L'affascinante storia di un mammifero senza tempo

Dal ritrovamento ai meticolosi restauri, l'identikit del Mammut della città di L’Aquila

Dopo il terremoto 2009, nonostante il Forte Spagnolo sia ancora cantiere, aperture straordinarie permettono l'accesso ai visitatori

Dal ritrovamento ai meticolosi restauri, l'identikit del Mammut della città di L’Aquila
Ddc/Rainews
Il Mammut della città di L'Aquila

Il volto largo e scavato si impone e per un attimo ammutolisce, la lunga zanna avverte e preannuncia l’imponente stazza. Alto quattro metri e lungo sette, i sostegni forgiati lungo le ossa mantengono lo scheletro composto. Trascorsi un milione e trecento mila anni, il Mammut della città di L’Aquila, protetto dalle spesse mura del Castello Cinquecentesco, è ancora qui: maestoso e spavaldo, tra i più completi esemplari del Pleistocene.

L'illustrazione di Benoit Clarys Ddc/Rainews
L'illustrazione di Benoit Clarys

A dare un’immagine di come fosse in carne ci ha pensato il celebre Benoit Clarys, famoso per illustrare trascorsi lontani: mammifero in quell’Abruzzo lacustre d’un tempo capace di offrire un clima africano. E se l’arte aiuta a fare un tuffo nel passato e il cinema proietta un viaggio animato, il museo custodisce, espone e restaura. Correva il 1954 quando il Mammuthus meridionalis fu rinvenuto casualmente durante uno scavo in una cava d’argilla nel Comune di Scoppito, in un piccolo paese a pochi chilometri dalla città di L’Aquila.

Perforando un misto di argilla e sabbia in cerca dell’acqua il terreno restituì quello che oggi si potrebbe definire un odierno elefante dalle zanne ricurve. Una scoperta unica avvenuta, a meno di un metro, tra mistero, incredulità e sospetto. Nonostante lo stato precario delle ossa, a spiegare la lunga conservazione, dell’esemplare ritrovato quasi completo, è il basso contenuto di ossigeno presente nell’argilla.

Un momento del ritrovamento nella cava di argilla vicino L'?Aquila MuNDA
Un momento del ritrovamento nella cava di argilla vicino L'?Aquila

Morto a 55 anni sulla sponda di uno specchio d’acqua, 11.550 chilogrammi di peso, maschio, della specie con poco pelo, amante della frutta e delle foglie, sono le 149 ossa a rivelare ai paleontologi i segreti del Mammut di L’Aquila. L'identikit parte dai denti molari, indicatori degli anni, dal bacino e dalle vertebre, che ne svelano il sesso ma anche l’altezza e la massa corporea. 

Una prospettiva del Mammut Ddc/Rainews
Una prospettiva del Mammut

La curiosità più evidente del Mammut è anche la sua caratteristica: la presenza di una sola zanna. Un marchio distintivo, che in vita gli avrebbe creato persino una sorta di scoliosi. Dal peso di 100 chilogrammi l’unica difesa - originale - del Mammut è conservata ai suoi piedi (Attaccata allo scheletro c’è una copia identica più leggera), mentre l’altra (non rinvenuta durante gli scavi) si sarebbe malamente spezzata creando una frattura soggetta a infezione. Una “ferita” scaturita da un combattimento, è l’ipotesi più accreditata. 

A terra la zanna originale del Mammut Ddc/Rainews
A terra la zanna originale del Mammut

A lungo lo scheletro è stato oggetto di studi e di meticolosi interventi. Sono affascinanti le fasi di restauro avvenute in diverse epoche e per motivi differenti. Negli anni che vanno dalla scoperta al 1960 la decisione di agire sullo scheletro è stata presa per bloccare il deterioramento delle ossa: giudicate “troppo fragili”. Scelta che portò a decisioni drastiche. Per alleggerire lo scheletro, durante il trasporto del Mammut presso l'istituto di Geologia dell'Università di Roma, si optò per recidere la zanna (Ripristinata a fine lavori). 

Il Mammut dopo il primo restauro Munda
Il Mammut dopo il primo restauro

Le ossa, accuratamente riposte in otto casse, subirono un primo consolidamento accompagnato, durante la fase espositiva, dall’armatura di tubi di ferro a sostegno. Il secondo restauro avvenne alla fine degli anni Ottanta (1987-1991) deciso per salvaguardare lo sgretolamento all’interno delle ossa. 

Il cranio e il bacino furono risistemati sul posto mentre il resto dello scheletro trovò accoglienza nei laboratori del Museo di Geologia e Paleontologia dell’Università di Firenze. In questa fase si decise di ricostruire parte della mandibola e di sostituire definitivamente la pesante zanna con una riproduzione più leggera.

La mandibola e la zanna (ricostruita) del Mammut Ddc/Rainews
La mandibola e la zanna (ricostruita) del Mammut

Il terzo e ultimo intervento è avvenuto dopo il terremoto dell’Aquila del 2009, per via delle lesioni che hanno interessato parte dello scheletro del Mammut. Finanziato dalla Guardia di Finanza, i lavori di restauro hanno consentito, tra il 2013 e il 2015, di rafforzare ulteriormente le ossa originali e di rimodellare con maggiore efficacia le integrazioni avvenute nei precedenti restauri.

Il consolidamento superficiale e strutturale è stato un passo decisivo per restituire alla città e al mondo lo straordinario Mammut aquilano. E nonostante il castello sia ancora cantiere, il bestione, rimasto al buio troppo al lungo nel bastione est del Forte Spagnolo, è tornato maestoso e spavaldo grazie allo sforzo collettivo e alla tenacia di chi se ne prende cura. 

Il Mammut Ddc/Rainews
Il Mammut

Presentato come una star, il Mammut è un guerriero senza tempo uno dei simboli della città di L’Aquila. La sua presenza è un collegamento remoto difficile da immaginare, una finestra temporale ciclopica rispetto alla parentesi della vita umana. 

Si ringrazia il MuNDA - Museo Nazionale d’Abruzzo
Direttore delegato Dott.ssa Federica Zalabra