"Dopo il mio trasferimento a Rebibbia, lontano dalla mia famiglia e dai miei interessi, non riesco a comunicare con i miei legali se non per mail e solo con dieci minuti cumulativi telefonici a settimana per tutti i procedimenti".
Così Giovanni Castellucci in un testo scritto, affidato ai suoi legali, ha fatto un appello per lamentare una violazione del suo diritto alla difesa. I legali lo hanno letto in aula nel corso del processo a carico di 57 imputati per il crollo del ponte Morandi.
L'ex amministratore delegato di Aspi è in carcere dopo la sentenza di condanna a sei anni, diventata definitiva, per la strage di Avellino e oggi (mercoledì 16 luglio) si è collegato in video per la prima volta.
"Il trasferimento, avvenuto tre mesi fa (dal carcere di Bollate dove si era presentato spontaneamente il giorno dopo la sentenza) ha avuto l'effetto, se non anche il fine, di rendere per me impossibile di leggere gli atti e commentare con i miei avvocati. Nonostante varie richieste che i miei legali hanno avanzato - ha scritto l'ex manager - c'è l'impossibilità di trasmettermi verbali, atti e memorie sotto forma elettronica. Questo è necessario per la ristrettezza degli spazi: sei persone in celle da quattro, l'enormità della documentazione, la necessità di commentare e pesare, l'inesistenza di fotocopiatrici".
"Ritenevo opportuno informare il tribunale - ha concluso Castellucci - affinché faccia le giuste valutazioni e azioni che riterrà necessarie al fine di garantire il diritto alla difesa, anche perché vorrei rendere dichiarazioni spontanee".
La lettera ha suscitato le proteste dei pm Walter Cotugno e Marco Airoldi, che stanno andando avanti da giorni con la requisitoria, che hanno chiesto la trasmissione degli atti. Una polemica che lo stesso Castellucci, tramite i suoi legali, ha smorzato dicendo che non voleva "accusare la Procura". Alcune parti civili hanno sostenuto quanto detto dall'ex ad auspicando un intervento in tempi rapidi del tribunale di Sorveglianza di Roma.