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SCIENZA

Archeologia

Cimiteri degli elefanti nel cuore di Roma: il mondo perduto del Pleistocene torna alla luce

Il sottosuolo della capitale conserva la memoria di vicende risalenti a centinaia di migliaia di anni fa. Viaggio alla scoperta dei letti di antichi fiumi, tra i resti di giganti alti 4 metri, rinoceronti e ippopotami

Il cranio di un elefante alla Polledrara di Cecanibbio
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di Andrea BettiniRoma Lungo le sponde di fiumi oggi scomparsi, elefanti, ippopotami e rinoceronti si abbeverano, osservati da gruppi di ominidi. All’orizzonte pennacchi di fumo si alzano da coni vulcanici, sottolineando il nervosismo di un sottosuolo inquieto e minaccioso. È il ritratto di un mondo perduto, eppure molto vicino a noi. Qualche centinaio di migliaia di anni dopo, nella stessa zona sarà edificata una grande città: Roma.

Zanne che raccontano storie 
Quell’epoca, che gli studiosi chiamano Pleistocene, è ormai lontana, ma in alcuni luoghi magici ne sono state conservate delle istantanee affascinanti e preziose. Zanne, ossa, manufatti emergono dal suolo per raccontarci delle storie, il lato meno conosciuto del passato della capitale.

L'antico fiume di Rebibbia 
Nel quartiere di Rebibbia, nel mezzo di un’area residenziale, nel 1981 dei lavori di urbanizzazione hanno portato alla luce il letto di un corso d’acqua di 200mila anni fa. Tra massi arrotondati e ghiaia sono stati trovati migliaia di reperti. Oggi vi sorge il Museo di Casal de’ Pazzi, che abbraccia la zona degli scavi. “Vicino a questo fiume c'era tanta vita, anche se un po' diversa da quella che possiamo immaginare nella campagna romana - spiega la responsabile, Patrizia Gioia - C'erano elefanti con zanne lunghe quattro metri, ippopotami, rinoceronti, iene, grandi buoi. C'erano anche gruppi di uomini di Neanderthal, che avevano una profonda conoscenza della natura e dell'ambiente che li circondava". 
 
Il cimitero degli elefanti 
Spostandosi appena fuori dalla città, tra i pascoli e gli uliveti che si trovano fra l’Aurelia e la via di Boccea, ecco un vero e proprio cimitero degli elefanti. È la Polledrara di Cecanibbio, un enorme giacimento che riporta i visitatori indietro di 320mila anni scoperto nel 1984. Qui scorreva un fiume, sostituito poi da un’area paludosa: una vera e propria trappola per quei giganti che raggiungevano i 4 metri di altezza alla spalla.
 
"Un ambiente conservato perfettamente" 
Il fango che li imprigionò e li uccise ha però anche preservato i loro resti, facendoli arrivare fino a noi. “È un ambiente fluviale conservato perfettamente: uno spaccato di un mondo perduto che ha tante cose da raccontare a noi e ai nostri figli”, dice Rodolfo Coccioni, paleontologo e organizzatore della Settimana del Pianeta Terra, che dal 18 al 25 ottobre proporrà iniziative qui e in altri 180 luoghi in tutta Italia.
 
Ritorno alla vita
Il succedersi di glaciazioni e periodi interglaciali, le eruzioni vulcaniche, l’arrivo dell’Homo Sapiens dall’Africa hanno gradualmente fatto sparire quell’ecosistema. Qualcosa però è tornato a vivere. Nel sito di Casal de’ Pazzi è stata trovata una foglia fossilizzata di Zelkova crenata, un albero che oggi cresce intorno al Mar Nero e al Mar Caspio. È stato piantato nel giardino del museo e a quanto pare sta benissimo, come i suoi antenati di 200mila anni fa. 
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