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SPORT

Dieci anni fa la morte del campione

Intervista a Marco Pastonesi, autore di "Pantani era un dio": "Il gruppo lo amava"

Il giornalista ha ricostruito la carriera del Pirata come un racconto a più voci, raccogliendo le testimonianze dei suoi ex colleghi: "C'è un altro Pantani, genuino, semplice, generoso. E' lui il protagonista di questo libro"

La copertina del libro di Pastonesi
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di Giancarlo Usai Parlare di Pantani attraverso i ricordi di chi ci ha corso insieme. Lo ha fatto Marco Pastonesi con “Pantani era un dio”, un libro con cui il giornalista della Gazzetta dello Sport ripercorre gli anni della carriera del Pirata mettendo insieme le testimonianze di compagni di squadra e avversari. “Nel ciclismo sono sempre stato affascinato dalla figura degli ultimi, i gregari, quelli che osservano e vivono la corsa dal fondo”, dice Pastonesi. Ed è proprio a loro che si è rivolto per ricostruire quegli anni. “Non c’è astio o rivalità nelle parole dei suoi ex colleghi. Tutti lo amavano, lo stimavano, lo ricordano con affetto. Forse perché, giù dalla bicicletta, era uno semplice, genuino, generoso”. Il ritratto che viene fuori è quello di un campione d’altri tempi, che dominava le salite ma che rimaneva lontano dal mondo dorato del successo. “Parlava romagnolo, al bar pagava sempre lui, quando fra compagni si faceva il consueto giro di cappuccini”.

Un campione d'altri tempi
Il Pirata era uno che improvvisava, odiava la tecnologia che cominciava a farsi largo nel suo sport, detestava strumenti come il cardiofrequenzimetro. Il libro si concentra su due temi principali: uno è il rapporto con gli altri corridori, appunto, e l’altro è quello delle salite. Le montagne, il regno del Pirata, dove l’atleta divenne un mito vivente: “C’era questa contraddizione affascinante, un uomo di mare, che veniva dalla riviera romagnola, che trovava nelle vette più alte il suo habitat naturale". Pastonesi ha ripercorso, in bicicletta, le cime dove Pantani è diventato il Pirata. “La prima è il Monte Carpegna, vicino casa sua, dove si allenava. Sono partito dalla sua salita, per poi andare sulle altre montagne che lo hanno incoronato, dal Galibier al Mortirolo”.

Anche nel dramma, la ricerca della sfida
Una leggenda, quella del Pirata, non intaccata dalla realtà di quegli anni, cioè uno sport che faceva un uso diffuso di sostanze proibite: “Pantani barava, ma era un ciclismo che utilizzava nel suo insieme il doping. Molti lo confermano anche ora, dopo anni: se tutti avessero corso a pane e acqua, Marco sarebbe stato comunque il più forte”. Un campione “indisciplinato”, per la sua insofferenza alle regole della vita da atleta, che anche nella caduta fragorosa non conobbe vie di mezzo. “Era salito troppo in alto: quando è precipitato il tonfo è stato violento". La cocaina è stata un’altra sfida, tragica, estrema: “E’ come se avesse pensato che dopo tanti sforzi e sofferenze, poteva essere più forte anche della droga”. Nel suo finale drammatico, la mancanza di affetti e, soprattutto, una situazione sentimentale che lo tormentava: “Secondo me, la separazione da Christine è stata decisiva, Marco ne ha sofferto tantissimo”.

L'altro Marco
Christine, la ragazza danese che per sette anni ha condiviso la vita con Pantani, era, a detta di tutti, il contrappeso che permetteva allo scalatore romagnolo di tenere i piedi per terra, senza farsi trascinare dall’ebbrezza delle vittorie, dei soldi, della fama. Il libro non emette sentenze e non fa elogi morali: “Credo però che della tragedia umana di Pantani si debba avere pietà e compassione. Certo, forse le sue azioni non sono da esempio, ma volevo riportare al centro del ricordo le doti umane di Marco, la sua generosità e allegria. Ecco, questo ‘altro’ Pantani, mi manca molto”.
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