L'eredità e l'atto di coraggio

Da Celestino a Benedetto verso il domani della Chiesa

Monsignor Orlando Antonini, nunzio apostolico della Santa Sede legge il segno che Benedetto ha lasciato alla Chiesa del terzo millennio

Da Celestino a Benedetto verso il domani della Chiesa
Ansa
"Io sono arrivato sin qui, ora tocca a te"
Mons. Orlando Antonini con Papa Francesco Osservatore Romano
Mons. Orlando Antonini con Papa Francesco

Cosa significa quel gesto che oggi assume un valore di grande coraggio. Nei giorni del lutto per la morte di Benedetto XVI tanti sono gli interrogativi che legano la figura di questo Papa all'Aquila, a Celestino e all'Abruzzo. Ne abbiamo parlato con Monsignor Orlando Antonini, già nunzio apostolico in Zambia, Malawi, Paraguay e Serbia che sin dai tempi del suo lavoro in Segreteria di Stato Vaticana ha avuto una lunga frequentazione con il cardinale Ratzinger anche prima del conclave che lo ha eletto al soglio pontificio.

Monsignor, Antonini, il segretario di Papa Benedetto XVI Mons. Georg Gänswein dice:  «Mettere sulla tomba della Chiesa distrutta di Collemaggio il pallio papale era un gesto di grande onore a Celestino. Ma non c’entra niente con un atto di rinuncia che diventerà realtà alcuni anni più tardi. Escludo un collegamento».  Magari il collegamento non c'è ma... Paolo VI a Monte Fumone parla di eroica rinuncia, Benedetto XVI nel 2009 pone quel pallio sul feretro di Celestino e tempo dopo a Sulmona dice a proposito di Celestino che seppe agire con grande coraggio. Il cerchio poi si chiude con Papa Francesco, è storia recente. E' a suo modo un’eroica e consapevole rinuncia anche quella di Papa Ratzinger?

Non sapremo mai se quel 28 aprile 2009 della sua riconfortante visita all’Aquila terremotata papa Benedetto abbia iniziato a pensare all’eventualità di una sua rinuncia sull’esempio di un predecessore come Celestino V che così decise di fare cinque mesi dopo aver accettato il papato. Di Paolo VI nel 1966 a Fumone lo si disse, anche se poi egli non giunse alla determinazione di dimettersi. In ogni caso sia per Celestino che per papa Benedetto si è trattato di un reale e realistico eroico atto di coscienza a fronte dei propri limiti, di rettitudine, di umiltà, di piena consapevolezza e di grande coraggio. Grande coraggio dovette avere Celestino nel presentare la rinuncia non potendo contare su precedenti chiari tanto che si dovette redigere una apposita Costituzione sulle dimissioni del papa. Grande coraggio oltre al resto ha dovuto avere anche il mitissimo papa Benedetto nel rinunciare, sapendo di rischiare un giudizio storico equivocante sulle proprie profonde motivazioni e sulla propria persona – un modo anche questo di consumarsi per la Chiesa – e di rischiare vedersi affibbiata la stessa taccia di “viltà” che vari studiosi e la vulgata ancora oggi attribuiscono a Celestino V dietro il famoso verso dantesco del ‘gran rifiuto’, attribuzione giustamente respinta il 28 agosto scorso dallo stesso papa Francesco qui all’Aquila. Una scelta, quella di papa Benedetto, che oggi si vede compresa, giustificata, ammirata.  

Che cosa cambia a suo modo di vedere tra Paolo VI e Benedetto XVI? C'è un filo rosso anche qui? 

È il mero filo rosso della “ingravescentem aetatem” e della conseguente diminuzione delle forze fisiche e morali necessarie a fronteggiare le grandi inedite sfide di ogni genere, fattesi più acute in questo nostro tempo di prolungata durata di vita media. Naturalmente il comprensibile concentrarsi sulla scelta di papa Benedetto di dimettersi non dovrà sovrapporsi all’importante specifico  magistero dei suoi otto anni di pontificato: la centralità da lui data al Dio-Amore ed alla dimensione spirituale della Chiesa il cui primo scopo è di guidarci alla prospettiva ultima, la vita eterna, la sua lotta alla “dittatura del relativismo”,  la sua disamina sul rapporto tra fede e ragione e su religione e violenza, la sua difesa della “tutela della vita in tutte le sue fasi dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale”, la promozione della “struttura naturale della famiglia quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio”, la rivendicazione del "diritto dei genitori di educare i propri figli" ed altri temi più o meno scottanti del dibattito teologico, culturale e politico-sociale in corso.

Dal suo osservatorio quale è l'eredità che lascia alla Chiesa Universale del terzo Millennio la figura di Benedetto? 

Trovo profetica la sua visione su una Chiesa del prossimo futuro non più di massa ma di piccole comunità cristiane “creative” non chiuse in sé stesse – di qui il suo sguardo ampiamente positivo verso i nuovi movimenti ecclesiali – che si va configurando in una società secolarizzata come la nostra in Occidente, che abbandona in massa la fede suscitando l’interrogativo se non si tratti dell’apostasia prevista da S. Paolo nella lettera ai Tessalonicesi e che si pone in forte ostilità verso il cristianesimo similmente che fu all’epoca dell’impero romano. Una Chiesa, cito, «più piccola, quasi catacombale, ma anche più santa. Perché non sarà più la chiesa di chi cerca di piacere al mondo, ma la Chiesa dei fedeli a Dio e alla sua legge eterna. La rinascita sarà opera di un piccolo resto, apparentemente insignificante eppure indomito, passato attraverso un processo di purificazione. Perché è così che opera Dio. Contro il male, resiste un piccolo gregge». Una Chiesa, questa, che in quanto “più piccola” perverrebbe più facilmente ad essere quella Chiesa più povera auspicata da papa Francesco. 

Ma in tal modo il cristianesimo non rischia l’irrilevanza sociale?

Da quanto posso dedurre da alcune conversazioni che ho avuto la ventura di avere con lui già da cardinale, l’incidenza pubblica di tali piccole comunità cristiane “creative” non verrebbe meno nella società, perché continuerebbe ad esercitarsi a livello di annuncio, di evangelizzazione e promozione umana, di predicazione, di presenza e coscienza critica sui media e sui social, di impegno caritativo, culturale ed anche politico, nonché di uno stile di vita dai valori irrinunciabili anche se non protetti da una legislazione civile favorevole. Solo la celebrazione dei sacramenti (dei “misteri”) si svolgerebbe in forma riservata, secondo l’antica cosiddetta “disciplina dell’arcano”.