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MONDO

L'analisi

Xi Jinping in Tibet a 70 anni dall'invasione maoista

Il presidente cinese traccia la traiettoria futura per legittimare l’unità etnica del suo impero

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di Maria Novella Rossi Le 5 stelle  gialle della bandiera cinese, una  più grande al centro, (il PCC), e quattro più piccole, a rappresentare le più importanti classi sociali (contadini, operai, piccola borghesia e capitalisti vicini al partito) hanno delle radici storiche che  a suo tempo già anticipavano la problematica delle minoranze etniche.

Alla fondazione della Repubblica di Cina di Sun Yat Sen nel 1912 , sulla nuova bandiera nazionale comparivano invece cinque colori, simbolo ognuno dei principali gruppi etnici della Cina: rosso per gli Han, giallo per i Manciù, blu per i Mongoli, bianco per gli Hui (i musulmani oggi concentrati nel Xinjiang) e il nero per i Tibetani.

Non è dunque così recente il rapporto con le minoranze etniche in Cina :gruppi di popolazioni con culture e religioni diverse che lo stato cinese tenta di tenere insieme, a fasi alterne, all’epoca dell’impero come in quella del socialismo.

“Tutte le regioni e le genti di tutte le etnie in Tibet marceranno verso una vita felice” ha detto Il presidente cinese con enfasi propagandistica nella sua prima visita ufficiale di ieri in Tibet da quando è salito al potere nel 2013. Una visita che fa parte delle mosse politiche pianificate per legittimare l’adattamento “forzato”del buddismo tibetano alla società socialista e per forgiare l'unità etnica della Repubblica Popolare Cinese, quel processo a lungo termine lucidamente programmato nella consapevolezza che niente può frapporsi fra la Cina e il ruolo che l’ex celeste impero intende ricoprire nel 2050, neanche gli Stati Uniti.

Dopo aver visitato ieri Nyingchi, anche nota come la Svizzera del Tibet per le sue valli fluviali e le gole alpine, dopo aver fatto una tappa intermedia per valutare lo sviluppo della ferrovia Sichuan Tibet, Xi Jinping ha preso un treno per Lhasa, la capitale della provincia autonoma a statuto speciale,  che è anche la città più in alto del mondo, a ben 3.656 metri sopra il livello del mare.  

Pechino è accusata a livello internazionale di perseguire in Tibet il rafforzamento della sua presenza militare , di attuare la repressione religiosa e di imporre la sua lingua (il mandarino) e la sua cultura, in una regione ricca di risorse come legname e gas naturale, e in una posizione strategica per la Nuova Via della Seta, sebbene il governo centrale cinese stia lentamente spostando il focus della sua politica di influenza nella provincia himalayana ai confini con l’India. 

L’ attenzione non è più concentrata sul separatismo e sulla sicurezza interna ma sui temi della stabilità e dello sviluppo, saldamente sostenuto dalla promozione ideologica, con lo studio del pensiero di Xi Jinping, una priorità di  Pechino in Tibet. "

"La sinizzazione delle religioni è già una pietra angolare della politica religiosa del governo centrale per forgiare un’ identità cinese comune", ha spiegato un analista del South China Morning Post, aggiungendo che "è portata avanti non solo in Tibet ma anche in Xinjiang e Mongolia Interna".
In ciascuna regione abitata dalle minoranze sempre più in fermento della Repubblica Popolare il governo cinese mette in atto una politica di controllo per accedere alle risorse di queste regioni: le terre rare in Mongolia Interna, la zona in cui tra l'altro, come riporta lo Washington Post, è stata avviata la costruzione di diversi silos missilistici ai quali potrebbero essere destinati i dispositivi nucleari DF-41.

Una politica necessaria per tornare ad essere dominante in Asia e in definitiva al centro del mondo, anche a costo di essere sottoposti alle dure critiche dell’Occidente

"Sacrifica  il pruno per salvare il pesco" sta scritto nei “36 stratagemmi” , a significare che anche secondo la tradizione antica cinese ci sono circostanze in cui occorre sacrificare degli obiettivi a breve termine per conseguire quelli a lungo termine.
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