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CULTURA

Suonare "per far sapere al mondo"

I violini della speranza

Per la prima volta in Italia, nel Giorno della Memoria, dodici violini e un violoncello, in uso durante la persecuzione degli ebrei e sopravvissuti alla Shoah, suoneranno insieme all'Auditorium Parco della Musica di Roma. 

Francesca Dego
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di Carla ToffolettiRoma Se non parlano di certo possono ancora “suonare”  le loro storie. Dodici violini e un violoncello recuperati e restaurati dal liutaio israeliano Amnon Weinstein il 27 gennaio torneranno a suonare, per la prima volta in Italia, all'Auditorium Parco della Musica di Roma. Ci sarà il violino che faceva parte di una delle orchestrine di Auschwitz che accompagnavano i deportati nelle camere a gas, quello che fu gettato da un treno in viaggio verso i lager, e venne raccolto e conservato da un contadino polacco; ci sono i violini dei musicisti ebrei che nel ’36 lasciarono la Germania per andare a formare l’Orchestra Filarmonica della Palestina (poi di Israele) voluta fortemente da Toscanini e Huberman per salvarli dalla deportazione; i violini decorati con la Magen David (la Stella di David) che accompagnavano i suonatori ambulanti di musica klezmer; quelli che viaggiarono con i rifugiati alla volta degli Stati Uniti e furono nascosti nelle soffitte per dimenticare l’orrore.   
                                 
Le voci dei violini della Shoah
A farli vibrare la JuniOrchestra dell' Accademia Nazionale di Santa Cecilia  (con musicisti  dai 14 ai 21 anni), diretta da Yoel Levi. A ridare voce ai  violini della Shoah artisti di origini e religioni diverse, per trasmettere un unico messaggio di vitalità e speranza nel linguaggio universale della musica, in un momento ideale di fratellanza. Sul palco Shlomo Mintz, ebreo e israeliano, Cihat Askin, turco e musulmano, e Francesca Dego, italiana di madre ebrea – 46 membri della sua famiglia non fecero mai ritorno da Auschwitz. Insieme a loro un giovane violinista albanese, musulmano convertito al cattolicesimo, Ermir Abeshi e, presenza altamente simbolica, il violoncellista tedesco Alexander Hülshoff che suonerà il violoncello appartenuto a David Popper, figlio del Cantore del Ghetto di Praga, trucidato dai nazisti il 19 gennaio 1945.
 
Francesca Dego, come si  sente a prendere in mano uno violino che porta in sé la storia di una tragedia?
E’ un grosso punto di domanda, non solo perché usare uno strumento che non ti appartiene, che non conosci è sempre difficile, ma soprattutto per l’impatto emotivo che comporta.
 
Come farà vibrare lo strumento?
Il violino è la  voce  dello strumentista, il suono con cui si esprime. Sapere di poter fare uscire da questi strumenti la voce di persone morte in modo così tragico, che non ci sono più, e di cui verranno raccontate le storie , significa farli resuscitare per un giorno. C’è qualcosa nelle vibrazioni che rimane per sempre della persona che l’ha suonato per tanto tempo. Il violino vibra con frequenze particolari  che rispecchiano anche il modo di suonare di chi l’ha usato per anni. Ridare voce a questi strumenti è qualcosa di incredibile.
 
Ricordare per non dimenticare. Non è mai stata tentata dall’oblio?

Per chi ha una discendenza ebraica è una cosa impossibile. E’ una consapevolezza che diventa parte integrante del proprio modo di essere. E’ una sorta di esperienza di un popolo, tramandata e  assolutamente indelebile.
 
Il Giorno della Memoria ha ancora senso?
E’ un simbolo. Stiamo vivendo nell’oblio di tutte le crudeltà commesse quotidianamente nel mondo. Almeno un giorno per fermarsi a riflettere è importante, vista anche la vita frenetica che conduciamo. Non è abbastanza, ma  fermarsi  ci porta a pensare a quello che siamo. La memoria è un diverso modo di vivere con la consapevolezza di quello che è successo e di quello di cui sono capaci gli esseri umani. Anche solo un giorno dedicato ad acuire questa consapevolezza è prezioso.
 
A chi dedicherà il concerto?
Ho sempre avuto il peso di discendere dalle vittime. I miei nonni materni sono gli unici sopravvissuti della famiglia. Mia madre sarà in sala. Lo dedico sicuramente a lei, ma anche a tutti quelli che sono stati sterminati e che sono la mia famiglia. E a tutte le vittime cadute in guerra.
 
Cosa suonerà?
La Zingaresca di Sarasate, pezzo virtuosistico ma anche molto riflessivo, dedicato ai gitani morti nei campi nazisti. E’ stato scritto da un compositore spagnolo e dedicato proprio agli zingari ungheresi e al loro modo particolare di suonare il violino. Una tradizione violentemente “estirpata” dall’eccidio. Ma il pensiero va anche a Alma Rosè, eccezionale violinista ebrea nipote di Gustav Mahler. E direttrice dell’orchestra di Auschwitz. Era il suo cavallo di battaglia, e lo suonava anche quando accompagnava i prigionieri alle camere a gas. Anche lei non fece mai ritorno da quel campo. Poi con gli altri faremo vibrare insieme quattro di questi strumenti nel Concerto per quattro violini di Antonio Vivaldi.

Qual è il potere del linguaggio della musica?
E’ un linguaggio universale, di speranza. La musica è qualcosa che nessuno ti può togliere e che può illuminare anche i momenti più bui della vita. Questo me lo hanno insegnato i sopravvissuti, è un momento condiviso che aiuta a superare le diversità e le barriere. Questo concerto vuole essere un momento di riflessione collettiva su tutti i genocidi e i crimini contro l’umanità, ma soprattutto un invito alla pace.
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