Calabria
28 Gennaio 2022 Aggiornato alle 22:55
Società

Piazza Fontana, una storia che ci riguarda

52° anniversario della strage che diede il via alla "strategia della tensione". Il processo, approdato nell'aula bunker di Catanzaro
di Maria Teresa Santaguida

1972. L'aula bunker di via Paglia a Catanzaro viene allestita per ospitare il grande processo contro il terrorismo. Tre anni dopo quel 12 dicembre del 1969 che avrebbe aperto la strada agli anni di piombo, l'iter giudiziario - cominciato a Roma e passato a Milano - si sposta nel capoluogo calabrese considerato "libero da condizionamenti ambientali".  E' l'inizio di una storia che dura 19 anni nelle aule catanzaresi e che punta a trovare i mandanti della strage di Piazza Fontana. Ed è proprio nelle mani dei giudici calabresi che passa un pezzo fondamentale della Storia d'Italia.

Abbiamo intervistato Massimo Pisa, cronista di nera per Repubblica a Milano, che - per le edizioni Clueb - ha in cantiere 4 volumi sul tema, dal titolo "Lo Stato della strage": un'opera monumentale e sincronica sul prima durante e quel pomeriggio fatale. Erano le 16:37 quando esplosero i 7 chili di tritolo che fecero 17 vittime.

"Fu la stessa Procura di Milano a voler allontanare da sé quel processo. Il procuratore De Peppo fece ricorso alla Cassazione per spogliarsene e la Suprema Corte, tra le tante sedi che aveva a disposizione scelse quella più lontana geograficamente al luogo dei fatti" dice il giornalista. Come conseguenza, per anni, le famiglie delle vittime, gli avvocati e i testimoni dovettero compiere anche 1300 chilometri per assistere alle udienze.

Dopo che la sede di Catanzaro venne scelta, nel 1972, un primo processo finì già nel 1974 per questioni procedurali; stessa sorte per il secondo iter, iniziato nel 1975. Solo nel '77 si aprì il vero grande procedimento: presidente della corte era Pietro Scuteri e pm Mariano Lombardi; il 23 febbraio del 79 il primo punto fermo. Due anni intensi di udienze, in cui passarono sul banco degli imputati e dei testimoni neofascisti, anarchici e soprattutto i vertici del Governo di allora: Giulio Andreotti e Mariano Rumor.

Per la la prima volta, i servizi segreti venivano indicati tra gli attori coinvolti nella strage: furono proprio i giudici di Catanzaro, che avevano ereditato l'indagine da Milano, a portarla "avanti con coraggio e con intelligenza" - sostiene ancora Pisa - riuscendo ad arrestare due alti ufficiali dei servizi per depistaggio.

Nel 1979 la prima storica condanna in primo grado: Freda, Ventura e Giannettini sono considerati responsabili e mandanti. Nel 1981 arriva però la sentenza d'Appello passata alla storia come il "colpo di spugna", perché ribalta il giudizio, assolvendo gli imputati dall'accusa di strage, ma condannando Freda e Ventura a 15 anni per associazione sovversiva.

A Catanzaro dal 1981 altri giudici, Emilio Le Donne e Domenico Porcelli, continuano un nuovo filone d'indagine, e lo portano a processo nel 1987, fino al 1991 con l'assoluzione di Delle Chiaie e Fatini. 

Per Pisa, "Lombardi e Migliaccio, pm e giudice istruttore" della prima fase, "fecero cose rivoluzionarie", puntando sui servizi segreti, e trovando nomi come quello di Carlo Digilio, condannato solo nel 2000 in primo grado per la strage. Insomma, "se l'indagine è sopravvissuta alle fasi più buie, come quella degli anni 80, ed è stata traghettata nel nostro secolo il merito è tutto dei magistrati di Catanzaro", conclude il cronista.

					

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