In aula anche i familiari delle vittime per chiedere giustizia

"Il fallimento di un sistema", i pm attaccano sulle responsabilità della tragedia di Rigopiano

Nella requisitoria del processo per la morte di 29 persone fra cui sei marchigiani, i pm hanno messo sotto accusa gli enti locali: "Erano consapevoli del rischio, ma hanno agito in modo irresponsabile".

Il "fallimento di un intero sistema": questo è stata la valanga che il 18 gennaio del 2017 si è abbattuta sull'hotel di Rigopiano. Un fallimento che ha generato una sofferenza così complessa che la pm Anna Benigni ne ha parlato in aula durante la requisitoria. Sostenendo che, per la procura, proprio "il dolore che tutti hanno provato di fronte a questa tragedia è stato il motore di questo ufficio"; un dolore al quale, ha aggiunto, "vogliamo dare una risposta". La attendono da sei anni le famiglie delle 29 vittime, fra cui sei marchigiani: Marco Vagnarelli, 44 anni, operaio della Whirlpool di Comunanza e Paola Tomassini, di 46, barista, che erano nell'albergo di Farindola per una breve vacanza sulla neve; Emanuele Bonifazi, 31 anni, addetto alla reception dell'albergo, era di Pioraco; Marco Tanda, pilota Ryanair, di Castelraimondo; di Osimo era Domenico Di Michelangelo, 41 anni, agente delle Volanti e sua moglie Marina Serraiocco, 37 anni, commerciante, che hanno lasciato un figlio, il piccolo Samuele di 7 anni, estratto vivo dalle macerie.

L'accusa non è stata affatto tenera nella prima giornata dedicata alle requisitorie in un processo che vede alla sbarra 29 imputati, tra i quali l'ex prefetto di Pescara Francesco Provolo, l'ex presidente della Provincia Antonio Di Marco e il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, oltre alla società allora proprietaria dell'hotel. E come primo atto, per la prima volta dopo due anni di processo, ha fatto in aula tutti i nomi e mostrato tutti i volti delle vittime di quella tragedia. Finora infatti, a causa della formula processuale del rito abbreviato durante il quale si saltano alcuni passaggi e non viene ricostruita l'intera vicenda, quei nomi non erano stati fatti. Un omaggio alle vittime, quello dei rappresentanti della procura, che poi ha messo in fila quelle che secondo l'accusa sono le responsabilità dei due principali enti coinvolti, il Comune di Farindola e la Provincia di Pescara. 

Il Comune - è la ricostruzione degli inquirenti - non attivò la Commissione valanghe e non mise in pratica il Piano emergenze e gli strumenti urbanistici preventivi, come la realizzazione delle barriere protettive antivalanghe. Ed inoltre, avrebbe dovuto attivarsi per sgomberare l'hotel subito dopo l'ordinanza
di chiusura delle scuole, emessa il giorno prima della valanga. Ed invece il sindaco Lacchetta accompagnò gli ospiti nel resort proprio la sera del 17 gennaio. La Provincia invece finisce nel mirino soprattutto per la 'strada trappola', i 9 chilometri che dal bivio in località Mirri portavano fino all'hotel, in cui rimase bloccata per ore la colonna dei soccorsi: non monitorò le condizioni della strada. Poiché, se fosse stata libera dalla neve, gli ospiti dell'hotel avrebbero avuto la possibilità di lasciarlo dopo le scosse di terremoto. Inoltre, non provvide a sostituire la turbina rotta che avrebbe dovuto togliere la neve dalla sede stradale e non chiuse la strada con la conseguente dichiarazione di inagibilità dell'hotel, cosa che avrebbe imposto l'evacuazione.

Ad analizzare il comportamento della Regione Abruzzo è stato invece l'altro sostituto procuratore, Andrea Papalia, che proseguirà la sua requisitoria anche nell'udienza di domani. Un comportamento, in particolare, relativo alla mancata realizzazione della Carta valanghe. "Fallimento è l'omessa pianificazione territoriale di una legge del 1992 - ha detto il pubblico ministero - La Carta valanghe era un compito che spettava ai dirigenti della Regione Abruzzo ma quell'idea tempestiva e lungimirante è rimasta una buona intenzione senza risultati. Si è trattato di un ritardo inaccettabile". Ed è proprio da questo ritardo, ha concluso, "che si deve partire. Perché di questa responsabilità si deve rispondere penalmente".