurare dei miti della cultura classica nella cultura occidentale ("Morte della tragedia, 1961, Garzanti 1965; "Le Antigoni", 1979, Garzanti 1990). Steiner individua nell'avvento di una società ormai assuefatta all'orrore, e quindi incapace di stupirsi, la causa della morte della tragedia. 

Nell'autobiografia intellettuale "Errata" (1997; Garzanti 1998) Steiner afferma di aver troppo tardi riconosciuto le origini del tramonto della cultura occidentale in una trasformazione radicale di categorie ontologico-storiche risalenti alla cultura greca classica. La cosiddetta nuova era si basa su una cultura dell'effimero opposta a quella della durata. Si dichiara infine, con autoironia, un anarchico platonico, incapace di aderire a uno schieramento politico, ma fermamente convinto della necessità di appoggiare qualsiasi ordine sociale capace di diminuire la sofferenza nel mondo e di dare spazio a un'élite culturale degli scienziati, degli artisti e dei filosofi.

Steiener ha scritto anche poesie ("Poems", 1953), racconti ("Anno Domini", 1964) e un romanzo "Il processo di San Cristobal" (1981; Rizzoli), che ebbe anche una versione teatrale, in cui affronta il tema di una sotterranea complicità tra vittime e carnefici.

Tra le altre opere pubblicate da Garzanti figurano: "Vere presenze" (1992), "Il correttore (1992), "Nessuna passione spenta" (1997), "Grammatiche della creazione" (2003), "La lezione dei maestri" (2004), "Una certa idea di Europa (2006), "Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero" (2007), "I libri che non ho scritto" (2008), "Letture. Sul 'New Yorker'" (2010), "La poesia del pensiero. Dall'Ellenismo a Paul Celan" (2012), "La passione per l'assoluto. Conversazioni con Laure Adler" (2014).

Da segnalare anche "Il libro dei libri. Un'introduzione alla Bibbia ebraica" (prefazione di Gianfranco Ravasi, Vita & Pensiero, 2012), "La barbarie dell'ignoranza (conversazione con Antoine Spire)" (Nottetempo, 2005) e "Nostalgia dell'assoluto" (Anabasi, 1995, Bruno Mondadori, 2000).
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