Mihajlovic, cosi è finito un sodalizio che sembrava di ferro

Tre anni fa l'annuncio della malattia, i ricoveri, gli allenamenti seguiti in video. L'affetto dei giocatori. Fino all'esonero di ieri

Quasi quattro anni sulla panchina del Bologna, in mezzo quattro salvezze conquistate senza grossi patemi, ma soprattutto una malattia che ha creato un legame indissolubile fra l'allenatore, la sua tifoseria e la città, che lo ha anche nominato cittadino onorario, per il suo esempio nella lotta alla malattia. Bologna, in qualche modo, è stata la squadra del destino per Mihajlovic, perché è proprio qui che nel 2008 ha esordito, dopo l'esperienza da vice di Roberto Mancini all'Inter. Poi il ritorno, nel gennaio 2019 per conquistare la salvezza. Pochi mesi dopo, l'11 luglio, gli viene diagnosticata la leucemia fulminante annunciata al mondo tra le lacrime il 13 in una conferenza stampa. Immediato il ricovero all'Istituto Seragnoli di Bologna nel reparto di ematologia del Policlinico Sant'Orsola di Bologna, una struttura di eccellenza europea per questo tipo di cure. Da allora cominciò un campionato complicato, con Mihajlovic spesso in ospedale. Alla prima giornata si presentò comunque a Verona, visibilmente consumato dalla malattia e dalle cure per onorare una promessa fatta alla squadra. Fuori e dentro l'ospedale, dove la camera è allestita per consentirgli di vedere allenamenti e partite in diretta. A fine ottobre il trapianto di midollo, la convalescenza e le dimissioni un mese più tardi. Le sue condizioni sono poi sensibilmente migliorate, fino al marzo scorso, quando lui stesso ha annunciato il nuovo ricovero e la ricaduta. La società gli ha confermato la fiducia per il suo quarto campionato consecutivo, ma i rapporti logorati e la mancanza di risultati hanno portato all'epilogo dell'esonero. 

Il servizio di Virginia Novellini è montato da Andrea Neri