I processi in corso

Da Carminius a Platinum passando per i narcos. I conti aperti della 'ndrangheta in Piemonte

Una storia lunga oltre mezzo secolo, ma che arriva fino ad oggi. Tra legami con la politica, infiltrazioni nell'economia sana e traffici internazionali di droga

La ricerca di una sponda politica, i tentacoli allungati sugli appalti pubblici, la presa sul settore dell'edilizia. Ma anche il traffico di droga e l'usura. Si tratta delle medesime dinamiche che continuano a ripetersi da mezzo secolo, e che ancora oggi descrivono il radicamento della 'ndrangheta in Piemonte.

L'ultimo processo in ordine di tempo - e tra i più importanti degli anni recenti - è Carminius-Fenice. A giugno di quest'anno la sentenza di primo grado ha accertato la presenza di una locale di 'ndrangheta a Carmagnola, Sud di Torino. Sedici le condanne, 13 le assoluzioni, 140 anni di reclusione in tutto: le pene più pesanti a Francesco e Salvatore Arone, considerati i vertici. Cinque anni di carcere per voto di scambio politico mafioso all'ex assessore regionale Roberto Rosso: alle elezioni comprò l'appoggio di due boss del Torinese.

Ma le infiltrazioni mafiose nella politica non sono una novità. A ricordarcelo è il processo Minotauro, che fece la storia sulla 'ndrangheta in Piemonte. Tra i condannati, ormai dieci anni fa, anche l'allora sindaco di Leinì, Nevio Coral: il Comune fu sciolto per mafia. Fu la seconda volta in Piemonte, dopo Bardonecchia nel '95, primo Comune nel Nord Italia sciolto per infiltrazioni della criminalità organizzata.

Altro territorio, stessa storia. Parliamo di Bra, mai prima d'ora accostata alle cosche. A ottobre di quest'anno sono stati condannati per associazione mafiosa i fratelli Salvatore e Vincenzo Luppino, più un altro sodale della famiglia, che nella cittadina del Cuneese aveva gestito bar e locali. Il vero business però era il traffico di cocaina. A pronunciare la sentenza un collegio di giudici trentenni, tra i più giovani d'Italia a condurre un processo per 416 bis.

Lo smercio di droga in mano alle mafie valica anche i confini nazionali. E due tra i più grandi narcotrafficanti di oggi legano le loro storie a Torino. Uno è Vittorio Raso: mentre qui la giustizia lo condannava a 17 anni di carcere, lui viveva indisturbato poco fuori Barcellona, considerato tra i 100 latitanti più pericolosi in circolazione. Da lì per conto della 'ndrangheta faceva arrivare in patria tonnellate di droga. A giugno di quest'anno lo ha inchiodato un controllo stradale di routine, poi l'estradizione in Italia.

L'altro re dei narcos con radici sabaude porta il nome di Nicola Assisi. Il suo nascondiglio era una villa a San Giusto Canavese, almeno fino alla fuga e dell'arresto in Brasile. Oggi quella casa costruita coi soldi della droga è un simbolo della vittoria dello Stato sulle mafie: servirà ad ospitare giovani e famiglie in difficoltà. Parabole virtuose ma ancora poco sfruttate: in Piemonte, a fronte di circa 350 beni confiscati, meno di un quarto viene restituito alla collettività.  

Tra le vicende giudiziarie più recenti c'è infine l'inchiesta Platinum della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino, che ha svelato una rete europea di 'ndrangheta. In Piemonte lo snodo era la locale di Volpiano. Le cosche gestivano l'import di droga e riciclavano il denaro sporco in alberghi e ristoranti. Un ramo del processo, con rito abbreviato, si è già chiuso con 160 anni di carcere in tutto. L'altro è appena cominciato.

Servizio di Manuela Gatti, montaggio di Gianluca Omaggio