Buoni pasto

Crac "Qui! Group", 500 esercenti piemontesi aspettano i rimborsi

Le cifre vanno da poche migliaia a ottantamila euro. Ma sono poche le speranze di recuperare quanto dovuto. Intanto la richiesta è di rivedere il sistema dei buoni pasto.

Giuseppe Stinelli, titolare di un bar ristorante in centro, nei pressi del Municipio, è uno dei 500 esercenti piemontesi vittime del crack della Qui! Group: aspettano rimborsi che vanno da poche migliaia a 45 mila euro, come nel suo caso, o anche fino a ottantamila euro. 

Nei giorni scorsi si sono chiuse a Genova le indagini partite dal fallimento del 2018 della società che forniva buoni pasto a diversi enti pubblici, un buco da 600 milioni di euro. I reati contestati sono bancarotta fraudolenta, riciclaggio, truffa aggravata e autoriciclaggio. 

I creditori piemontesi aspettano da quattro anni, con poche speranze, di recuperare interamente i soldi perduti. Sono creditori che il gergo giuridico definisce “chirografari”: non hanno diritto di prelazione rispetto agli altri creditori principali. “Siamo al corrente di proposte concordatarie nell'ambito del fallimento, ma saranno sempre percentuali piuttosto esigue”, spiega l'avvocato Claudio Ferraro, direttore di Epat, l'associazione dei pubblici esercizi di Torino di Confcommercio che fornisce assistenza agli esercenti.

Ma al di là del problema specifico, la richiesta degli esercenti è di rivedere il sistema dei buoni pasto, e abbassare le commissioni, come è stato proposto, al 5 per cento.

 

Nel servizio interviste a Giuseppe Stinelli, esercente, e Claudio Ferraro, direttore Epat - Associazione pubblici esercizi di Torino