Bolzano
03 Luglio 2022 Aggiornato alle 18:47
Economia & Lavoro

Monteneve, il villaggio abbandonato dai minatori e divenuto museo

Il sito minerario di San Martino si trova a oltre 2.300 metri di quota, in cima alla Val Passiria. Ora il paese è abbandonato, ma in passato - racconta la guida Franz Kofler - era abitato da migliaia di minatori che scavavano nei 150 km di gallerie
di Luigina Venturelli, immagini di Filippo Pitscheider, montaggio di Emanuel Furhapter

Una montagna d'argento, che nel 1200 comprava spade per la sicurezza di Bolzano e nel Cinquecento fondeva in grandi talleri preziosi quanto fiorini d'oro. Una miniera che per secoli ha arricchito vescovi, banchieri e arciduchi. E dato un lavoro e una casa a migliaia di minatori, fabbri e alle loro famiglie. Oggi Monteneve è un rifugio per escursionisti e un museo per appassionati di archeologia industriale. Ma per secoli è stato un paese vero e proprio. Tra scavi, depositi di minerali e fucine, aveva anche una chiesa per le funzioni religiose e una scuola per i bambini, una sala comune per il tempo libero, un ospedale e un grande dormitorio, a sostituire le piccole abitazioni che i minatori si costruivano all'imbocco delle gallerie, per usare i 10 gradi costanti del sottosuolo come riscaldamento contro il gelo dell'inverno a meno 25.
Un paese costruito su chilometri di gallerie scavate a mano in una roccia durissima, fatta di quarzo e granito, dove i minatori avanzavano a picozza di 2 centimetri al giorno, consumando una punta metallica all'ora e fornendo quotidianamente ai fabbri centinaia di attrezzi da riforgiare. Turni da 12 ore giornaliere da trascorrere sottoterra, nel buio quasi totale, alla luce delle candele e in seguito del carburo.
Un lavoro che veniva pagato bene, anche il triplo di un manovale impiegato a valle. Ma in cui si rischiava la vita a causa delle frane del terreno, dell'acqua che invadeva i cunicoli e, in superficie, a causa degli incidenti nel trasporto o delle valanghe. Nel 1693 una slavina seppellì uno degli alloggi nel cuore della notte e 27 minatori morirono nel sonno, prima che i compagni riuscissero a tirarli fuori a mani nude.
Nella miniera più alta d'Europa si soffrivano il freddo e l'isolamento, difficili da sopportare soprattutto per chi lasciava casa e parenti lontano, come i tanti minatori provenienti dalle regioni meridionali che arrivarono qui dopo l'annessione all'Italia dell'Alto Adige nel 1919.
Altri invece vi costruirono famiglia. A San Martino lavoravano anche le donne, impiegate nella selezione e separazione dei diversi minerali: e se nubili avevano una casa riservata a cui gli uomini non potevano nemmeno avvicinarsi. Una società, dunque, che aveva precise regole di comportamento. E che si spense solo nel 1967, insieme alle ultime fiamme dell'incendio che distrusse il grande dormitorio, a cui seguì lo smantellamento dei 27 km di rotaie dell'impianto a cielo aperto di epoca asburgica.
Franz Kofler, che oggi da metà giugno a metà ottobre conduce i visitatori lungo i sentieri di 2 o 4 ore da Moso in Passiria e dalla val Ridanna, e poi nelle escursioni al sito minerario e al museo appena riallestito, quella società se la ricorda bene: il padre ci lavorava come fabbro e la sua famiglia ci ha vissuto a lungo.
Oggi la montagna custodisce ancora grandi riserve d'argento, zinco e piombo. La proposta d'acquisto di una società canadese per continuarne lo sfruttamento dalla superficie è stata rispedita al mittente. E i minerali restano intatti a custodire la memoria di un mondo ormai scomparso.

					

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