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SCIENZA

Studio globale sulle concessioni statali

I diritti dei popoli indigeni e l'uso della terra

In Brasile, Cambogia, Colombia, Indonesia, Liberia, Mozambico, Perù e Filippine il 93% delle concessioni statali di risorse minerarie, foreste e terreni agricoli lede i diritti dei popoli indigeni

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di Stefano Lamorgese Una recentissima analisi condotta su 73mila impianti diversi, in otto paesi coperti dalla foresta tropicale (Brasile, Cambogia, Colombia, Indonesia, Liberia, Mozambico, Perù e Filippine), rivela che il 93% delle concessioni statali conferite a privati per le attività minerarie e agricole coinvolge (e stravolge) la vita delle comunità indigene, occupando la terra che esse abitano.

"Quando i governi vendono la terra, le foreste oppure le altre risorse naturali" spiega Andy White, coordinatore del consorzio internazionale Rights and Resources Initiative (RRI) che ha commissionato la ricerca " i conflitti con i popoli indigeni diventano inevitabili". Se si coinvolgessero sotto tutti gli aspetti le popolazioni locali, anziché cacciarle, "tali conflitti sarebbero evitabili", conclude White.

Gli dà man forte Leonardo Pradela, specialista di The Munden Project, la società di consulenza che ha svolto lo studio: "In molti mercati emergenti le leggi che sanciscono i diritti di proprietà non tengono in alcun conto i diritti delle popolazioni che abitano le aree interessate agli investimenti privati di sfruttamento dei suoli", spiega.

Il fatto è che questi popoli vivono da secoli nello stesso modo e pertanto non sono affatto interessati a trasferirsi in aree urbane, dove ovviamente soffrirebbero di uno sradicamento insopportabile. Eppure vengono scacciate dalle loro terre e finiscono spesso molto male, anche dopo conflitti che durano anni e che costituiscono una perdita secca per loro e per gli investitori.

L'incontro internazionale a Lima
Il rapporto è stato presentato in occasione del sedicesimo incontro internazionale su "Investimenti, Comunità, e il cambiamento climatico: rischi e opportunità", in corso a Lima, in Perù, in questi giorni.

I conflitti
L'analisi dei conflitti ha messo in luce come le fasi più distruttive e difficili siano quelle iniziali, quando le comunità indigene si sentono invase e danneggiate (lo sono, in effetti) e gli investitori temono per la buona riuscita dell'impegno dei loro capitali.

"L'unico luogo davvero disabitato è l'Antartide", ha ricordato Richard Smith, direttore esecutivo del peruviano Instituto del Bien Común (IBC), che ha ospitato l'evento. "Non è più tollerabile che le comunità non siano consultate sugli investimenti che coinvolgono le loro terre".

Il futuro
Certo che è piuttosto curioso che - mezzo millennio dopo la conquista delle Americhe - non si sia ancora riusciti, almeno sulla base del diritto internazionale, a moderare gli interessi del capitale privato né a subordinarne l'impiego al rispetto dei diritti dei popoli.

Se si pensa che ci sono paesi come il Perù che hanno "svenduto" il 40% della propria terra alle compagnie minerarie e che la stessa sorte è toccata al 35% delle foreste indonesiane, allora - più che "curioso" - il fenomeno diventa sospetto.

Di che cosa abbiamo parlato?
Il rapporto è stato realizzato per conto di Rights and Resources Initiative (RRI) (un consorzio globale di associazioni e istituti rivolto allo studio del consumo del suolo e alla riforma delle politiche a esso connesse) da The Munden Project, società di consulenza specializzata - così si legge nel sito ufficile - in "problemi complessi".
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