Donk, i medici dei migranti

Reportage sul lavoro dell'associazione che fornisce assistenza agli stranieri in arrivo. Una funzione umanitaria che è anche una garanzia per la salute di tutti

Dopo 35 anni di ospedale, il nefrologo Francesco Bianco ha deciso di rimettersi in gioco con una nuova esperienza: lo incontriamo nel camper di Donk, l'associazione di medicina umanitaria di Trieste che cura gli ultimi. Il mezzo è da un paio di mesi ogni mercoledì sera a gradisca, davanti alla chiesa di san Valeriano. Qui, la notte dorme un gruppo di richiedenti asilo senza un posto dove stare.

È la prima iniziativa fuori Trieste per l'associazione che ormai coinvolge 50 medici, tutti volontari, alcuni giovanissimi. Come Federica Perino, fresca di laurea, che ci racconta: «Ho imparato a conoscere tante persone diverse, tante culture; sicuramente, occorre un approccio diverso al paziente, che deve essere non solo di livello medico ma anche umano.»

Colonna dell'ambulatorio mobile di Gradisca è il 31enne Atiq, ingegnere pakistano del Kashmir, che aiuta con le traduzioni, e ci tiene ad esprimere tutta la sua gratitudine.

Se a Gradisca è una novità, Donk è già ben conosciuta nel terzo settore a Trieste, dove opera dal 2012.  Alla fine di quest'anno, potrebbe arrivare a 5.000 visite totali; molte delle quali nel centro diurno di via Udine. Nicola Artusi, medico di pronto soccorso, ha le idee chiare: "Penso che per loro [i migranti che assistiamo, ndr] sia fondamentale, e penso sia fondamentale anche per noi, ricordarci che siamo solo parte di una catena che non è solo ospedaliera ma che ha anche una componente umana.»

Il tutto, in collaborazione con ASUGI, l'azienda sanitaria locale, punto cui tiene molto il presidente e fondatore di Donk, Stefano Bardari. «Svolgiamo - spiega il professionista - anche una funzione di controllo della salute pubblica per il benessere della popolazione locale. E preveniamo tantissimi accessi al pronto soccorso, che altrimenti sarebbe l'unico presidio sanitario a disposizione dei migranti, almeno nei primi mesi dopo il loro arrivo.»