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MONDO

Due 'agende' politiche per i democratici

Biden nominato candidato: "Accettare è l'onore della mia vita"

Seconda giornata della convention virtuale del partito democratico. Parlano il 'vecchio' Bill Clinton e la 'giovane' Ocasio-Cortez. Due visioni opposte della politica democratica. A Biden il compito di conciliarle

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Da stanotte Joe Biden è ufficialmente il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti.

"E' l'onore della mia vita accettare la nomination del partito democratico per la presidenza degli Stati Uniti d'America": questa è stata la prima reazione su Twitter di Joe Biden.

È stato solo un passaggio formale,  ma non privo di significato, soprattutto quest'anno con una convention virtuale, senza delgati presenti, senza il calore e il colore che accompagna tradizionalmente la nomina di un candidato. È pur sempre il momento del picco emotivo, in cui il partito formalmente si unisce dietro il proprio candidato. E la parola 'unità' è probabilmente quella più pronunciata in questi giorni della convention, appena dopo il nome Trump e ovviamente Biden. 

Lo testimonia bene l'intervento di Alexandra Ocasio-Cortez, la deputata socialista di New York che ha chiesto la nomination per Bernie Sanders per poi promettere unità per la campagna elettorale di Joe Biden. Nel farlo mette dei paletti, perché nel "momento in cui milioni di americani cercando delle soluzioni vere", dice Ocasio-Cortez, "noi vogliamo un futuro migliore, un movimento che garantisca una maggiore istruzione, assistenza, e ripari le ferite della ingiustizia razziale, la misoginia e l'omofobia, un movimento che riequilibri un'economia che moltiplica le disparità". 

È l'agenda dell'ala sinistra del partito democratico che viene ripetuta a Biden, avvertendolo che l'unità d'azione promessa non sarà per sempre, ma che dovrà essere conquistata dal candidato ogni giorno e che verrà controllata ogni sua parola da qui al 3 novembre, il giorno delle elezioni. 

Il partito democratico si è progressivamente spostato a sinistra negli anni, accelerando nei mesi della pandemia. La crisi ha colpito molto più duramente i gruppi sociali più deboli che si sono ritrovati privi di lavoro, di casa, di coperture sanitaria proprio quando ne avrebbero avuto più bisogno, ma non è stato sufficiente per nominare un candidato di sinistra. I sostenitori di Bernie Sanders, di Elizabeth Warren, della stessa Ocasio- Cortez si sono ritrovati come ticket presidenziale il centrista Joe Biden e la controversa (per la sua politica legge-e-ordine) Kamala Harris. La scarsa fiducia era scontata.

Se la base punta a sinistra, Biden non può sguarnire il fronte centrista. Sulla falsariga del primo giorno della Convention, gli strateghi di Biden si preoccupano di mostrare ai repubblicani non trumpiani che possono tranquillamente votare democratico. Questa notte si sono affacciati alla convention il generale Colin Powell, ex segretario di Stato di Bush jr, e Cindy McCain, la vedova dell'ex candidato repubblicano alla Casa Bianca, senatore ed eroe di guerra, John McCain. 

Si vira al centro e il campione in questo, trent'anni fa fu Bill Clinton. Il suo è stato l'altro atteso intervento di oggi e gli argomenti non sono cambiati, perché sempre attuali per la classe media: "Non vogliamo un presidente che crolla come un castello di carta durante una crisi" "siamo l'unico Paese industrializzato - ha aggiunto l'ex presidente- ad aver triplicato la disoccupazione, per l'ostinazione di Trump a negare qualsiasi responsabilità. Abbiamo bisogno di un leader che guidi l'America. Joe Biden vuole costruire l'economia meglio di come è stata fatto, è lui il miglior presidente per gli agricoltori, per chi lavora nell'assistenza, per i bambini, lui lavorerà perché la vostra pensione non sia rischio. Sapete cosa farebbe Trump per altri quattro anni: attaccare, dare la colpa agli altri, fare il bullo".

Da ricordare gli interventi dell'altro ex presidente democratico, il 95enne Jimmy Carter e dello speaker della minoranza al senato, Chuck Schumer, che dopo il voto di novembre vorrebbe diventare speaker della maggioranza. La conquista di almeno 51 seggi al Senato è un traguardo per i democratici quasi altrettanto importante che conquistare la presidenza.

I sondaggi non sono sfavorevoli e potrebbe, se ciò accadrà, inaugurare un periodo di totale predominio democratico. Difficile per un presidente non mantenere le promesse, anche quelle fatte alla sinistra del partito. 
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