Friuli Venezia Giulia
    26 Maggio 2019 Aggiornato alle 00:03
    Salute

    Tumore all'ovaio, il Cro scopre come bloccare la recidiva

    Individuato il gene indispensabile per la sopravvivenza delle cellule del cancro ovarico e la molecola capace di inibirlo
    di Natascia Gargano
    Credits © Cro Da sinistra, Ilenia Pellarin, Gustavo Baldassarree Maura Sonego
    Da sinistra, Ilenia Pellarin, Gustavo Baldassarree Maura Sonego
    Comprendere i meccanismi alla base delle recidive nei tumori epiteliali dell’ovaio resistenti al trattamento chemioterapico post intervento, è uno dei principali argomenti di ricerca nel laboratorio di Oncologia Molecolare del CRO diretto da Gustavo Baldassarre. Il cammino è lungo, ma nelle scorse settimane gli esiti di una ricerca condotta da Maura Sonego e Ilenia Pellarin, focalizzatesi proprio su questo specifico task, ha individuato un percorso per bloccare proprio uno di quei meccanismi. Un traguardo importante cui la prestigiosa rivista Science Advances, edita dalla American Association for the Advancement of Science (AAAS) - che pubblica ricerche di alto impatto in ogni area della scienza – ha dato ampio risalto.
     
    «Siamo convinti – ha detto Baldassarre – che solo studiando a fondo i meccanismi molecolari che consentono alle cellule tumorali di sopravvivere alla chemioterapia si potranno identificare nuovi target e nuove terapie, più efficaci e possibilmente meno tossiche, per le nostri pazienti».  Sono stati analizzati a livello funzionali circa 800 geni «e, fra questi – racconta Sonego – abbiamo identificato il gene USP1 come indispensabile per la sopravvivenza delle cellule di tumore ovarico trattate con carboplatino decidendo di studiare più a fondo, a livello molecolare, il suo ruolo e la sua regolazione». Allo studio, che ha dimostrato come, in seguito al trattamento con chemioterapia, le cellule tumorali resistenti attivino la proteina USP1 e ne promuovano l’interazione con il gene Snail, inducendo cambiamenti cellulari che permettono alle cellule di sopravvivere al trattamento con il platino – hanno attivamente contribuito le Università Sapienza di Roma, Grenoble e Vienna e l’IRCCS Pascale di Napoli.
     
    Secondo Pellarin «l’interazione tra USP1 e Snail non solo permette alle cellule di sopravvivere alla chemioterapia con platino, ma le rende anche capaci di formare metastasi nell’addome, aumentando le loro abilità invasive». Gli studi condotti al CRO dimostrano che «se blocchiamo l’espressione o l’attività di USP1 dalle cellule di tumore ovarico – conclude Sonego – queste divengono più sensibili alla chemioterapia e non sono più in grado di crescere nell’addome».
     
    La ricerca condotta ad Aviano e pubblicata da Science Advances ha potenziali risvolti applicativi molto promettenti perché, ha commentato Baldassarre, «abbiamo anche identificato una piccola molecola, un farmaco in grado di inibire efficacemente USP1 sia in vitro ed in vivo; usato in modelli animali in associazione con il platino, questo inibitore è stato molto efficace nell’uccidere le cellule di tumorali e nel prevenirne la capacità di formare metastasi, senza indurre tossicità aggiuntiva».
     
    Gli studi, condotti a livello preclinico grazie a un team di collaboratori interno ed esterno al CRO che Baldassarre ha ringraziato per il supporto – e finanziato da agenzie non profit fra cui il Ministero della Salute, l’AIRC e dal CRO stesso, attraverso un finanziamento a Sonego – potrebbero presto rappresentare la base per nuove ricerche cliniche capaci di migliorare la prognosi delle Pazienti. «Quello di Maura – ha concluso Baldassarre – è un bell’esempio di come giovani talenti che hanno studiato e sono cresciuti in Italia hanno deciso di rimanere nel nostro Paese per portare avanti le loro ricerche con successo, a fronte di mille difficoltà non solo scientifiche ma anche dovute al precariato; è importante che la società civile capisca l’importanza della ricerca scientifica non profit e supporti i ricercatori italiani sia a livello economico sia a livello di considerazione sociale. Baldassarre ha infine espresso soddisfazione per il contributo offerto alla ricerca da Alice Costa, giovanissima ricercatrice che ha vinto una borsa di dottorato all’Università di Trieste finanziata dalla Fondazione Biasotto, onlus di questo territorio che si prodiga da anni per aiutare i pazienti oncologici.
     
    Tumori epiteliali dell’ovaio: epidemiologia e approccio terapeutico
     
    I tumori epiteliali dell’ovaio rappresentano una patologia istologicamente eterogenea e ancora particolarmente difficile da combattere con le terapie in uso. In Italia si stimano circa 5.000 nuovi casi ogni anno e, ad oggi, la sopravvivenza a 5 anni delle pazienti affette da questo tipo tumore è di circa il 40% negli stadi avanzati, ancora molto bassa rispetto ad altri tipi di tumori.
     
    Le cause di questo alto rapporto fra incidenza e mortalità sono essenzialmente da ricercare nel fatto che il tumore dell’ovaio viene spesso diagnosticato tardivamente per assenza di sintomi precoci, ha la tendenza a disseminare nell’addome-pelvi rendendo difficile la sua eradicazione chirurgica e, infine, per l’insorgenza, frequente, di recidive di malattia resistenti alle terapie.
    (fonte Cro Aviano)
     
    La terapia di elezione per le pazienti con tumori epiteliali dell’ovaio si basa su chirurgia radicale, seguita da una chemioterapia basata su farmaci contenenti il platino. Purtroppo però, mentre una piccola quota delle pazienti risulta immediatamente refrattaria alla terapia, una quota piuttosto elevata delle pazienti cosiddette “platino-sensibili” divengono “platino-resistenti”, in completa assenza di alternative terapeutiche efficaci.
    tumore ovaio

    Potrebbero interessarti anche...

    Altri articoli da Salute