Calciomercato

Dybala, genio incompreso

L’argentino sta aspettando da un mese il sì dell’inter: il nostro campionato rischia di perdere l’ennesimo talento

Dybala, genio incompreso
RAISPORT
Paulo Dybala

Diego era un genio. Pablo Picasso descriveva con un semplice aforisma il talento dei predestinati: ci sono pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ci sono altri che con l’aiuto della loro arte e della loro intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole. Ci chiediamo da lustri se anche Paulo Dybala appartiene alla categoria: discreto imbrattatele o autore di raffinati dipinti? Esiste anche la via di mezzo. Non tutti possono essere fuoriclasse: molti diventano campioni o qualcosa di strettamente simile. 

A me il Gaucho ricorda molto l’incostante ma talentuoso Beccalossi. L’ex numero 10 della “Beneamata” era capace di vincere da solo le partite, ma a volte riusciva anche a farle perdere. Io ne ero innamorato, pur captando i limiti di continuità. Nato a Brescia, ma scugnizzo dentro. Beck, troppo estremo per risultare simpatico al severo ed etico Enzo Bearzot. Era un eretico del pallone. Spesso bisognava usarne due quando era in giornata di scarsa vena. Con Evaristo o giocavi in 12 o in 10. Non c’erano mezze misure. Però aveva estro e classe da vendere: ammaestrava il pallone a ritmo di danza, facendo godere i fan nerazzurri e disperare gli avversari. 

Dybala è più meno così. A me piace vederlo giocare, ma resta un solista (immenso, meglio ribadirlo), non uomo squadra. In tanti anni non si è mai preso la Juve sulle spalle, non l’ha mai trascinata, al limite si è aggregato alla comitiva, partecipando alle danze. Ha subito CR7 e patito troppi guai fisici, ma più che giustificazioni sembrano aggravanti. Il suo talento era naturale come il disegno tracciato dalla polvere sulle ali di una farfalla, avrebbe commentato Hemingway. Non mi dissocio dalla scelta juventina: la Juve di Lippi privandosi di Zidane divenne più solenne con Nedved. Anche allora non mancarono i malpancisti pronti a sparare a zero sulla Vecchia Signora. E’ una scelta più tecnica che economica, più strategica che aziendale. Allegri (uno che non ama il bel gioco ma la bella classifica) sta creando un team a sua immagine a somiglianza: scolpito nel ferro, non avvezzo all’acqua di colonia. Il conte Max avrà i muscoli di Pogba, non i preziosismi estetici di Paulo. Un poeta scapigliato nel regno dell’illuminismo allegriano: un connubio impossibile. Fondere romanticismo e raziocinio era impresa da non destinare ai posteri. Ma dopo aver smarrito il mondiale, perdere anche la Joya sarebbe tragico per il nostro incolore campionato. E il riferimento al bianco e nero è assolutamente casuale. 

Io, lo vedrei bene anche al sole di Roma e Napoli: piazze abituate ai colpi di Totti, Bruno Conti, Sivori, Lavezzi e Zola (non cito la mano di Dio perché sarebbe irreverente, Dieguito era un marziano, non c’entrava nulla con i terrestri). Ma anche in questo caso il bilancio e il fatturato dei rispettivi sodalizi rendono impervio il tragitto. Il Ciuccio rimpiazzerà Insigne con un georgiano dal cognome impronunciabile (Kvaratskhelia); Mourinho (e il sodale Mendes) magari con qualche altro portoghese. Peccato non seguire il talento nel luogo oscuro in cui conduce. Va scoperto come gestirlo, ma va agitato prima dell’uso. Forse è vero: vanno esaminati bene gli arrivederci, potrebbero contenere tracce di addio.